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E nostra politica è così autoreferenziale che Paese sembra si sia abituato (a tutto) Report racconta iceberg di (tutta la) casta E tutti a parlare della sola ‘punta’ di Silvio

ottobre 22, 2010 di Redazione 

Abbiamo aperto con una critica al giornalismo connivente o appiattito sul palazzo chiuso su se stesso, in cui abbiamo rilevato come la compartecipazione all’autoreferenzialità della nostra politica odierna abbia ridotto gli anticorpi del Paese, negando contemporaneamente quella reazione che in ogni democrazia liberale è figlia dell’impegno della stampa (più o meno regolare, in tutti i sensi) o addirittura direttamente invocata da essa (come recentemente accaduto, peraltro, in Calabria, dove il Quotidiano di Matteo Cosenza ha portato in piazza migliaia di persone contro la camorra. Un bell’esempio di modernità). Ora vediamo (al contrario) un (altro) esempio clarissimo di come il Paese, a causa di questa connivenza o appiattimen- to della stampa stessa, finisca per perdere la coscienza di sé, oltre alla propria capacità critica (che pure in Italia, vivaddio, grazie ad un giornalismo – quello non connivente ma al limite solo appiattito – comunque critico, anche se rispetto all’oggetto sbagliato, non è del tutto venuta meno). Puntata di Report in cui si parla del “condominio” di Antigua del presidente del Consiglio. E abbiamo già detto tutto. Perché in realtà di tutto questo si è parlato nei sedici minuti finali della trasmissione, quelli in cui si spiega «com’è andata a finire» una storia già precedentemente raccontata. La puntata era su altro. O meglio su altri. Perché il tema era sempre la nostra politica autoreferenziale che si fa casta, solo, tutto il resto (da Berlusconi). Un mondo di famiglie insediate nei vari rami delle nostre istituzioni e delle aziende pubbliche, di corruzione, di conflitti di interessi. E non è un altro mondo (appunto) ma la nostra classe dirigente. La polemica preventiva di Ghedini ha sicuramente attirato l’attenzione su quei 16 minuti. E si tratta pur sempre, in questo caso, del capo del governo. Ma la storia era vecchia. Il segno di come il giornalismo italiano, anche quando si fa buono (come in questo caso), preferisce puntare su altro (aprendo peraltro un conflitto che, come abbia- mo scritto, poco ha a che fare con quello stesso, buon giornalismo dei minuti precedenti). E come il Paese, sia ormai indisposto a seguirlo sulla strada di ciò che conta davvero. Per- ché è stato plasmato sulla forma della nostra politica autoreferenziale di oggi. A tal punto da non saper ascoltare quando se ne denunciano i vizi (quelli veri, quelli nuovi, quelli di – quasi – tutti). Perché nelle orecchie (e nella testa) ha solo l’(ormai) vecchio teatrino. Attilio Ievolella ci parla (anche) di ciò che non hanno sentito.

Nella foto, Milena Gabanelli: «Folies»

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di Attilio IEVOLELLA

“Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”

Report è tornato sugli schermi di Raitre, dopo la pausa estiva. E ha conquistato un ottimo successo sul fronte degli ascolti. Grazie, forse, anche alle critiche mosse al programma, `guidato´ da Milena Gabanelli, prima ancora di andare in onda.

A distanza di qualche giorno dalla prima puntata della nuova stagione – vista nella serata del 17 ottobre e visibile ancora on line sul sito di Report – però, a colpire è che tutta l´attenzione si sia centrata solo e soltanto sull´aggiornamento dell´inchiesta andata in onda il 15 novembre 2009. Nella rubrica “Com´è andata a finire” è arrivato un ulteriore approfondimento sul tema “La banca dei numeri uno”, che, secondo quanto raccontato da Report, coinvolge anche il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, tra immobili, paradisi fiscali e società off-shore.

Pronta è arrivata l´accusa di lesa maestà. Con riflessioni sparse su ruolo e peso del giornalismo. Pareri positivi da un lato, critiche dall´altro…

Tutto, però, ha ruotato su 16 minuti di trasmissione. E’ stato completamente ignorato il lavoro realizzato, e presentato ai telespettatori italiani, che, a prescindere dal proprio colore politico, hanno potuto conoscere – semmai non ne fossero ancora consapevoli – la pessima italica abitudine dell´attribuzione di incarichi (con relativi compensi) a persone che hanno, spesso, un unico merito: far parte del gruppo di potere in auge.

Dov´è la sorpresa? Semplicemente la sorpresa è rappresentata, in questo Paese, dal fatto che un lavoro giornalistico – ben fatto – riporti ciò che è sulle carte ufficiali, ovvero incarichi, nomi, enti, parentele e amicizie, e, soprattutto, ponga domande ai diretti interessati sulla ammissibilità dei tanti piccoli (e grandi) conflitti di interessi che si concretizzano ogni giorno in Italia. Perché Berlusconi – ci ritorniamo a volo d´uccello – è, da questo punto di vista, solo la punta dell´iceberg, di un iceberg fatto di scelte di convenienza (personale) e di assoluta non convenienza per il Paese.

Ci si può domandare: se il conflitto d´interessi è il fil rouge che tiene unita l´Italia, è pensabile che si possa approntare una legge che contrasti le diverse forme ed espressioni del conflitto d´interessi?

Il giornalismo – e Report ne è stato un esempio chiarissimo – ha il compito di indicare i problemi, le magagne, di evidenziarne le caratteristiche. Ai cittadini è affidata la possibilità di esercitare – se vogliono – il diritto-dovere di farsi (e fare) domande, di indignarsi, di agire di conseguenza.

Report ha raccontato una faccia – poco piacevole – del Paese: la mancanza di trasparenza. Che si manifesta nell´attribuzione di incarichi (ben ricompensati) e nella gestione di patrimoni collocati in (ambiti) paradisi fiscali, e che è preoccupante soprattutto perché pare coinvolgere, direttamente o indirettamente, anche lo Stato, quindi anche i cittadini (che spesso ne pagano, di tasca propria, gli effetti).

Per concludere, Report ha indicato la luna…

Attilio Ievolella

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