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Il futuro dell’Italia. Il nazionalismo necessario di Matteo Patrone

novembre 10, 2010 di Redazione 

Editoriale del direttore che propone una nuova tappa della narrazione del giornale della politica italiana sul domani del nostro Paese: un elevato senso di sé, un ritrovato orgoglio nazionale catalizzatore imprescindibile per rifare grande l’Italia. «Un nazionalismo – scrive Matteo Patrone – impiantato nella prospettiva di fare della nostra nazione il motore e il contaminatore di una nuova Europa (compiutamente) unita». Disinnescando così il rischio-degenerazione. Comunque la si pensi, il futuro dell’Italia passa (soltanto) di qui. di MATTEO PATRONE

Nella foto, il simbolo della nazione

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di MATTEO PATRONE

Lo abbiamo scritto più volte: l’Italia o risorge (salvandosi) o muore. E il momento per agire è adesso. O mai più. Il declino diventerà un fiume inarrestabile, se non invertiamo la tendenza ora. Al contrario, il Paese che faccia le sue mosse per uscirne è un Paese che può tornare grande, perché le sue risorse intrinseche glielo consentono.

E così come a livello individuale, e rispondiamo in questo modo alla domanda posta da Paul Ginsborg nel suo libro “Salviamo l’Italia” – «E’ utile farlo?» – una vocazione – come quella dell’Italia ad essere, com’è già stata, la culla della civiltà – non può essere disattesa: storicamente, moralmente. E dunque s’ha da fare. Ma come?

Abbiamo già avuto modo di indicare quelle che sono le prospettive nelle quali ci dobbiamo muovere. Culturali e politico-economiche (posto che tutto è politica).

Culturalmente, l’Italia è chiamata a compiere una rivoluzione, non, contro qualcosa, ma per rifare della cultura la propria cifra esistenziale quotidiana. Non, per ideologia. Ma perché la cultura è la chiave per rifare grande questo Paese. Un’Italia che torni a pensare – e così a creare e a crescere – è un’Italia che avrà liberate le proprie migliore energie – e con loro se stessa – e diventerà grande quasi naturalmente. La cultura, lo diciamo al ministro dell’Economia – come abbiamo già fatto – non si mangia ma dà da mangiare; e all’Italia in particolare, che della civiltà – figlia della cultura – è già stata la culla, può dare prima ancora quel nutrimento dell’anima necessario a vivere.

Cultura che non significa dunque tanto (o solo) politiche culturali, pure necessarie (ma da sole non auto-sufficienti), o la mera conservazione (quando avviene) degli (straordinari) beni del passato; cultura che è piuttosto (appunto) la consapevolezza di sé di una nazione, e la propria rigenerazione attraverso la promozione di nuova cultura tout court, che dia all’Italia (ma non solo) gli strumenti per definire il proprio futuro.

Economicamente, invece, si tratta di fare la stessa cosa. E’ necessario un completo ribaltamento di piano, che faccia della ricerca la stella polare di un nuovo sistema-Paese che punti a produrre le migliori idee sul mercato e i prodotti a più alta specializzazione: solo così, lo abbiamo scritto, ci si assicura competitività nella sfida con le economie emergenti non solo nel breve periodo (ammesso che l’abbiamo), ma per i prossimi decenni, evitando appunto quel declino altrimenti ineluttabile.

Ma come si arriva a fare tutto questo, in un Paese completamente bloccato, afflosciato su se stesso, depresso? La chiave è la stessa che Vendola predica – salvo non riuscire, per il momento, a razzolare sul concreto – per la sinistra, quella «narrazione» che offra una prospettiva nella quale la sinistra – o meglio, pardon, il nostro Paese – si possa riconoscere ed avere così quell’obiettivo che come nelle vite individuali di ciascuno di noi è il motore necessario di qualsiasi accelerazione.

Una «narrazione» per tutto il Paese – e non per la sinistra, che per tornare a vincere deve cessare di essere il cartello di rappresentanza degli specifici interessi della propria parte di riferimento e assumere su di sé l’onore di rifare grande l’Italia – che consista programmaticamente in ciò che abbiamo indicato sopra, ed emotivamente in ciò che, appunto, tutto questo comporta: rifare dell’Italia un grande Paese, conoscere quel nuovo Rinascimento che può (ri)fare dell’Italia il motore, la culla della civiltà.

Gli italiani devono – per la prima volta nella loro Storia – sentirsi parte di un progetto importante, essere coinvolti e coordinati nel fare ciascuno la propria parte per tornare grandi. Un nuovo nazionalismo, ben incardinato nello sbocco europeo, è ciò che serve all’Italia per potere fare tutto questo. Nazionalismi che, lo sappiamo – e lo descrive bene Ginsborg – portano con sé enormi rischi, soprattutto, sul lungo periodo, per la tenuta degli equilibri internazionali.

Ma al contrario di quanto avvenuto nell’Europa di inizio novecento, quando la precedente nascita delle nazioni – tra cui la nostra, almeno sulla carta – produsse una competizione aspra che sfociò, alla fine, nel disastro delle due guerre mondiali, oggi abbiamo un antidoto a questa degenerazione, e questo antidoto si chiama Europa.

Puntiamo a rifare grande l’Italia, com’è necessario per salvarci e per compiere la nostra vocazione. E impiantiamo da subito tutto questo nella prospettiva di fare dell’Italia il motore e il contaminatore di una nuova Europa (compiutamente) unita. Un’Europa che oggi ci fa da esempio, ma che possiamo guidare. Un’Europa patria del futuro, di quel grande Paese che è (sarà, di nuovo) l’Italia.

MATTEO PATRONE

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