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…che si ricorda le (sue) vite precedenti Ma Ulivieri ora lo stronca: una sola stella

ottobre 24, 2010 di Redazione 

Un film comunque magico (anche se sicuramente un po’ “noioso”, come lo giudica il nostro critico) che vale la pena di vedere. Un film – forse – per palati fini. di FABRIZIO ULIVIERI

Lo zio Boonmee che si ricorda le sue vite precedenti

REGIA: Apichatpong Weerasethakul

ATTORI:
Thanapat Saisaymar
Jenjira Pongpas
Sakda Kaewbuadee
Natthakarn Aphaiwonk
Geerasak Kulhong

GENERE: Commedia

DURATA: 90 min

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di FABRIZIO ULIVIERI

Fin dall´inizio il film palesa le sue intenzioni: un film sulla foresta, sulle creature della foresta, sulle voci, le fabulae e gli spettri della foresta.

Ci sono lunghi silenzi e dialoghi a cascata alla Éric Rohmer.

E´ la storia dello zio Boonmee (Thanapat Saisaymar) che malato di reni, presentendo la fine, si reca a morire in un suo possedimento all´interno della foresta thailandese. E´ accompagnato da alcuni familiari ed aiutato da alcuni lavoranti.

Durante la cena, in uno stile molto surrealista, appaiono il fantasma della moglie Huay (Natthakarn Aphaiwonk) ed il figlio Boonsong (Geerasak Kulhong) che si è trasformato in una scimmia fantasma dopo essersi accoppiato con una di loro di sesso femminile.

Intendiamoci, detto così potrebbe parere anche un film avvincente ma non è così.

E´ un film concettuale (forse sarebbe meglio dire “concettoso”), dove la filosofia e le tradizioni del paese del regista prendono il sopravvento sulla dinamica del film. E´ un assurdo dello schermo a cui magari uno si sottomette solo perché ha vinto la Palma d´Oro a Cannes.

Ma com´è stato possibile? Ci si chiede via via che il film si dipana.

Forse è stato possibile perché la Francia di film concettuali e noiosi ne ha sfornati parecchi. Film in cui le dinamiche dell´azione passavano in second´ordine rispetto ai dialoghi ed ai concetti. Forse per questo motivo ai francesi è piaciuto il film di Apichatpong Weerasethakul.

In fondo la cultura francese è soprattutto una cultura accademica e come tutte le culture accademiche ama il concettuale ed il noioso.

Se per fare cultura bisogna annoiare allora questo film di cultura ne fa tanta.

Non c´è azione in questa pellicola. Non c´è passione. E´ un mero esercizio di teorie e tradizioni sul karma e sulla reincarnazione.

La caratteristica di questo regista è fare cinema, innanzitutto, con luci, ombre, suoni, rumori, voci di animali e della natura. Fruscii, ansimi, vibrazioni di sottofondo costanti e minacciose. Rumore di acqua e gocce che cadono.

Un po´ poco per tenere su (to entertain) l´attenzione dello spettatore.

Questo film è una gran tristezza: neanche il Pasolini del Vangelo Secondo Matteo era tanto noioso!

Do una stella a questo film e consiglio al regista almeno due anni di full-immersion ad Hollywood.

Poi ritorni pure a fare cinema.

FABRIZIO ULIVIERI

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