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Marcegaglia: ‘Ora Paese è in una paralisi’ Fini: ‘Ha ragione la pres. di Confindustria’ Intanto caso Ruby lavora fianchi di Silvio Vera novità sono i distinguo dentro il Pdl Ma Futuro e Libertà non stacca la spina… Il partito post-ideologico composto da ex

novembre 2, 2010 di Redazione 

I protagonisti della nostra politica autoreferenziale di oggi hanno esaurito il loro ciclo. Non solo il presidente del Consiglio. Le parole della leader degli industriali – con la quale il giornale della politica italiana, che ha lanciato l’allarme per primo, è in piena sintonia – fotografano la debolezza politica del governo, della quale gli scandali – e non la politica; tanto meno l’opposizione, incapace di costituire qualsiasi alternativa credibile – presentano ora il conto definitivo. Ma l’incertezza che continua a regnare attorno agli esiti della legislatura, nonostante la crisi politica e nonostante esista già una forza che si è distinta (?) e che ha i numeri per decretare la fine di questo governo, dimostra contemporaneamente che siamo (già) entrati in una nuova epoca, preparata dalle scelte di questa classe politica, ma a cui questa classe politica è estranea, in quanto precedente, e che non è in grado di interpretare. Nel pezzo che state per leggere Andrea Sarubbi prova a spiegare i tentennamenti di Fini. E arriva ad una conclusione: Futuro e Libertà è un partito “strano”, tautologicamente di destra, ma in realtà già figlio – aggiungiamo noi – della nuova politica. Quella che – andando oltre le vecchie rappresentanze di specifici interessi, andando oltre la destra e la sinistra – si basa sul pragmatismo valoriale del fare il solo bene del Paese, disegnan- do le nuove fazioni della politica (italiana) in base a chi ci sta e a chi, invece, preferisce continuare a fare l’interesse (più o meno legittimo) di una singola parte. E’ la nuova politica intuita da il Politico.it di cui appunto Fli è già un (coraggioso) prodotto, ma di cui i protagonisti non sono parte perché non sono figli di questo tempo, essendo tutti ex di un sacco di vecchie sigle via via sempre meno autoreferenziali ma delle quali è difficile superare completamente il condizionamento e l’eredità. Lo abbiamo già scritto: la Seconda Repubblica passerà alla Storia – anche – per avere preparato la modernità. I protagonisti di questa fase della politica italiana hanno svolto il loro ruolo, nel loro tempo, traghettandoci verso il futuro. Adesso è il momento del futuro. Della nuova politica. Del pragmatismo valoriale. Un tempo che aspetta i suoi figli. Quelli che, di fronte ad un «Paese nella paralisi», non ci penserebbero due volte a pigiare sul pulsante della crisi. Il pezzo di Sarubbi, ora, all’interno.

Nella foto, il presidente della Camera: finge di cadere dalle nuvole?

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di ANDREA SARUBBI*

I sondaggi delle ultime settimane hanno spiegato a Gianfranco Fini un concetto molto semplice: quando parli male di Berlusconi, sfiori l’8% dei consensi; quando invece ti mostri disponibile a mediazioni, a malapena superi il 5.

L’esame del lodo Alfano nella Commissione Affari Costituzionali del Senato, dove Futuro e libertà ha chinato la testa in nome della ragion di Stato, ne è stato la prova lampante: rivolta dei neo-simpatizzanti (soprattutto di quelli provenienti dall’astensionismo), sondaggi al 5,1%, immediata scesa in campo dei falchi per limitare i danni (cito su tutti il mio amico Fabio Granata: “Ormai quel provvedimento è un simbolo di impunità, dobbiamo ripensarci per non tradire le speranze della base”), cambio di rotta. Fino a giungere all’annuncio di domenica – ostruzionismo dei futuristi sulle leggi ad personam – che contrasta con quanto accaduto nemmeno una decina di giorni fa in uno dei due rami del Parlamento.

L’atteggiamento di Fini ricorda molto quello di alcune forze politiche della vecchia Unione, capaci di mandare ministri in piazza contro il governo del quale facevano parte. Con la differenza, però, che mentre Rifondazione comunista non aveva nessuna capacità attrattiva verso l’elettore medio di destra, Futuro e libertà ha un potenziale bacino anche tra gli indecisi di Centrosinistra: nonostante le varie furbate dialettiche che di volta in volta chiama in proprio soccorso – tutte quelle citazioni e quei riferimenti che in gergo politico vengono definiti “linguaggio del corpo” – il presidente della Camera ancora non è riuscito a spiegare seriamente perché il suo partito vada considerato oggi di destra.

L’altro ieri, per esempio, ha detto che lo è (“Il vero Centrodestra siamo noi!”) perché ha a cuore il concetto di nazione, quello di legalità, i giovani, il lavoro, l’emergenza sociale e quella economica: tutte priorità su cui neppure il Partito Democratico ha nulla da dire, mentre magari avremmo potuto obiettare qualcosa se avesse fatto un riferimento – che so – alla purezza della razza, alla disciplina, all’immutabilità della tradizione, a qualsiasi altra parola d’ordine attinta dal repertorio della vecchia Fiamma.

Tolti i richiami al passato, insomma, siamo alla tautologia (Fli è di destra perché è di destra), ma la tautologia non serve a togliere i dubbi sull’identità di una forza politica che è magari moderata ma non conservatrice e che – se si andasse al voto domattina – finirebbe alleata con l’Api di Rutelli, ovvero con un pezzo di Centrosinistra che potremmo definire liberal-democratico. È un partito strano, insomma, che ha delle buone idee ma che non credo sia disposto a morire per esprimerle: mentre i falchi futuristi si guadagnano le pagine dei giornali e le ospitate in tv sparando contro il governo, le colombe lavorano pazientemente (e silenziosamente, per non perdere voti) affinché quello stesso gruppo di potere resti in piedi. Di Pietro la chiamerebbe correità, ma funziona bene anche la traduzione in romanesco: paraculaggine.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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