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Ma Bossi: “Stiamo con nazionalisti serbi” La mano leggera di Genova figlia di ciò? Comunque si svela vero volto della Lega Già Borghezio beccato tra i fasci francesi Se le camicie verdi rievocano il fascismo

ottobre 15, 2010 di Redazione 

La premessa è che, differentemente dal solito, si tratta di un’interpretazione politologica più che politica, e che la generalizzazione non vale tanto più in un’epoca nella quale gli anticorpi ma anche la cultura e i valori rendono, nonostante tutto, irripetibile il fenomeno fascista tout court. Tuttavia – al di là delle evidenti manifestazioni borgheziane, che sarebbe un errore ridurre, come il resto, a puro folklore visto un personaggio certamente folkloristico ma estremamente rappresentativo dell’animus leghista – non c’è nulla di più fascista del leghismo nella contemporaneità politica italiana. Berlusconi stesso rimanda più a fenomeni puramente populistici di matrice sudamericana, quando il fascismo, scrive ad esempio De Felice, si esprimeva non in mero populismo ma in un rapporto diretto tra il leader e il popolo, sì, ma un popolo mobilitato e partecipe. Ed è proprio in questa porzione di territorio (è proprio il caso di dirlo?) che pianta la più grossa delle proprie radici fasciste la Lega: il grande storico del fascismo si riconosceva nel filone interpretativo per il quale una delle matrici dell’attecchimento del fenomeno era stata la volontà di rivalsa della piccola bor- ghesia, che vuoi per l’uscita dalla guerra vuoi per una società che si faceva molto più mobile (verticalmente) vedeva minacciate non solo le proprie posizioni ma, soprattutto, quelle che ambiva a conquistare. Si può – probabilmente – ritrovare (in parte) una dinamica simile nella chiusura localistica delle fasce sociali che si riconoscono nella Lega. Oltre a costituire espressione di razzismo “tradizionale”, essa muove da interessi in parte sovrapponibili a quelli della piccola borghesia di allora, con il “nemico”, stavolta, identificato nello “straniero” (e nel proletariato meridionale). Non è un caso che dal Senatùr arrivino espressioni di simpatia nei confronti dei movimenti che hanno prodotto la teppaglia che ha impedito si giocasse la partita della Nazionale di mercoledì. Un’associazione sulla quale insiste l’analisi, che state per leggere, del conduttore de L’Infedele.       

Nella foto, Mario Borghezio: «Me ne frego» (?)

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di GAD LERNER

Intervengo sul vergognoso assalto cetnico allo stadio di Genova, innanzitutto da titolare di una tessera del tifoso: ci ho messo delle ore per farla – senza non avrei potuto rinnovare l’abbonamento all’Inter – con file in banca e maledizioni di chi aspettava dietro di me. Che siano stati ammessi in curva tanti energumeni armati, in barba ai proclami securitari del ministro Maroni, conferma che il pugno duro è un messaggio ideologico e retorico che non migliora la nostra esistenza pratica.

Mi ha impressionato che ieri Umberto Bossi abbia sentito il bisogno di ribadire la sua simpatia nei confronti del nazionalismo serbo, così come aveva fatto all’Infedele di lunedì scorso Gian Paolo Gobbo (“noi eravamo lì a Belgrado, sotto le bombe, di fianco ai fratelli serbi”). Naturalmente è la chiave anti-islamica a spiegare questa fedeltà a coloro che per primi disseppellirono dal suolo balcanico ossessioni identitarie minacciose negli anni Ottanta: la retorica di una patria reazionaria, intesa come appartenenza non condivisibile.

Quando parlavamo di balcanizzazione delle tribù del calcio, e denunciavamo il pericolo che questa logica di clan contaminasse la nostra politica e distruggesse il sentimento nazionale, ci riferivamo proprio a questa lezione storica inascoltata proveniente dalla ex Jugoslavia.

GAD LERNER

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