Top

Scalfa: “Stop a vecchia cultura machista” Abbate: ‘Occuparsi di ciò è come giocare’ No, l’Italia moderna si fa solo nella libertà

ottobre 27, 2010 di Redazione 

Le nostre lettrici, i nostri lettori non si preoccupino: riprendendo la discussione andata in scena a La Zanzara, il programma di Giuseppe Cruciani in onda ogni giorno alle 18.30 su Radio24, dedicato alla nostra politica (sicuramente brillante e piacevole ma un po’) autoreferenziale (di oggi), il giornale della politica italiana non cede neppure un millimetro all’autocompiacimento (anche perché la nostra politica e con essa il Paese hanno, appunto, più nulla di cui compiacersi, e come abbiamo scritto più volte è il momento di muoversi) bensì ha la possibilità di affrontare un tema cruciale per il futuro dell’Italia: il ruolo delle donne.

Nella foto, Ivan Scalfarotto: «Ecco!». Ma dev’essere una delle ultime volte che, nello scrivere riguardo alle donne, siamo costretti a proporre la foto di un uomo (che ha parlato di loro, come da una cattedra)

-

La cui compartecipazione (paritaria, o meglio del tutto libera) alla definizione delle scelte per la costruzione del nostro domani è – banalmente, ma a quanto pare non troppo – decisiva.

Se da un lato uomini e donne hanno gli stessi strumenti per fare politica, dall’altro è come se quegli strumenti fossero, negli uni e negli altri, illuminati di due luci diverse. La diversa luce femminile è necessaria così come quella maschile per, potremmo dire, fare piena luce sul nostro futuro. Per illuminare la strada che ci aspetta. Non tanto e non solo noi, noi italiani. Ma l’intera umanità. Solo che altrove se ne sono già accorti, e le donne partecipano con la loro quota di luce e nessuno inciampa più (o comunque vedono meglio dove stanno andando). Qui da noi siamo ancora alle battute machiste, come quella che lo scrittore ed ex collaboratore de l’Unità ha citato ieri.

Siamo sicuri che Fulvio Abbate non abbia nessun pregiudizio maschilista, o forse sì, ma comunque non è questo il punto: il punto è che la nostra liberazione, quella della quale abbiamo scritto ampiamente nei giorni scorsi, passa necessariamente attraverso la piena liberazione femminile, di quelle donne che si trovano limitate ancora di più nel cliché anticulturale (anti)storico. Il nostro Paese non potrà compiere stesso – la propria modernità – finché nella nostra cultura non verrà cancellato ogni retaggio delle medioevali (o poco più) differenze concepite in passato e, purtroppo, appunto, da molti di noi ancora oggi.

La diversità maschile e femminile – che esiste e consiste in quella diversa luce sugli strumenti comuni, per cui si possono usare in modo più o meno differente, fermo restando che poi le differenze sfumano e si rimescolano nella specificità di ciascuno di noi, più o meno differente ma complementare – è uno dei valori costretti nella/dalla nostra cultura da mettere in campo per costruire insieme un grande Paese. Il nostro nuovo rinascimento è figlio della donna e dell’uomo. Perché la modernità è appunto la piena espressione di sé. E le donne fanno parte del sé (o dell’Io) dell’Italia. Anche perché il loro contributo è necessario perché anche gli uomini possano esprimere pienamente il loro (sé).

Piena espressione che si ottiene con la cultura. Il cui effetto liberatorio (in tutti i sensi) deve riguardare non solo le nostre risorse strette dai lacciuoli degli ultimi duecento anni di storia con l’accento particolare degli ultimi trenta, ma anche questo retaggio più antico. Un Paese moderno è un Paese (totalmente) libero, o non può essere (tale).

M. Patr.

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom