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Ricetta della destra? Rivoluzione liberale Presidente, è tempo di metterla in campo L’ultima puntata dell’inchiesta di Federici

ottobre 16, 2010 di Redazione 

A qualcuno, visti i guasti provocati da un mercato lasciato completamente libero di dettare legge anche, di fatto, sulla politica, potrebbe apparire come l’ultima (?) delle ideologie. Tuttavia è una possibile risposta, legittima, allo stallo attuale ed è la risposta data da tutti i governi democratici di destra d’Occidente. Il solo Paese che non l’ha ancora sperimentata è l’Italia. I nostri lettori conoscono le idee del giornale della politica italiana, che si potrebbero definire come d’un liberalismo dolce, che non dimentica la necessità del primato della politica e le necessarie garanzie, e tuttavia riconosce l’opportunità di una società più mobile e snella. Quelle che saranno le (eventuali?) proposte del centrosinistra le ascolteremo. Finché governerà la destra non ci stancheremo di ripetere al presidente del Consiglio: se ci credi, come dici di credervi dal giorno della tua discesa in campo, falla tua e realizzala; è il modo in cui puoi dare il tuo contributo a rifare grande l’Italia, evitando intanto il definitivo avvio sulla strada del declino. Non c’è più tempo, presidente Berlusconi: è per questo che il Politico.it da settimane la invita a fare una scelta. E se la sua scelta è quella di proseguire – ma, allora, come abbiamo detto e come lei stesso ha “accolto” lo deve fare sul serio – ecco, nelle due puntate che ha avuto modo di leggere e nell’ultima che vi proponiamo ora, come fare. di GABRIELE FEDERICI

Nella foto, il presidente del Consiglio: (ci) applaude (il nostro Federici) (?)

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di Gabriele FEDERICI

“Siamo all’epilogo di una stagione politica: il liberismo appare sempre più come un’ideologia primitiva”. Non sono le parole di Friederich von Hayek, altresì quelle di Fabio Mussi, ex ministro per l’Università e la Ricerca dell’ultimo Governo Prodi, attuale presidente di Sinistra Democratica ed ex esponente del PCI.

Le parole di un uomo di sinistra come Mussi lasciano intendere chiaramente l’avvento di una nuova concezione dell’agire politico: una concezione che muove le basi proprio dal liberismo, da quella ideologia propugnata dal movimento neoconservatore anglosassone e che ha cambiato i connotati anche a delle realtà sinistrorse, oppure socialiste; si pensi ai laburisti dell’era Blair, ovvero ai socialdemocratici danesi di Poul Nyrup Rasmussen.

L’affermazione del liberalismo in economia, quindi in politica ha permesso una serie di notevoli conquiste dagli anni ’80 fino ai giorni nostri sia in ambito civile e politico, come l’aumento delle liberaldemocrazie in tutto il mondo, il crollo del comunismo, quindi il processo integrativo europeo, sia in ambito scientifico e tecnico, come l’avvento di internet, gli ulteriori sviluppi della scienza medica e nell’astronautica.

La libera circolazione dei capitali ha favorito indubbiamente il consolidamento degli istituti democratici nei paesi dell’Europa orientale, quindi un libero movimento delle donne e degli uomini nel mercato comune europeo, comportando una libera circolazione delle merci, dei beni e dei servizi, quindi delle idee, all’insegna della migliore tradizione filosofica liberale: “Se su di un confine non passano le merci, attraverso di esso passeranno i cannoni”, afferma il filosofo ed economista liberale francese Frédéric Bastiat nella prima metà dell’800.

Dario Antiseri, importante filosofo liberale italiano, nonché ordinario di “Metodologia delle Scienze Sociali” presso la Luiss “Guido Carli” di Roma afferma che l’economia di mercato genera il più ampio benessere. Essa sta a fondamento delle libertà politiche. Esige la pace interna ed esterna giacché altrimenti si distruggerebbe la condizione minimale che rende possibile la cooperazione in regime di divisione del lavoro. La libertà economica, vale a dire la “logica di mercato”, secondo Antiseri, genera la più ampia prosperità; è a fondamento delle libertà politiche, ponendo al centro della “umana comunità una persona libera, creativa, responsabile”.

Il più grande traguardo raggiunto dalla liberalizzazione globale dei mercati, quindi dalla privatizzazione dei servizi e dei beni, comportando la genesi dell’economia dell’offerta, è stata la particolare attenzione rivolta nei confronti del “cittadino consumatore”. E’ il consumatore che liberamente decide quale prodotto comprare e quindi di quale servizio usufruire, decretando l’esistenza o meno di quella particolare merce sul mercato. E’ il cittadino che decide quale realtà partitica votare oppure no, decretandola maggioranza, quindi governo e confinando le altre realtà partitiche sconfitte al giusto ruolo dell’opposizione.

E’ profondo il legame che si instaura tra la Scienza Politica e l’Economia Politica, in particolar modo tra la democrazia e l’economia di mercato: il potere attribuito ai cittadini è maggiore rispetto al passato, la rivoluzione liberale ha permesso agli individui di usufruire di una più ragguardevole libertà sulla propria esistenza, le proprie scelte, le proprie convinzioni politiche, sociali ed etiche. Si è dunque liberi dallo Stato, dalle sue imposizioni e dalle sue distorsioni sul mercato.

La “manus publica” viene alleggerita proprio per garantire un’ulteriore libertà politica e civile, secondo il premio Nobel per l’economia nel 1974, Friederich von Hayek, il quale afferma nella sua magistrale opera “The Road to Serfdom”: “To be controlled in our economic pursuits means to be controlled in everything”; un’intuizione geniale quella del filosofo ed economista austriaco, naturalizzato britannico, che vede nell’imposizione statale, nel controllo statale sull’agire umano una via, una strada per l’asservimento, una distorsione delle volontà degli individui responsabili all’interno della società civile.

Il pensiero di Hayek, insieme agli sviluppi teorici nella scienza economica di Milton Friedman costituiscono quell’humus culturale particolarmente fertile per il “mantra” inerente all’abolizione delle tasse e l’annullamento delle imposte fiscali sul profitto delle imprese, i salari dei lavoratori, le accise sulla fabbricazione e la vendita di prodotti di consumo, quindi sui servizi: il tutto mirante al contenimento dell’inflazione, quindi al costo della vita (prima fonte del falcidiamento dei redditi delle famiglie e degli individui meno abbienti), dunque all’eliminazione delle rendite, alla libera concorrenza tra gli attori economici nel fornire un determinato bene e all’enfasi posta sugli atteggiamenti virtuosi del cittadino risparmiatore.

Si chiede Giavazzi. Se davvero la concorrenza porta tanti benefici ai cittadini, perché è così difficile liberare l’Italia da rendite, monopoli, protezioni di ogni tipo? Coloro ai quali la concorrenza porterebbe benefici sono un’amplissima maggioranza: come mai alle elezioni non stravincono, eleggendo deputati e senatori con un chiaro mandato a liberalizzare i mercati? Come mai al momento buono il Parlamento salva sempre i privilegi di pochi a danno della maggioranza degli elettori? L’economista della Bocconi osserva che la composizione del nostro Parlamento non è certo la più adatta per promuovere la concorrenza, ad esempio nelle libere professioni, considerando l’alto numero di iscritti agli ordini professionali.

Le corporazioni potenzialmente colpite, continua a notare Giavazzi, spesso giustificano la loro esistenza con l’argomento che un ordine è necessario per salvaguardare la qualità del servizio che i professionisti offrono ai cittadini. Ma se l’autoregolamentazione fosse davvero la ragion d’essere degli ordini, perché non delegarla, come in Gran Bretagna, a libere associazioni non istituite per legge? Queste associazioni avrebbero, rispetto ai nostri ordini, un gran vantaggio: poiché la loro sopravvivenza dipende dalla reputazione di cui godono, e non da una norma di legge, esse avrebbero un grande incentivo a salvaguardare la propria reputazione, mostrandosi sollecite ogniqualvolta un loro iscritto violi le regole deontologiche dell’associazione.

L’Italia si trova ad essere così prigioniera della sua classe dirigente gerontocratica ed immobile, incapace di rinnovarsi, concepire “ex novo” il mutamento dei tempi. Per continuare a crescere occorrono immaginazione, creatività, lungimiranza, una percezione effettiva dei cambiamenti che interessano la vita sociale, lavorativa ed imprenditoriale: in una parola idee. È a questo punto che la concorrenza diviene essenziale.

La ricerca economica ha fatto grandi passi avanti nell’individuare i fattori determinanti perché la crescita continui: scuole e università efficienti, una giustizia, soprattutto civile, rapida nel risolvere le controversie, regole chiare e stabili (antitrust, concessioni governative), e soprattutto, concorrenza. In tutto questo occorre ripensare l’agire politico, la capacità di fare politica in Italia.

La rivoluzione liberale ha dato vita ad un’attenzione particolare nei confronti dell’economia, una sua maggiore importanza rispetto alla politica. La concezione dell’homo oeconomicus, con tutte le sue implicazioni, quale primo referente all’interno della vita sociale di ogni singola comunità pretende pertanto un abbandono della visione idealista, influenzata dalla volontà generale, di marca rousseauviana, nel processo politico istituzionale, i cui valori collettivi sono convertiti in norme legislative, a loro volta attuate in via amministrativa.

L’approccio corrente, capace di controllare chi governa, può essere ricondotto a quella cultura calvinista, di base utilitarista, che concepisce il processo politico-istituzionale come oggetto della competizione tra interessi privati e di negoziazioni che devono essere vigilate. L’idea stessa della Costituzione e il sistema di garanzie da essa predisposto, d’altra parte, mirano proprio a prevenire il rischio che chi assumerà incarichi pubblici, ovvero politici possa piegare l’esercizio del proprio potere al perseguimento di interessi egoistici, quindi fini personalistici per la salvaguardia dell’interesse generale e della democrazia.

(3 – fine)

Gabriele Federici

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