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***Diario politico***
IL CASO RUBY
di GINEVRA BAFFIGO

ottobre 29, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La rilevanza pubblica della vicenda dei festini a casa Berlusconi ad Arcore, con il coinvolgimento della ragazza minorenne.
di GINEVRA BAFFIGO

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Nella foto, il presidente del Consiglio: nasconde il volto?

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di Ginevra BAFFIGO

Nell’arena politica italiana non si registra nessuna anomalia in questo giovedì sera di fine ottobre. Le parole che echeggiano sono sempre le stesse: “Manipolazione della verità”. Il mantra della distorsione mediatica stavolta però è recitato da una giovane ragazza di origini marocchine, Ruby: la minorenne al centro dell’indagine della Procura di Milano sulle presunte feste nelle residenze del premier. Per i pm milanesi su Silvio Berlusconi penderebbe l’ipotesi di reato di favoreggiamento della corruzione.

La maghrebina al centro dello scandalo ingenuamente prova a spegnere l’incendio divampato: «Sono dispiaciuta per quanto sta accadendo. Mi spiace soprattutto perché vedo che sono state coinvolte persone che mi hanno aiutato senza chiedere niente in cambio». Sostenendo il tono naive, prosegue in uno sfogo che non tarda a fare il giro del mondo: «Sono amareggiata – spiega Ruby – la mia verità è stata manipolata». «È ingiusto rovinarmi così. Hanno sparato solo cavolate!».

Ben altri toni quelli del presidente del Consiglio, che dalla Campania decide di pronunciarsi sulla vicenda. «Non mi occupo di spazzatura mediatica» è il laconico commento rilasciato durante la conferenza stampa dedicata all’emergenza rifiuti.

Rimestando fra i cosiddetti “rifiuti” qualche verità però è emersa. Il Cavaliere non può infatti negare la chiamata partita da Palazzo Chigi e diretta alla Questura per fare liberare la ragazzina fermata per furto: «Io sono una persona di cuore e quindi mi occupo dei problemi delle persone. Ma della spazzatura mediatica non mi occupo, la lascio a voi». Poi ancora una battuta familiare «Facciamo come da Santoro – sobilla il premier – su domande, insulti e altre sconcezze, da parte mia contraddittorio zero». Ed ancora: «Visto che casino mi hanno fatto? Sul nulla…».

Bersani scatenato. La segreteria Democratica sembra infine ridestarsi da un lungo sonno. Bersani è un fiume in piena. Ieri Masi era «al capolinea», oggi è il premier a doversi dimettere. «Non possiamo perdere tempo per il Paese tra questioni esoteriche come il lodo Alfano e questioni che portano al centro le singolari abitudini del premier – attacca il segretario del Pd Pier Luigi Bersani – Il Paese non ha una guida politica. Io rivolgo un appello: andate a casa, chiudiamola li, qualcuno stacchi la spina per il bene del Paese».

Lanciato il monito, il Democratico si concede un po’ di ironia: «Se ha tanto buon cuore, in queste ore ci sono migliaia di persone fermate per furti… Li lascia abbandonati così?». Battuta fin troppo facile. Ma Bersani è convinto che «su questa vicenda ogni italiano si farà la sua opinione», quanto a lui si limita ad una chiosa maliziosa: «Il premier? Singolari abitudini». Allo stesso tempo, prosegue il segretario, «c’è un aspetto che riguarda pesantemente il ruolo istituzionale del presidente del Consiglio, cioè la telefonata tra Palazzo Chigi e la Questura. Siccome il premier sembra anche aver confermato quella telefonata, un intervento del genere in qualsiasi paese del mondo porterebbe da solo alle dimissioni del premier».

Le repliche dei quartieri alti del centrodestra non tardano a sopraggiungere. Primo fra tutti, Gianfranco Rotondi: «Se i governi si dovessero dimettere a ogni telefonata di raccomandazione – prova a minimizzare il ministro per l’Attuazione del Programma – nel mondo trionferebbe l’anarchia. Berlusconi è una brava persona, anche se a sinistra non se ne vogliono convincere».

Ma dalle opposizioni se duro è stato l’intervento del cauto Bersani, caustico e decisamente sopra le righe torna a tuonare Di Pietro. «Siamo di fronte a una persona che nelle sue attività pubbliche e soprattutto nei suoi comportamenti personali è ricattabile», sottolinea il leader dell’Italia dei Valori. «In questa vicenda – continua Di Pietro – forse può non esserci nulla di penalmente rilevante a suo carico. Ma il problema è un altro. Si può affidare il paese a un personaggio più degno di stare all’osteria piuttosto che a palazzo Chigi?». «Penso – conclude Di Pietro – che ci sia il dovere morale di chi in Parlamento si vuole fregiare del titolo di deputato o senatore di sfiduciarlo al più presto. In questo senso ogni minuto in più che i finiani passano con Berlusconi è un minuto in più di complicità che li travolge».

L’inchiesta arriva al Tg4. Coinvolti assieme a Berlusconi risulterebbero anche il fedelissimo direttore del Tg4, Emilio Fede, e Lele Mora. La smentita di Fede è repentina: «Non mi risulta di essere indagato per alcun reato. L’ho appreso stamani leggendo i quotidiani: credo di avere conosciuto quella ragazza a qualche cena a casa di Berlusconi ma non l’ho presentata io né a Lele Mora, né al presidente del Consiglio. Se davvero c’è una indagine nei miei confronti, che mi arrivi subito una notifica, così posso spiegare tutto». «Sono stato invitato più volte, e per fortuna, a casa di Berlusconi per delle cene – riconosce grato il direttore – ma quello che posso dire è che non mi è mai capitato una sola volta di vedere quelle cene terminare in un modo che si possa definire trasgressivo». «Lele Mora è una persona perbene e lo vedo continuamente massacrato – si spinge a dichiarare ancora il giornalista – Lo conosco io, come del resto lo conoscono tante altre persone sia nel mondo politico che dello spettacolo». «Con quella ragazza, che tra l’altro io credevo avesse 25 anni e non fosse minorenne, credo di aver scambiato un paio di parole, come faccio con tanti altri – segue argomentando Fede – L’ho conosciuta a due cene che, ripeto, si sono concluse con nulla che possa essere classificato come trasgressivo».

Vietti sui pm. «Anche attraverso l’unicità del Csm, il pm è ricondotto ad un ruolo di garante del rispetto della legge e della legalità che condivide con la magistratura giudicante. Fuori da questo circuito e senza un controllo esterno il pm rischierebbe di trasformarsi in una mina vagante». A dirlo è il vice presidente del Csm, Michele Vietti, intervenuto al convegno “Organizzare la Giustizia”.

«L’appartenenza del pm alla magistratura ed all’ordine giudiziario e la conseguente condivisione di un unico Csm, pur nella fallibilità di qualsiasi impianto – sostiene Vietti – non costituisce un portato ideologico, ma serve a garantire al cittadino il maggior rispetto della legge e dei suoi diritti, è una garanzia per la comunità e non il contrario».

La Cei e la famiglia. Per i vescovi italiani tra i tanti fattori destabilizzanti l’istituto famigliare ci sarebbero le convivenze di fatto e i divorzi sempre più numerosi, ma anche un sistema fiscale che «disincentiva la procreazione» e soprattutto «i tentativi di equiparare alla famiglia forme di convivenza tra persone dello stesso sesso». La debolezza delle famiglie contemporanee, si legge nel documento ‘Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020′, «non deriva solo da motivi interni alla vita della coppia e al rapporto tra genitori e figli»; «molto più pesanti sono i condizionamenti esterni: il sostegno inadeguato al desiderio di maternità e paternità, pur a fronte del grave problema demografico; la difficoltà a conciliare l’impegno lavorativo con la vita famigliare, a prendersi cura dei soggetti più deboli, a costruire rapporti sereni in condizioni abitative e urbanistiche sfavorevoli». «A ciò si aggiunga – prosegue la conferenza episcopale italiana – il numero crescente delle convivenze di fatto, delle separazioni coniugali e dei divorzi, come pure gli ostacoli di un quadro economico, fiscale e sociale che disincentiva la procreazione». E «non si possono trascurare, tra i fattori destabilizzanti, il diffondersi di stili di vita che rifuggono dalla creazione di legami affettivi stabili e i tentativi di equiparare alla famiglia forme di convivenza tra persone dello stesso sesso». Il richiamo dei porporati è che «la famiglia va dunque amata, sostenuta e resa ‘protagonista attiva’ dell’educazione non solo per i figli, ma per l’intera comunità». «Sostenere adeguatamente la famiglia – conclude – con scelte politiche ed economiche appropriate, attente in particolare ai nuclei numerosi, diventa un servizio all’intera collettività».

Se nel sistema-società la Cei rileva gravi lacune, è alla classe politica che ne imputa le colpe. Profondamente delusa dall’incapacità delle ultime generazioni di politici cattolici, la Chiesa italiana intende sostenere «la crescita di una nuova leva di laici cristiani, capaci di impegnarsi a livello politico con competenza e rigore morale». Come? Attraverso il rilancio di «scuole di formazione all’impegno sociale e politico». I vescovi gridano all’allarme: vi è «la necessità di educare alla cittadinanza responsabile». «L’attuale dinamica sociale – spiegano – appare segnata da una forte tendenza individualistica che svaluta la dimensione sociale, fino a ridurla a una costrizione necessaria e a un prezzo da pagare per ottenere un risultato vantaggioso per il proprio interesse». Invece «nella visione cristiana l’uomo non si realizza da solo, ma grazie alla collaborazione con gli altri e ricercando il bene comune». Per questo «appare necessaria una seria educazione alla socialità e alla cittadinanza, mediante un’ampia diffusione dei principi della dottrina sociale della Chiesa, anche rilanciando le scuole di formazione all’impegno sociale e politico».

Ginevra Baffigo

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