Top

Ma riprendiamo il filo discorso principale Nel Pd dunque “svolta”(?) dei rottamatori Ma quali sono le loro reali idee di Paese? E’ Civati: ‘Sì, è ora di rifare grande l’Italia’

novembre 10, 2010 di Redazione 

Diciamocelo pure: le tesi del giornale della politica italiana sono le più forti, oggi, su piazza. E sono le uniche che hanno il senso della Storia. Per questo il Politico.it è un consigliere autorevole e ascoltato della nostra politica, oltre che il principale laboratorio della (nuova) politica del futuro. Il giornale della politica italiana raccoglie tutti i principali talenti: da Giulia Innocenzi a Dino Amenduni, passando per Annalisa Chirico. Oltre al direttore e ad un gruppo redazionale composto da (future) prime firme del giornalismo politico italiano come Ginevra Baffigo e Pietro Salvatori. Per questo il Politico.it sta riuscendo a fare passare quelle che sono le sue due tesi fondamentali. La prima: la politica italiana è chiamata a predisporre, subito, un progetto organico e complessivo per un completo ribaltamento di piano che porti alla costruzione di un nuovo sistema-Paese. La seconda: questo, è la tesi espressa da Matteo Patrone stamattina, deve (o meglio ha bisogno di) essere ispirato ad un nazionalismo che parta dall’idea che l’Italia può tornare ad essere un grande Paese – la «culla della civiltà» – se si muove subito e inverte immediatamente la tendenza. E’ così che anche uno dei papabili alla leadership futura del Partito Democratico – che il Politico.it indica come la forza che è chiamata a farsi carico di tutto questo, per le sue maggiori onestà e responsabilità – accoglie quest’idea. Ma Civati ha in mente anche altro. E ne parla, ovviamente – come potrebbe essere altrimenti? – al giornale della politica italiana. L’intervista è di Attilio Ievolella.

Nella foto, Pippo Civati

-

di Attilio IEVOLELLA

L’ultimo summit, giovedì scorso, con Matteo Renzi, sindaco di Firenze. Poi la convention dei ‘rottamatori’, ovvero i giovani rampanti del Partito Democratico, pronti – almeno pare – a mettersi in cammino per conquistarne la guida, con tanti saluti a Bersani, D’Alema, Franceschini, Veltroni, Letta e company. Da venerdì a domenica la convention alla stazione Leopolda di Firenze per “creare una nuova classe dirigente”, chiarisce oggi sul giornale della politica italiana Giuseppe Civati, consigliere regionale lombardo del Partito Democratico e ‘rottamatore’ doc, assieme a Matteo Renzi e Deborah Serracchiani.

L’ennesimo confronto interno è aperto in maniera ufficiale. La sensazione, questa volta, è che si arrivi davvero al redde rationem, alla resa dei conti. Senza fare prigionieri.

Resta, però, un dato di fatto: il Pd continua a guardarsi allo specchio, cercando di far pace con se stesso. Il rischio è che ci si dimentichi di parlare all’Italia. All’Italia di oggi, sia chiaro.

Quanto è concreto questo rischio?
“Guardi che gli italiani di oggi si aspettano qualcosa di completamente diverso da ciò che è Berlusconi… Lo dimostra il crollo di fiducia certificato; lo dimostra la difficoltà a tenere insieme la maggioranza. Questo sentimento appartiene sia alla politica che alla società civile. Però…”.

Con voi del Pd c’è sempre un ‘però’…
“Manca ancora la possibilità di vedere, dall’altra parte, un chiaro profilo di speranza”.

C’è poco da stare allegri. A destra come a sinistra.
“Bisogna approntare la Terza Repubblica, superare la seconda, i cui protagonisti sono in difficoltà. Tutti dicono che è necessario un superamento dell’attuale fase di blocco istituzionale, ma in realtà solo Fini riesce a fare davvero qualcosina e solo Prodi ha, seppur per periodi brevi, rappresentato un elemento di novità concreto. Stando così le cose, la Seconda Repubblica è sempre più vicina alla Prima Repubblica, anche perché non sono stati affrontati e risolti i problemi più importanti del Paese. Logica conseguenza è la bassissima credibilità, oggi, del panorama politico… e anche di questo elemento è necessario tener conto e occuparsi”.

Quando si parla di Italia, di Paese, sembra di ascoltare un ritornello antico… Nel 2010 ci si ritrova con una situazione peggiorata rispetto al 2000. E tra dieci anni si rischia di ritrovarsi in condizioni ancora più negative.
“Per come la vedo io, tra dieci anni sarà necessario avere un’Italia in cui le forze politiche si confrontino su questioni concrete, che toccano da vicino i cittadini, le persone. E dove l’alternanza tra sinistra e destra nell’onere di governare il Paese sarà un fatto assolutamente ordinario; dove non ci sarà il famigerato berlusconismo; dove ci sarà spazio per progetti e politiche di sostanza, rivolti alla popolazione. Soprattutto, un Paese che avrà la forza di recuperare il ritardo accumulato in questi anni”.

Più un sogno, o più un obiettivo?
“Le rispondo subito che i margini di miglioramento ci sono tutti. Basta avere la lucidità di recuperare la vocazione dell’Italia. Per intenderci, questo è sempre stato il Paese dell’incontro, non certo dell’isolamento, anche per la collocazione geografica”.

Per la verità, è il berlusconismo come fenomeno sociale, ci passi il termine, a caratterizzare il Paese negli ultimi venti anni. Alle volte sembra essere la sublimazione stessa della vocazione dell’italiano medio…
“Le rispondo ricordando che il berlusconismo si può costruire solo con una precisa strategia sottoculturale e avendo a disposizione anche sei televisioni. Così è stato possibile modificare l’immagine di questo Paese, e, ad esempio, far passare l’idea che i vizi siano diventati delle virtù, e che la moralità sia una sorta di malattia”.

Come cambiare la rotta?
“Prendere atto che oggi prevalgono irrazionalità e antipolitica. E proporre, invece, sobrietà, razionalità, solidarietà. L’Italia di Berlusconi è stata costruita negli anni, non dimentichiamolo…”.

Qualche esempio concreto?
“Pensiamo al fenomeno della cosiddetta fuga dei cervelli dall’Italia. Premesso che le esperienze in altri Paesi possono essere importanti e produttive, bisogna capire perché questo Paese non attrae cervelli, aprendo un’analisi concreta sulle condizioni che vengono offerte per rimanere ad operare in Italia. Il discorso è comunque più ampio: bisogna avere finalmente la lucidità di affrontare i problemi reali dei cittadini, cosa che sinora non è stata fatta”.

Se questa è l’ottica, quali sono le priorità, allora?
“Beh, in primo luogo, lavoro e istruzione, affrontando il problema del precariato e rilanciando la scuola e l’università. In secondo luogo, rendere più razionale ed efficace le politiche fiscali, aiutando i cittadini a comprendere, e puntando a una distribuzione più giusta delle risorse. In terzo luogo, ridare dignità all’Italia nel contesto dei Paesi europei e nell’ambito del Mediterraneo, tenendo presenti la nostra storia e la nostra posizione geografica: da questo punto di vista, mi preme sottolinearlo, da persona orgogliosa dell’Italia, che siamo stati sempre un grande Paese, e dobbiamo recuperare quel ruolo”.

Resta, però, un nodo. Che poi pare lo stesso del Partito Democratico. Ovvero, l’eterna lotta tra giovani e vecchi.
“Su questo aspetto credo che bisogna affrontare, come ho detto prima, il tema del precariato, facendo chiarezza e chiedendo rispetto delle regole nel mondo del lavoro. E anche spiegando che si può andare in pensione un anno più tardi e prendere una pensione più alta”.

A proposito di giovani contro vecchi. Voi volete ‘rottamare’ l’attuale gruppo dirigente del Pd. Lei si prepara, allora, al ruolo di futuro leader?
“Più semplicemente ho l’ambizione di costruire un nuovo gruppo dirigente”.

Attilio Ievolella

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom