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***Diario politico***
BERLUSCONI-FINI, LA TELENOVELA CONTINUA
di GINEVRA BAFFIGO

novembre 5, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. Il tiraemolla di dichiarazioni e punzecchiature va verso una conclusione, ma ancora non ci siamo. I due cofondatori tengono in ostaggio la nostra politica e il Paese. Anche il presidente della Camera, che ora è chiamato ad una assunzione di responsabilità, in un senso o nell’altro: come gli intima lo stesso presidente del Consiglio, dica cosa vuole fare; la stasi non fa il bene del Paese. Il racconto delle ultime ventiquattrore di confronto (più o meno) a distanza. di GINEVRA BAFFIGO

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Nella foto, Fini e Berlusconi ieri all’Altare della patria per la celebrazione delle Forze armate

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di Ginevra BAFFIGO

Una minacciosa eco di fanfara si propaga nell’arena politica italiana dallo scranno più alto della Direzione del Popolo della Libertà. Ancora una volta i toni marziali scandiscono un “si torna alle urne”, un po’ frusto ma sempre efficace nel richiamare a raccolta le truppe.

Il presidente del Consiglio è evidentemente preoccupato per l’emorragia finiana, cui ieri hanno contribuito altri due deputati scismatici, debilitando ulteriormente le file piedielline. Il premier dunque, nel tentativo di dimostrarsi calmo, prova ad allargare il raggio d’azione del Rubicone valicato da Fini: «Il frazionamento dei partiti politici è il peggior guaio che possa capitare ad una democrazia». Cita così uno scambio di battute avuto poco prima con il premier belga Yves Leterme, ma è evidente che il fruitore ultimo di queste parole sieda a Montecitorio.

Il rapporto con Futuro e Libertà in effetti si complica di giorno in giorno e, per quanto ai finiani oggi il premier abbia riconosciuto il merito di aver introdotto una sana dialettica nel dibattito interno alla maggioranza, resta incombente il pericolo che questi «cadano nella subalternità culturale dell’opposizione». «Cessino le polemiche – esorta lo stanco capo dell’esecutivo – e si interrompa quella che mi auguro non sia una strategia di logoramento del governo che non può essere accettata se si hanno a cuore gli interessi del Paese».

Secondo il Cavaliere infatti alternativo a un governo tecnico potrà esserci solo un «governo di rottura nazionale»: un «governo degli sconfitti privo di rappresentatività popolare» e «incapace di governare, di combattere il terrorismo internazionale, di difendere i valori della difesa della persona e della vita». Quanto allo «staccare la spina», più e più volte invocato dalle opposizioni agli uomini del presidente della Camera, Berlusconi imputa l’ennesima dimostrazione di «irresponsabilità e disperazione politica».

Ma la tensione con il Fli non è cosa da prendere alla leggera. Il premier, la storia degli ultimi anni ce lo insegna, ne è assolutamente consapevole. Ad ogni modo prova a giocar d’anticipo e sorprende i “ribelli” del centrodestra con un’esortazione-blitz: «Se Futuro e Libertà ritiene esaurita l’esperienza di questo governo e non intende andare avanti lo deve dire con chiarezza e lo deve dire subito. Noi siamo pronti a raccogliere la sfida e andare subito alle urne. Se invece c’è la volontà di andare avanti con il governo, siamo pronti, noi e la Lega, a farlo con un nuovo patto di legislatura con un rinnovamento di alleanze nel centrodestra».

A sei mesi dalla riunione del “parlamentino” Pdl del 22 aprile (in cui venne ufficialmente sancito il divorzio Berlusconi-Fini) i due leader ancora non si parlano. Da mesi comunicano attraverso i rispettivi sherpa e solo per obblighi istituzionali.

Eppure stamani, in occasione delle celebrazioni del 4 novembre, l’Altare della patria si è trasformata in zona franca per uno scambio di battute e qualche calcolato sorriso fra i due ex(?)-alleati.

Ma una rondine non fa primavera. Ed infatti in serata arrivano le smentite. «Deludente, tardivo e senza prospettive»: questo il commento che aleggia per i corridoi di Montecitorio e che viene imputato proprio al padrone di casa, che così avrebbe giudicato il discorso del premier alla direzione nazionale Pdl.

Del resto Italo Bocchino conferma: «deludente» il discorso di Berlusconi: un intervento «segno della debolezza» del premier. «Il discorso di Berlusconi – rimarca poi Fabio Granata – è deludente, scontato e arriva fuori tempo massimo: noi siamo già entrati in una fase nuova, stiamo costruendo una alternativa per l’Italia. Da Perugia dove terremmo l’assise di Fli si aprirà una pagina nuova della politica italiana». Il presidente dei senatori di Futuro e Libertà per l´Italia, Pasquale Viespoli, prova una diversa definizione indicando piuttosto come «auto-consolatorio» il discorso di Berlusconi.

Per il ministro Gianfranco Rotondi «la legislatura riprende quota, Berlusconi rilancia il Pdl e l’alleanza con Lega e Fli. Questo è il governo che può davvero cambiare l’Italia». Ignazio La Russa, coordinatore del partito del premier, chiosa insolitamente spiccio: «Stare nel Pdl deve essere un onore. Senza mancare di rispetto a nessuno io dico che noi non preghiamo nessuno: lasciate quindi andare chi non vuole restare». Ed ancora, Denis Verdini incita: «Siamo una squadra fortissima».

Per il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, «bisogna continuare sulla strada tracciata oggi, senza cogliere gli spunti polemici deteriori». «Noi crediamo alla buona fede degli esponenti finiani – chiarisce l’ex An – poi sta a tutti dimostrare chiarezza in Parlamento». Marziale il suo omologo alla Camera, Fabrizio Cicchitto: «Non accettiamo provocazioni e lezioni da nessuno. Soprattutto dagli sfasciacarrozze che stanno anche in Futuro e Libertà».

Bossi contribuisce a tirar le somme. Come sempre, a modo suo il ministro per le Riforme spinge per un «patto di legislatura». Secondo il Senatùr, «i finiani non possono altro che parlare, non hanno il coraggio di rompere perché dopo che hanno rotto si deve andare al voto. Hanno paura del voto e non solo loro, ma anche la sinistra». Ma poi a chi gli domanda se il governo reggerà, dimostra un po’ più di rispetto per gli ex-alleati: «Fini se ti dà la parola, la mantiene».

Il premier ne ha però anche per il centrosinistra. «Se volete archiviare Berlusconi dovete chiederlo al popolo, non potete farlo voi con una congiura di palazzo e non potete farlo perché gli italiani non ve lo permetterebbero».

«Mi attaccano perché sanno che fino a che ci sono io non potranno mai salire al potere». L’attacco, come da manuale, si trasforma rapidamente in un’occasione per sciorinare l’elenco dei successi. Per il premier infatti le campagne mediatiche della «sinistra» mirano a sminuire i risultati del governo che invece «ha lavorato come mai nessun altro prima». Elencati i, a suo dire, tantissimi successi non tralascia di citare gli arresti di esponenti di spicco della criminalità organizzata, «e visti i colpi che stiamo infliggendo – nota il Cavaliere – nessuno oggi può con certezza escludere che alcune cose che accadono siano frutto della vendetta della malavita».

Poi Silvio procede con la sua personale analisi dello stato di salute del Paese: «In Italia ci sono due realtà: la nostra, che è quella del governo del fare – ha quindi sottolineato il Cavaliere – e quella virtuale dell’anti-berlusconismo. In quale altro Paese del mondo il capo del governo deve difendersi da una raffica di storie inventate? La verità è che siamo sotto attacco non per ciò che abbiamo fatto ma per ciò che rappresentiamo perché sanno che siamo un ostacolo insormontabile alla presa del potere da parte della sinistra». Una sinistra che, ancora secondo Berlusconi, «ha mantenuto tutti i vizi del suo passato comunista», come esplicitato dalle «posizioni estremiste di Di Pietro, di Grillo e di Vendola a cui il Pd è subalterno».

D’Alema polemizza. Il presidente del Copasir, in un’intervista rilasciata al Tg di La7, richiama il premier: Berlusconi non vuole riferire al Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica sull’impiego delle sue scorte perché è «in imbarazzo». «Io non parlo del privato di Berlusconi – specifica D’Alema – parlo dell´impiego del denaro dei cittadini, perché la sicurezza del capo del governo è a spese dei contribuenti e i cittadini hanno diritto di sapere, attraverso il Parlamento, come vengono impiegati i loro soldi. Di cosa fa Berlusconi in casa sua non mi interessa nulla, io mi occupo dei Servizi segreti e del fatto che c’è un presidente del Consiglio che non vuole presentarsi al Parlamento perché forse è imbarazzato. È lui che è in una posizioni invalidata e non è neppure in condizione di rispettare la legge». La convocazione al Copasir del premier, aggiunge d’altra parte D’Alema, «non è solo mio diritto, è un mio dovere sulla base della legge vigente». «C’è una legge dello Stato italiano – spiega D’Alema – che dice che il presidente del Consiglio viene regolarmente ascoltato in quanto lui è il responsabile della sicurezza e noi dovremmo ascoltarlo. Rutelli, prima di me, lo ha invitato tre volte. Lui non si è mai presentato». «Il problema è un po’ curioso: noi vogliamo solo applicare la legge. Il presidente del Consiglio è piuttosto refrattario ad applicare le leggi ma dovrebbe venire perché così dice una legge dello Stato italiano. Nella situazione in cui ci troviamo – conclude infine D’Alema – siccome la vigilanza del capo del governo non è un affare privato, ma fa parte della sicurezza della Repubblica, noi vogliamo anche discutere con lui della protezione della sua persona e delle condizioni in cui lavorano le scorte che sono agenti dei servizi segreti e che agiscono sotto il nostro controllo».

Ginevra Baffigo

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