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Ogni settimana al cinema con il Politico.it Oggi Ulivieri mette ‘confronto due scuole Hollywood: Fair Game con Penn su Bush Surrealismo ‘coreano’ de Lo zio Boonmee La copertina, of course, per Naomi Watts

ottobre 24, 2010 di Redazione 

Un’altra domenica di grande cinema sul giornale della politica italiana. Il giornale di Attilio Palmieri, il giovane e talentuoso critico de il Politico.it, tra i più brillanti giovani studiosi italiani. E del critico-scrittore fiorentino. A “duello”, per la penna di Ulivieri, la grande tradizione cinematografica americana con un thriller politico che risponde perfettamente (anche troppo…) ai canoni del genere. E un cinema più riflessivo, con quella vena magica che attraversa tutta la produzione sud-orientale, Palma d’Oro a Cannes ma stroncato da Ulivieri. Cominciamo con il Fair Game che ruota attorno alla spregiudicatezza dell’amministrazione di George W. che portò all’attacco all’Iraq – dopo l’11 settembre – nonostante non ci fossero, in realtà, le prove che Saddam fosse in procinto di dotarsi dell’atomica, e che comunque avesse armi di distruzione di massa. Uno scenario assimilabile a quello che ci troviamo di fronte nella dialettica con l’Iran, con una “piccola” differenza: alla Casa Bianca, oggi, c’è Barack. Fair Game dunque. E poi Lo zio Boonmee che ricorda le sue vite precedenti. di FABRIZIO ULIVIERI

Nella foto, Naomi Watts

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Fair Game – Caccia alla Spia

REGIA: Doug Liman

ATTORI:
Sean Penn
Naomi Watts
Sam Shepard
Bruce McGill
David Andrews

GENERE:Azione

DURATA:107 min.

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di FABRIZIO ULIVIERI

E´ inutile che uno cerchi impennate diverse da quelli che sono i cliché del cinema americano nella tradizione di All The President’s Men: Famiglia, Democrazia e Costituzione. La famiglia ha imbevuto la cultura americana del pari che il concetto della democrazia e dell´idea di libertà insita nella Costituzione dei Padri Fondatori. Chi cercasse altrimenti, un´idea innovativa in questo tipo di film, troverebbe Fair Game alquanto banale e ripetitivo.

Con questa ottica va dunque osservato Fair Game: le strutture sono quelle e su quelle strutture si impernia la storia di Valerie Plame (Naomi Watts) e di suo marito, Joseph Wilson (Sean Penn).

Lei una spia della CIA, lui un ex ambasciatore, che occasionalmente lavora per la CIA (non pagato, perché anche la CIA sembra aver problemi di bilancio).

L´avvio è veloce, scoppiettante, accompagnato da un adeguato linguaggio scurrile e subito da un sano bisticcio fra moglie e marito dopo una cena con amici. Il marito ha un difetto: non sa tacere la verità né davanti agli amici né davanti alle manovre politiche. Un bravo americano non tace mai davanti alla verità (soprattutto quando viene distorta).

L´inizio ci parla appunto della vita da spia e da mamma di Valerie. Della vita di coppia in cui i ruoli si sono invertiti, come spesso succede nella società americana. Valerie fa orari da uomo e non si occupa dei bambini. Joseph si occupa dei bambini e parla da casalinga frustrata.

Tutto procede regolare con comunicazioni secondo ruolo (soprattutto tramite post-it appesi sul frigo), finché non arriva il Dialogo. Quello che solitamente fa lei, ma questa volta lo fa lui: il dialogo della casalinga frustrata. E´ il dialogo che fa sempre presentire un cambiamento nella trama dei film americani. Avverte che ci sarà un cambio di passo e preannuncia che da ora in poi le cose andranno diversamente da come sono finora andate.

Il film è ambientato negli anni della Matrix tessuta dall´amministrazione Bush che vuole invadere l´Iraq. Anni in cui la CIA è incaricata di trovare le prove che l´Iraq stia costruendo una bomba atomica ma non le trova e tentenna. Per questo si manipoleranno ad hoc i comunicati politici. Davanti a tanta menzogna Joseph, l´americano onesto che non sa tenere la bocca chiusa e che conosce la verità, sì indignerà. Scriverà allora un articolo contro la manipolazione delle prove su The New York Times contro l´amministrazione Bush e sarà la fine della carriera di Valerie all´interno della CIA.

Il film, come molti del genere, sta dalla parte dei perdenti. Sta dalla parte della democrazia, che Hollywood cocciutamente tramanda, premendo l´acceleratore sull´ideale del sogno americano: la famiglia, la democrazia e la costituzione.

In fondo se questi miti non li portasse avanti Hollywood chi li porterebbe avanti? La Goldman Sachs? Wall Street?

Un film di grande mestiere con grossi attori. Tuttavia incapace di coinvolgerti completamente dall´inizio alla fine.

Due stelle e mezzo.

FABRIZIO ULIVIERI

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