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L’analisi. L’antiberlusconismo alla Tiger Woods di Dino Amenduni

novembre 4, 2010 di Redazione 

Il presidente del Consiglio perde i pezzi. Da qualche giorno, e nei prossimi giorni, si succederanno Perle, Nadie, nani e ballerine. Racconteranno dettagli sempre più scabrosi, automobili sempre più piene, personaggi politici sempre più coinvolti e viscidi, marchette sempre più sordide. Proprio come acca- duto al re del golf. Ecco in che razza di pasticcio si è cacciato Berlusconi. di DINO AMENDUNI

Nella foto, Dino Amenduni

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di DINO AMENDUNI

Moltissimi analisti concordano su un punto: il berlusconismo è alle battute finali. Sempre secondo questa analisi, l’epilogo, però, non sarà nè breve nè pacifico. L’opinione pubblica, come nella gigantesca partita di calcio a cielo aperto che è la politica italiana, si divide in promotori di riti scaramantici e in testuggini a difesa della verità e della giustizia di Silvio.

Pur non sentendomi sicuro che la storia finirà effettivamente così, siamo tutti certi di un fatto: Berlusconi sta perdendo dei pezzi. Non ha ancora perso il suo popolo, che però tiene a bada con mezzi sempre più gretti e regressivi. Perde però la parte “alta” della scena pubblica italiana.

Perde la politica.

A stargli intorno ci sono solo i fedelissimi, che non potrebbero mai abbandonarlo, nemmeno se le incapacità del Capo fossero conclamate. Se sono lì, al potere, è perchè il Capo ha voluto e non hanno nessun altra risorsa per il riscatto. Se possibile, sono politicamente più in difficoltà di Berlusconi. Chi si trova nella prima periferia dell’impero, o col tempo ha maturato il sufficiente grado di autonomia morale, si guarda intorno. Aspetta che la barca affondi per saltarci fuori, o fugge ancora prima perchè ha ritenuto decaduto ogni vincolo fiduciario.

Nel frattempo Futuro e Libertà mena sempre più forte.

Perde gli opinion leader.

Se addirittura Alfonso Signorini, omosessuale molto più che dichiarato, ma altrettanto orgogliosamente a libro paga del Premier (direttore di “Chi” e “Sorrisi e Canzoni”, opinionista sulle reti Mediaset, finissimo conoscitore delle italiche debolezze e per questo considerabile tra i due o tre politici più influenti d’Italia), sente la necessità di disallinearsi, solo per una volta, per difendere ciò che resta della sua identità, bisogna riflettere. Se su Libero qualcuno parla di “errore”, di “brutta frase”, in merito alla sua uscita sugli omosessuali, è perchè Berlusconi ha detto qualcosa che certi segmenti demografici della popolazione non possono accettare. Silvio, però, ha accettato il rischio. Vedremo se è una buona idea.

Ma soprattutto, a Berlusconi sfugge il berlusconismo.

Gli sfugge il modello sistemico con cui ha prima orientato l’Italia verso di lui e ora la governa. Un modello che si riassume in due leve:

- ogni essere umano è categorizzabile secondo una sua valutazione economica, figlia dell’incrocio di numerosi fattori, quasi tutti soggettivi: bisogni individuali, aderenza ai modelli sociali, disponibilità al compromesso, tipo di prestazione richiesta, declinazione etica del concetto di “prostituzione”;

- il denaro è l’agente di cambiamento della società, degli equilibri di potere, del controllo e del silenzio.
La titolocrazia vale per tutti, nel bene e nel male. Sono tutti attori e tutti, pur con i filtri tipici del sistema mediatico italiano, hanno diritto all’accesso e al successo. Chi ha lo scoop, vero o finto che sia, ha la notizia.

Questo modello ha funzionato alla perfezione, tra le mani di Berlusconi. Con i soldi ha comprato tutto: le professionalità, i senatori, le donne, le aziende, il silenzio, gli avvocati, il meglio, in tutti i settori.

Quello che però Berlusconi non ha previsto, essendo l’uomo più ricco d’Italia, è che questo modello genera aspettative crescenti.

Provo ad approfondire il concetto chiave del mio ragionamento, partendo dal format usato come metro di riferimento della società italiana: il Grande Fratello.

Il GF porta milioni di persone a guardare la TV. Il suo successo è basato sulla facilità di emulazione ed identificazione. Essendo un programma di persone normali giunte improvvisamente al successo, la stragrande maggioranza di loro si identifica nei personaggi e confida nella possibilità di ripetere il fortunato percorso.

Una speranza che inizialmente era paragonabile a una vittoria al SuperEnalotto. L’ammissione a un format televisivo come il GF appariva come un fattore esterno alla propria vita e alle proprie capacità, che entra con forza nella propria vita, migliorandola a una velocità bassissima e con fatica nettamente inferiore rispetto al duro lavoro giornaliero per emergere nella competitiva società occidentale.

Poi sono arrivate le voci sulla Carfagna, Agostino Saccà e le fiction, le foto con Noemi, il ciarpame senza pudore, il corso per europarlamentari di bella presenza, le notti con la D’Addario, fino a Nicole Minetti e ai giorni nostri.

La narrazione del Grande Fratello ha dunque intersecato un’altra narrazione: “il potente ha soldi e potere, chi lo soddisfa può vincere il suo personale SuperEnalotto”. Pur non avendolo mai detto espressamente, Berlusconi ha lasciato intendere che dalle parti delle sue case ci fosse una via secondaria con cui si può accedere al successo in modo facilitato.

Su questo racconto parallelo del successo in Italia, Berlusconi ha costruito le sue gioie fisiologiche degli ultimi anni. Ma ha sfasciato la sua identità politica.

Giorno dopo giorno, in Italia, è cresciuto il convincimento che arrivare in questo “gotha” fosse facile, e così effettivamente è, ad ascoltare i racconti delle notti di Arcore e di Villa Certosa.

Il sistema si è inceppato quando in Italia è emersa un’altra sotto-narrazione. La via d’accesso secondaria porta al successo sia se trovi il cancello aperto, sia se lo trovi chiuso. Se lo trovi aperto raggiungi l’obiettivo, se lo trovi chiuso sputtani il Capo e ci sarà qualcun’altro che, con le stesse due regole del berlusconismo, ti offrirà lo stesso successo che avresti avuto dal Capo.

A Ruby, la cui ricostruzione lascia molto a desiderare, sono stati offerti cachet da capogiro per apparizioni televisive, interviste e notti in discoteca. E pensate che la sua parabola ascendente è nata una notte in Questura. Il messaggio mediatico è potentissimo, e riguarda un gruppo di persone non marginale: le “trombate da Berlusconi”, sia in senso sessuale, sia in senso professionale. Chi ha cose scomode da dire, ha spazio, visibilità e mercato paragonabile a quello che ha avuto o avrebbe se rimanesse in silenzio.

Da qualche giorno, e nei prossimi giorni, si succederanno Perle, Nadie, nani e ballerine. Racconteranno dettagli sempre più scabrosi, automobili sempre più piene, personaggi politici sempre più coinvolti e viscidi, marchette sempre più sordide.

Non trovo nessuna differenza, nelle storie personali di Tiger Woods e di Silvio Berlusconi.

Entrambi ricchi, famosi e al numero 1 delle loro classifiche, entrambi incapaci di regolare i propri impulsi, entrambi personaggi pubblici e modelli sociali loro malgrado, entrambi con famiglia e figli, entrambi ricattabili da donne, poco importa che siano portatrici di verità assolute o mitomani.

L’”esercito delle trombate” non incide direttamente sul gradimento personale di Berlusconi (come persona) ma offre strumenti politici ai suoi oppositori, in particolare agli oppositori interni, che invece fanno danni, eccome, all’immagine politica di Berlusconi (come presidente del Consiglio)

Ascoltare Italo Bocchino in TV, oggi come oggi, è un piacere: detta condizioni al premier, mette fretta, è lucido, parla come se fosse già al Governo e Berlusconi fosse già al passato. Gli oppositori più autorevoli di Berlusconi sono i futuristi. Sono nuovi, sono coraggiosi e soprattutto conoscono meglio di tutti come funzionava la macchina del Capo. E hanno già messo alle spalle il loro unico punto di debolezza.

L’effetto “ma siete stati zitti per 16 anni!” è già magicamente sparito. La partita politica di Fli è stata legittimata dall’atteggiamento a dir poco possibilista del PD che, pur di mandare a casa Berlusconi, ha garantito la nuova verginità politica a Fini mostrandosi disponibili da subito a stringere alleanze con la nuova formazione. Ora come potranno rinfacciare loro il passato al fianco del Capo?

Un comportamento miope, in nome della “Liberazione nazionale” che porterà nuovi danni alla sinistra italiana, che apre la strada alla costruzione di una nuova destra europea, di cui l’Italia aveva sicuramente bisogno, ma probabilmente meno di quanto abbiamo bisogno di una nuova sinistra europea.

Speriamo che “l’esercito delle trombate” (o dei rottamati, a seconda delle mode) non travolga anche le classi dirigenti.

DINO AMENDUNI

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