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Oggi i nostri patrioti hanno nomi stranieri Emmott, Abravanel, Ginsborg, Marchionne 1) – Italia decisiva per il progresso di tutti 2) – Viviamo nel miglior mondo di sempre 3) – Ora classe politica is unfit to continue E’ necessario il rinnovamento (di qualità)

ottobre 26, 2010 di Redazione 

Ciò che stiamo per scrivere sarà popolare solo per una metà. Del Paese. La metà che si chiama Italia – esclusa la classe dirigente. O meglio politica. E non solo perché contiene una critica nei suoi confronti. Stiamo per scrivere che le persone capaci di incidere sul discorso pubblico che vogliono il bene dell’Italia – più il Politico.it – sono tutte di nazionalità, origine, forte contaminazione e cultura non italiane. Loro, per due ragioni e grazie ad una condizione.

Nella foto, Silvio e Marchionne

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Come scriveva Cavour all’alba del Risorgimento il futuro del nostro Paese è parte del futuro del mondo, del progresso. L’Italia – anche se noi oggi l’abbiamo dimenticato – è (è stato) un gigante della civiltà. E lo è (è stato) in virtù delle sue risorse intrinseche, che sono ancora lì, dentro di noi. Per tornare grandi dobbiamo solo rimetterci mano. Come? Lo abbiamo scritto, lo scrivono loro, torneremo a scriverlo noi: liberandoci. Ma non di Berlusconi o di chicchessia (anche se, come vedremo, questa liberazione passa necessariamente attraverso un rinnovamento, ma non solo nominalistico o anagrafico). Liberandoci dai lacciuoli emotivi e anticulturali che, storicamente e in maniera più acuta recentemente, ci hanno prima «corrotto e frustrato», e poi addormentato. E la chiave per fare tutto questo è la «cultura (popolare)». Ma su questo torneremo.

La seconda ragione è che – come peraltro scrive lo stesso Emmott – un mondo così civile, così istruito, così “colto”, così connesso e solidale non è esistito mai. Beninteso: ci sono ancora prigioni, in giro per il pianeta, in tutti i sensi. E al di là di questo problemi – fame e povertà, quest’ultimo peraltro a rischio di riacutizzazione se non torneremo a riconoscere la primazia della politica sull’economia, su tutti – permangono, ovviamente, tutt’oggi. Ma in generale non siamo mai stati così bene. Pensateci. La causa di tutto questo è l’”interconnessione dei destini delle nazioni” assicurata – va riconosciuto – dal mercato e l’effetto è una marcata solidarietà internazionale. A maggior ragione, naturalmente, nei confini europei (per noi) e delle (più strette) alleanze (“ufficiali”).

La condizione perché queste due “ragioni” possano esprimersi e compiersi nell’effetto a cui facciamo riferimento è speculare ad una parte della ragione per cui invece noi – o, meglio, la nostra politica autoreferenziale di oggi – non ci riusciamo: si tratta della modernità. La modernità è la piena espressione di sé. Oggi. Da noi (appunto) questo oggi non c’è. Siamo costretti nel nostro cliché “culturale”. Non siamo liberi (appunto). E dunque non siamo moderni. E questo ci impedisce di essere lucidi e lungimiranti. Insieme ad un’altra cosa. Ciò che scriviamo ogni giorno. Per questo, per la «corruzione e frustrazione» e per il fattore di innovazione ma anche di destabilizzazione fuorviante rappresentato dal berlusconismo oggi la nostra politica è completamente autoreferenziale. Nel senso che è rivolta su se stessa. E ciò ha provocato, alla fine, un innamoramento di questa condizione e di se stessa. Così, la politica italiana non vede. E non ci sente. Non vede: non ha idee. Non ci sente: non capisce che, per questo, è necessario un rinnovamento. Ma un rinnovamento che non consista nella semplice cooptazione o apertura. Rinnovamento significa creazione delle condizioni per la nostra liberazione e quindi per la nostra modernità. Rinnovamento. Di qualità. Un rinnovamento che la nostra politica deve favorire. E che i possibili “liberatori” dell’Italia devono a loro volta favorire contrapponendosi in una grande battaglia delle idee. O continueremo ad avere patrioti stranieri. Un ossimoro.

M. Patr.

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