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‘Ora 300mila dipendenti pubblici in meno’ Il taglio della (nostra) spesa è necessario Ma si inizi da istituzioni (?) ed enti inutili E si continui eliminando gli (altri) sprechi Nuovo welfare non più a ‘fondo perduto’

ottobre 28, 2010 di Redazione 

L’annuncio di Brunetta sull’amministrazione. Il costo dello Stato è troppo elevato: non ce lo possiamo permettere. Così i conti non reggono. E lo sviluppo (in parte per questo) ci è negato. Dunque è un problema reale. Del Paese. E nella chiave di fare il bene del Paese va affrontato. Ma solo in questa chiave. Senza retropensieri ideologici. Così è stato in Inghilterra. Da noi, le inchieste di Rizzo e Stella insegnano, c’è tutto un contro-Stato fatto di strutture che non servono (a cominciare da una lunga serie di enti inutili, passando per le province) e di sprechi (tra i quali alcuni dei privilegi della casta) dai quali, ragionevolmente, cominciare (con forza). Il peso dello Stato (su se stesso) si può alleggerire. E di molto. Senza ingaggiare pregiudizialmente una battaglia ideologica contro i dipendenti pubblici. Che restano persone. Che sarebbe irresponsabile “colpire” senza che fosse necessario. Che pure probabilmente sono troppi (a partire da quelli allocati negli enti inutili). Proprio nella chiave dell’(in)utilità e degli sprechi. E dunque una riduzione può essere necessaria. Ma nell’ambito di quel piano per ridurre la spesa in modo ordinato. Il solo che fa davvero (e strutturalmente) il bene dell’Italia. Farebbe bene il governo, poi, a passare dalle parole ai fatti (reali) nel contrasto ai mali del pubblico impiego. Anche qui, perché si tratta di un limite, e non ideologicamente.

Nella foto, il ministro della Pubblica amministrazione: «Interessante»

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A sinistra, per contro, si parla di reddito minimo di cittadinanza. Una proposta in contrasto con la situazione economica e le esigenze dei nostri conti. Peraltro il rischio è davvero di un danno culturale, per cui il Paese si segga su se stesso. E il nostro obiettivo è esattamente l’opposto. A questo fine il giornale della politica italiana propone un’ulteriore rivoluzione culturale – parte del disegno organico che raccontiamo ogni giorno – che preveda di legare l’ipotesi del reddito minimo al reinserimento nel circuito lavoro-formazione: chi non lavora, si forma (e studia) a fare nuovi lavori più specializzati, nella chiave (e nello sforzo) generale dello sviluppo (quello fondato sull’innovazione). E il reddito minimo – così come la cassa integrazione – si trasforma da spesa sociale a “fondo perduto” in investimento nel domani del Paese.

Pure la possibilità che un italiano si trovi a vivere in mancanza di un’abitazione non dovrebbe essere concepita nel nostro Paese (sempre più) civile. Sempre nell’ambito di un completo ribaltamento di piano per la costruzione del futuro dell’Italia può rappresentare un equo scambio riconoscere la disponibilità (temporanea) di una casa popolare a chi – tra coloro che vivono “per la strada”, individuati una tantum – si rendesse disponibile a fare servizio sociale e civile. Senza, naturalmente, reddito. Con progetti di progressivo reinserimento e di ulteriore ammortizzazione del “costo” della concessione – ad usum – dell’abitazione.

Naturalmente tutto questo richiede un’implementazione progressiva che non può prescindere da una «renovazione» culturale oltre che dalla predisposizione di un sistema di organizzazione e di controllo – magari attraverso la rete – che impedisca la generazione dei circoli viziosi che sono, poi, alla base dei problemi attuali.

L’obiettivo è rifare grande l’Italia. E a questo scopo tutti devono essere coinvolti.

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