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Diario politico. Di cosa stiamo parlando? Ammettiamo pure che sia ok tutto questo C’è Lodo Alfano costituzionale retroattivo Camera nega l’autorizzazione per Lunardi Un italiano: “Non risolve i miei problemi” Capiamo o no che così Paese va’ fondo?

ottobre 20, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. Un grande racconto della nostra vicedirettrice. Nell’introdurre il quale prendiamo – per un momento – per buono che tutto ciò di cui si è discusso oggi, nel modo in cui lo si è “discusso” e affrontato, sia legittimo. Prendiamo per buono che lo scudo per le alte cariche sia un provvedimento che ci equipara ad altre democrazie europee, e che la retroattività – lo scrive ad esempio Fabrizio Rondolino – sia un elemento «senza il quale il Lodo non è». Prendiamo per buono che l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro delle Infrastrutture – non importa, qui, spiegare di cosa è accusato Lunardi; non è giusto gridarlo perché Lunardi è innocente fino a prova contraria. All’interno, naturalmente, ne parliamo – sia stata negata perché – come sostiene la maggioranza – non c’erano gli elementi per giudicare (?). La chiosa di un nostro connazionale – quelli che «ho 700 euro di mutuo mensile da pagare» – a Ballarò risponde nel modo più centrato, e non veniteci a parlare di demagogia, mentre il Paese va a picco, insieme agli italiani, al vero “lodo” – che nella nostra lingua significa controversia posta da un’autorità (?): appunto – della giornata: di che cosa stiamo parlando? L’ha capito o no questa nostra politica autoreferenziale di oggi che il suo compito è un altro, e che oggi o vi assolve oppure muore (il Paese)? Questo è il punto. Questa è la mancanza. Al di là di ogni valutazione di merito. Che non è rilevante fare. Di rilevante c’è il nostro domani, il domani di tutti noi, del nostro Paese (non quello del premier, non quello, con tutto il rispetto, di Lunardi). Di cui – a parte noi – non si è occupato (ancora una volta) nessuno. Il racconto di ciò di cui si è parlato, ora, all’interno.

Nell’immagine, le scelte concrete assunte per il bene del Paese nel corso della giornata di martedì

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di Ginevra BAFFIGO

«I processi nei confronti del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio, anche relativi a fatti antecedenti l’assunzione della carica, possono essere sospesi con deliberazione parlamentare». Così recita l’emendamento al lodo Alfano, presentato dal senatore Carlo Vizzini (quota Pdl), che ottiene il beneplacito della commissione Affari costituzionali di palazzo Madama. Lo rendono possibile 13 senatori di Pdl e Lega, a cui rapidamente si aggiunge il senatore finiano Maurizio Saia. Per l’Mpa si registra invece una colpevole assenza. Mentre, nelle file dell’opposizione, i pochi reduci arrivano a quota 7.

I lavori della commissione sul Lodo continueranno nel pomeriggio di mercoledì e giovedì a ritmi cadenzati: «Porteremo presto il lodo Alfano in aula al Senato» chiosa soddisfatto il capogruppo dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri.

Malgrado l’incedere marziale dell’esecutivo, le opposizioni insorgono e gridano battaglia. Ma nei loro corni di guerra gemono solo striduli suoni: nessuno ha sufficiente fiato per risultare credibile, tanto meno minaccioso.

Ancora una volta infatti mancano i numeri. Mancano quelli del Fli, dato che ormai deposta l’effige della legalità dietro cui, solo poche settimane fa, sembravano barricarsi tutti gli uomini del presidente della Camera. Oggi fra questi c’è chi varca la trincea protetto dal fuoco governativo. Si rientra nei ranghi a sostegno della maggioranza, che così può tornare a definirsi tale.

Ma nelle sguarnite file lasciate alle spalle, lo sdegno non tarda a farsi sentire. Il segretario Democratico, Pierluigi Bersani, denuncia il provvedimento «vergognoso»: «Viaggiamo ai limiti dell’assurdo – è il commento il leader del Pd – È indecoroso e vergognoso pensare di procedere ad una assoluzione per via parlamentare. Faremo barriera con tutte le forze che abbiamo».

Bersani non manca di scagliare un dardo sulle file dei finiani: «Loro hanno sempre detto che avrebbero votato il Lodo Alfano», ma ritengo che «anche una norma costituzionale fatta nel pieno di una vicenda che riguarda una persona resta una legge ad personam». «Evidentemente – rimarca acre il Democratico – Fli non fa questa valutazione, a me sembra un elemento di incoerenza». Ben più netto il giudizio del capogruppo Pd, Dario Franceschini: «Non ci stupisce, la norma era fatta per quello. È una vergogna, ora devono spiegare». Sulla stessa linea anche il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, è «una scelta sbagliata», per quanto l’Udc abbia preferito astenersi. «Non metteremo veti» chiosa ancora Casini.

Durissima poi la reazione dell’Italia dei Valori: «Così si prepara la strada dell’immunità per Berlusconi se andrà al Quirinale» sostiene il senatore Idv, Francesco Pancho Pardi. Infine, quando la parola passa ad Antonio Di Pietro, i toni si fanno decisamente roventi: «E’ stato smascherato anche il finto ritorno alla legalità di Fli che al primo passaggio vero ha appoggiato una norma che garantisce l’impunità al premier». «Siamo alla caduta – sostiene ancora Di Pietro – della democrazia e dello Stato di diritto. Facciamo un ultimo appello a Fini perché in Aula dica ai suoi parlamentari di non cedere al ricatto».

Le smentite di Futuro e Libertà. Chiamato in causa, il finiano favorevole al emendamento Vizzini, prova a spiegare la questione dal suo punto di vista: «Sulla norma che prevede la sospensione anche di quei processi cominciati prima del conferimento del mandato Fli è assolutamente d’accordo. Lo abbiamo già detto una ventina di giorni fa, lo abbiamo confermato con il voto». E così anche Giulia Bongiorno, presidente Fli della Commissione Giustizia della Camera, non condivide «le polemiche sulla retroattività del lodo Alfano». «Ed infatti, la finalità del cosiddetto lodo Alfano costituzionale – spiega – è quella di salvaguardare la serenità nello svolgimento delle funzioni da parte delle alte cariche dello Stato che, ovviamente, potrebbe essere compromessa nel caso in cui non venissero sospesi processi per fatti antecedenti all’assunzione della carica». Ben più enigmatica la posizione di Italo Bocchino, capogruppo Fli alla Camera. No comment del delfino di Fini: «Parlo delle cose di mia competenza e di questa mi occuperò quando verrà alla Camera».

Enrico Costa, capogruppo del Pdl in commissione Giustizia alla Camera, invece non perde tempo e ne approfitta per fendere un colpo nel fianco sguarnito dei Democratici: «Un Pd senza argomenti e senza idee non è in grado di fare altro che appoggiarsi sulle posizioni di Di Pietro sperando in una caduta del governo per via giudiziaria. Invece di provare a costruire un’alternativa politica, da sedici anni confidano nella magistratura per sovvertire il risultato elettorale. La loro posizione sul Lodo Alfano ne è la più limpida testimonianza».

Mentre si consuma il riacceso dibattito sulla retroattività del Lodo, resta sospesa in un limbo giuridico la legge elettorale. La Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama le ha dedicato solo pochi minuti, cosicché la discussione dovrà necessariamente seguire la prossima settimana. Il relatore Lucio Malan ha sollecitato il Pd affinché indichi la proposta sostenuta dal gruppo. «Il Pdl – dichiara Malan in Commissione – sostiene la proposta Quagliariello. Il Pd, fra le tante presentate, quale sostiene?». E la risposta non la attende solo il governo.

Salva-Lunardi. Montecitorio decide di «salvare» Pietro Lunardi, ex ministro delle Infrastrutture, oggi deputato del Pdl, indagato per corruzione, insieme all’arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe. Secondo l’accusa, il titolare dei Trasporti nel 2004 avrebbe comprato da Propaganda Fide al prezzo di favore di 3 milioni di euro (piuttosto che 8 milioni di euro) un intero palazzo di cinque piani in via dei Prefetti, nel centro storico di Roma, in cambio del finanziamento pubblico di 2 milioni e mezzo di euro per la ristrutturazione di un immobile situato in piazza di Spagna.

«Oggi è stato fatto un primo passo importante per fare chiarezza», dice lo stesso Lunardi dopo il verdetto della Camera, che decide così di negare l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro con 292 voti a favore, 254 contrari e 2 astenuti.

A votare a favore del rinvio degli atti troviamo ovviamente i partiti di maggioranza: Pdl, Lega e Fli. Di contro le opposizioni: Pd, Idv e Udc. Le due astensioni sono state dei deputati dell’Udc Rocco Buttiglione e Mario Tassone.

«È impossibile per la giunta e la Camera prendere in considerazione questa richiesta senza poter analizzare la condotta di entrambi i presunti concorrenti di questo episodio», ossia del «corrotto e corruttore», è quanto sostiene il relatore di maggioranza, Giuseppe Consolo. Mentre per Futuro e Libertà, «è evidente, palese, scritto su muri che il tribunale dei ministri di Perugia ha omesso di svolgere il ruolo di filtro e vaglio dei fatti» che gli compete e dunque è parso necessario «alla maggioranza della giunta che – vuoi per la non completa prospettazione alla Camera dell’episodio corruttivo, vuoi per l’assoluta insufficienza delle indagini sommarie svolte dal tribunale dei ministri – gli atti siano restituiti all’autorità giudiziaria medesima».
Stessa lunghezza d’onda di Consolo per Maurizio Paniz (Pdl): «Qui non si tratta di discutere della salvaguardia di un privilegio, ma solo di garantire che la giustizia operi in modo corretto, senza prevaricazioni di metodo magari attraenti sul piano mediatico ma inaccettabili».

Tutt’altri toni si levano invece dalle opposizioni, dove per il Pd non si può evitare di indicare tutti i coimputati come esponenti della “cosiddetta cricca”. Secondo Marilena Samperi, «le eccezioni procedurali opposte dalla maggioranza sono tutte inconsistenti». Quanto alla competenza territoriale Samperi ricorda che «la Cassazione l’ha fissata ieri al tribunale di Perugia», quanto poi alla «mancata istruttoria del tribunale dei ministri di Perugia, è inconsistente perché il tribunale aveva l’obbligo di istruire per decidere sull’archiviazione o meno e questo ha fatto».

Ben più duro il commento di Massimo Donadi, capogruppo dell’Idv alla Camera: «È la cricca che si autoassolve, un voto che dimostra la volontà di autoconservazione della casta».

Vieni via con me… o no? Futuro incerto per il nuovo programma di Fabio Fazio Vieni via con me, con Roberto Saviano. Rischiano infatti di non esserci le condizioni per dare il via alla prima puntata, il 9 novembre in prima serata su Raitre.

A mettere a rischio la trasmissione sarebbe stato il mancato perfezionamento dei contratti per Roberto Benigni, Paolo Rossi e Antonio Albanese, ospiti alla prima puntata.

Immediata la smentita della direzione generale della Rai, dalla quale assicurano che tutto è a posto, salvo il contratto di Benigni con i suoi 250 mila euro di cachet, cifra che questi anni bui per la televisione di Stato rendono assolutamente proibitiva.

Sulla cifra però non tarda ad aprirsi un giallo. Il manager di Benigni rilascia da subito una versione diversa dei fatti: l’attore toscano non avrebbe infatti avanzato alcuna pretesa remunerativa, ma al contrario sarebbe ben disposto ad accettare il compenso standard di viale Mazzini. Come dice il manager del premio Oscar, Lucio Presta: «Mi sono limitato a chiedere quale fosse l’offerta dell’azienda per la presenza di Roberto». Ed anzi, Benigni sarebbe arrivato a rendersi disponibile alla rinuncia del compenso.

Inutile dirlo: la Rai non se lo è fatto ripetere due volte.

Ma dal compenso la polemica si è rapidamente spostata sui contenuti. non sarà stato un caso, mal gestito, di censura preventiva?

Il caso lo solleva il padrone di casa, messo in imbarazzo di fronte ai suoi illustri ospiti. Fazio infatti chiosa amaramente: «A tre settimane dalla messa in onda Endemol Italia non ha ancora il contratto, gli ospiti non hanno ancora il contratto e giustamente Saviano dice: “Così non vado in onda”. E io sottoscrivo pienamente». «Non ci sono giustificazioni di natura economica – denuncia ancora il conduttore – evidentemente è un momento in cui la tv non può permettersi di raccontare la realtà».

Sul rebus dei contratti Fazio rincara ancora la dose: «Lo abbiamo già detto prima dell’estate: i programmi – rimarca il conduttore di Che tempo che fa – o si fanno bene o non si fanno, le vie di mezzo non esistono. Ci siamo messi a lavorare e abbiamo raccontato per filo e per segno all’azienda la trasmissione, nella quale Saviano avrebbe voluto parlare di mafia e politica, di emergenza rifiuti, di carceri, di ricostruzione all’Aquila, di delegittimazione e macchina del fango. Capisco che sono argomenti che fanno paura».

Fazio esclude che dietro i ritardi nell’approvazione dei contratti ci siano ragioni di carattere economico, tesi sostenuta dalla direzione generale e avallata dal centrodestra: «Benigni ha accettato tutte le condizioni poste dalla Rai», andando per giunta in difetto rispetto alle sue ultime apparizioni. «Ma a tre settimane – è ancora lo sfogo di Fazio – praticamente non ha il contratto nessuno. E per di più oggi abbiamo saputo da Raitre che son stati rimandati indietro contratti sui quali erano già stati presi accordi. Ora basta. Senza ospiti il programma non si può fare, c’è un limite oltre il quale non si può andare». Quanto a Saviano, «sono convinto – si pronuncia Fazio in difesa – che abbia il diritto di essere trattato benissimo dalla tv di Stato. Per quello che rappresenta, deve essere protetto da tutti i punti di vista, anche da quello mediatico».

Ginevra Baffigo

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