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Ecco la (con)causa di tutti i mali dell’Italia De Mauro: ’70% di noi è (semi)analfabeta’ Tremonti: ‘La cultura non dà da mangiare’ La cultura è quel che rifarà grande Paese Berchet: “E parliamo di quella popolare” Appello Politico.it: non date la tv pubblica

ottobre 25, 2010 di Redazione 

Non ci stancheremo di ripeterlo: così come ha unito per ben due volte l’Italia (accomunandoci per lingua-ggio, restituendoci un senso di unità) la Rai è lo strumento attraverso cui rieducare e liberare questo Paese, perché possa – da sé – rifarsi grande. Per subito, mentre si potenzia la rete (in tutti i sensi), alimentatore (anche qui, in tutti i sensi) del futuro. E lo farà restituendoci la capacità di «altri pensieri e più vaste intenzioni». Guai a voi se in difficoltà nel farne qualsiasi cosa che non sia uno strumento di autoreferenzialità la venderete, buttando la chiave per riabilitare (è proprio il caso di dirlo) nemmeno in tempi troppo lunghi questo Paese. Una volta rimessici in carreggiata, allora sì potrà essere un momento utile per mettere lei sul mercato, un mercato che – come tutti – non sia però nemmeno in quel momento abbandonato dalla nostra politica a se stesso (e poveri noi). Il modo in cui farlo, certo, sono le regole; e l’ispirazione dell’esempio (coinvolgimento. coordinamento). Ma nel produrle non siamo subordinati all’ideologia (nemmeno quella che, per ora – ? -, ha resistito alla resa dei conti della Storia). Perché guardate in che condizione siamo, nel pezzo che state per leggere firmato Catone. La tivù non può tutto, naturalmente, poi ci vogliono la scuola, un sistema universitario e di ricerca d’eccellenza, e – magari – la formazione permanente. Ma è (anche qui) il catalizzatore di tutto questo. Ovvero ciò che può spalancare le porte e preparare (una seconda volta) il terreno. E poi favorire il mantenimento/continuo rifiorire. Perché non dimentichiamoci che non dovremo smettere. Il lavoro non finisce all’apice; continua per consolidare, e accentuare sempre di più gli effetti. Il pezzo di Catone, intanto. Su dove stiamo ora. E perché.       

Nella foto, il professor Tullio De Mauro

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di Stefano CATONE

5% di analfabeti, 33% di semianalfabeti e un altro 33% a rischio analfabetismo di ritorno. Sono questi i dati elaborati da Tullio De Mauro, che disegnano un’Italia spaccata. E la linea di frattura divide un’Italia che possiede i mezzi per comprendere la complessità e un’Italia che difficilmente riuscirà a comprendere un articoletto sull’ultima giornata del campionato di calcio.

Preoccupante la proporzione. Sono infatti il 70% le persone che hanno difficoltà gravi con la lingua italiana. Mancanza di proprietà di linguaggio, mancanza di comprensione e di conseguenza impossibilità di rielaborare. E impossibilità di esprimersi, di raccontare le proprie rabbie, le proprie paure, di immaginare un futuro che sia diverso dal presente.

Oltre il dato su scala nazionale, la frattura risulta essere anche geografica. Le regioni italiane dove l’analfabetismo sfonda l’8%, la soglia di allarme, sono tutte del centro/sud: Campania, Calabria, Molise, Sicilia, Puglia, Abruzzo, Sardegna e Umbria. Il triste primato spetta alla Basilicata, con il 13,8%. L’elemento geografico ci racconta anche un’altra dinamica: Basilicata e Calabria hanno, in percentuale, più laureati di Lombardia e Piemonte, ma il tasso di emigrazione dei giovani laureati è talmente alto che la popolazione analfabeta e semianalfabeta incide notevolmente sul dato complessivo.

Stefano Catone

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