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***Diario politico***
COMINCIA IL TEMPO DELLO SVILUPPO (?)
di GINEVRA BAFFIGO

ottobre 14, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. Nel grande racconto della nostra vicedirettrice vediamo come il ministro dell’Economia sia pronto a passare alla “fase-2″: dopo avere tenuto in sicurezza (?) i conti, con la nuova Finanziaria licenziata giovedì dal Cdm si comincia a spingere il Paese alla crescita (?). Ma è difficile scindere i due momenti (Galan: «Questa finanziaria è un disastro: non ci sono soldi». Appunto), anche se l’Europa chiede prima stabilità e poi investimenti per lo sviluppo; del resto le brevi ripartenze avute negli ultimi quindici anni – spiace dirlo in nome della nostra equidistanza, ma i dati dicono che ciò sia avvenuto sempre e solo in coincidenza con gli anni di governo di Romano Prodi – sono sempre state caratterizzate da una politica economica che prevedeva un tempo solo (due per ciò che riguardava quella redistribuzione che le frange più estreme, a sinistra, della maggioranza che sosteneva Prodi chiedevano prioritariamente, e sulla cui mancata realizzazione nei primi mesi di esecutivo si è probabilmente giocata, davvero, l’esperienza del Prodi II). Tremonti appare come un apprendista, che dopo avere fatto lo stregone nelle tre precedenti occasioni in cui si è trovato alla guida della nostra economia si è deciso – anche impossibilitato a fare altro visto che c’era, e c’è tutt’ora, il rischio-default, oltre a quello di un’accelerazione definitiva nel declino, come abbiamo scritto ripetutamente in queste settimane – a fare le cose per il bene dell’Italia o quanto meno non (indirettamente) per il suo male, solo che questo richiede un’abilità – e impone anche delle difficoltà – che il ministro non era abituato a mettere in campo – a fronteggiare – Ma gli va riconosciuta una responsabilità che nel deserto di una parte della nostra politica autoreferenziale di oggi brilla come un’oasi in una notte di luna piena. Il giornale della politica italiana ha già indicato la strada per la ripresa. Le chiose di Tremonti a ciò che rappresenta il cuore della nostra “proposta” – la cultura. Giulio: «Non dà da mangiare» – lasciano dubitare che il ministro possa condividere e fare proprie le nostre istanze. Di certo c’è bisogno di rilanciare (come al ministro hanno fatto “capire” anche le sollecitazioni, da ultimo, di Montezemolo). Ora. O (quasi) mai più. Il racconto, come detto, all’interno, di Ginevra Baffigo.

Nella foto, Giulio Tremonti: «Te ne prego»

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di Ginevra BAFFIGO

In questo giovedì di metà ottobre, la politica italiana si caratterizza per il suo rapido incedere, o quanto meno per la sua volontà di raggiungere rapidamente gli obiettivi che si è preposta a fine settembre. Per procedere alle riforme, inutile dirlo, è infatti necessaria, ancor prima degli intenti teorici, la ben più terrena disponibilità di fondi per attuarle.
E così l’esecutivo dà oggi il via libera alla Finanziaria. Il Consiglio dei ministri ha promosso al vaglio dei due rami del Parlamento la legge di Bilancio firmata Tremonti, ora sotto il nome di legge di stabilità. Un «documento molto tecnico, solo la fotografia dei conti pubblici», spiega il titolare dell’Economia, che parla di «una discussione assolutamente responsabile» tra i membri del governo, e testimonia una «unanime condivisione delle opportunità e delle difficoltà che derivano dalla finanza pubblica di un grande Paese, in un momento di difficoltà economica» internazionale.
La crisi impone tempi record per l’approvazione della legge, ma per ottenere un simile risultato anche a Montecitorio non è escluso si ricorra nuovamente alla fiducia.
Il titolare di via XX settembre prosegue nel merito della Finanziaria: «Il protocollo dell’Europa ha la stabilità come base dello sviluppo – sottolinea il ministro – e oggi il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge sulla stabilità con il bilancio dello Stato». Siamo dunque formalmente alle prese con la seconda fase: «Quella dello sviluppo». Per il quale ancora Tremonti prevede interventi su «nucleare, pubblica amministrazione, Sud, la tematica dei rapporti sociali fino alla riforma fiscale». Riforme, queste, che verranno presentate in un secondo momento all’Ecofin e che dovranno dimostrarsi «coerenti con il piano di stabilità». Il 20 ottobre inoltre inizieranno gli incontri per determinare la richiesta di una delega al Parlamento per la riforma fiscale. «Abbiamo concordato che la prima riunione, agende permettendo, sarà più o meno mercoledì per studiare lo schema di delega della riforma del fisco», spiega ancora. «Convocheremo le parti sociali e poi quelle tecniche per l’obiettivo molto ambizioso di ridisegnare il nostro sistema fiscale. L’Italia è il primo Paese che imposta una grande riforma fiscale». Nell’attuale sistema, ricorda infatti il ministro, ci sono «242 regimi di esenzioni e agevolazioni, questo vuol dire che l’eccezione è la regola», e proprio su questo si dovrà «discutere con le forze sociali ed economica».

Dal fronte Gelmini. Quanto alla riforma dell’Università, il governo si è impegnato a «mettere più soldi possibile», ma non sarà possibile prima della «fine anno», chiosa Tremonti. «Confermo che faremo tutto il possibile – assicura – sappiamo quanto è significativo quell’investimento ma lo si può fare con lo strumento tecnico possibile: non con una legge ordinamentale» e dunque solo con il decreto di fine anno. «Ieri sera abbiamo avuto un ottimo incontro: si è definito che la Finanziaria è la finanziaria e la legge di ordinamento è un altra cosa», conclude Giulio con il sostegno di Bossi. E il ministro delle Riforme: «Massima fiducia in Tremonti, è come Otto von Bismarck, un cancelliere di ferro». Ed ancora: «Io lo difendo come sempre».

Primi commenti. Non tutti sembrano però volgere il plauso al celere e per taluni avido tesoriere. Lapidario ed in serie difficoltà il ministro dell’Agricoltura, Giancarlo Galan, che non lascia spazio a dubbi di alcuna sorta: «La finanziaria? È una tragedia – tuona – Il problema è che non ci sono soldi».

Legge elettorale. Venendo alle riforme vere e proprie, siamo oggi testimoni del chiaro stridere fra palazzo Madama e Montecitorio. Oggetto della contesa: la legge elettorale. Il presidente del Senato, Renato Schifani, ha infatti declinato la proposta di Gianfranco Fini, che intendeva affidare a Montecitorio l’avvio dell’iter di revisione delle norme. Schifani è piuttosto dell’idea che l’esame dei disegni di legge in materia elettorale debba proseguire presso la Commissione affari costituzionali del ramo del Parlamento che presiede. «Risposta ineccepibile ma è evidente che c’è una questione politica, perché risulta difficile pensare che il Senato manderà avanti davvero la riforma della legge elettorale» si dice sia stata la replica della terza carica dello Stato.
Solo pochi giorni fa il presidente della Camera, spronato da Udc e Pd in una riunione dei capigruppo di Montecitorio ad avviare il confronto sulle proposte di riforma della legge elettorale, aveva scritto a Schifani per indicargli l’opportunità che i due rami del Parlamento trovassero un’intesa di metodo. Nella stessa lettera Gianfranco Fini ricordava l’accordo tra le due Camere, in cui è previsto che quel provvedimento venga posto prima all’attenzione dell’Aula di Montecitorio, per poi passare alle stanze di Palazzo Madama. ??Schifani però sembra non voler cedere minimamente ed al contrario considera «opportuno» che l’esame dei disegni di legge in materia elettorale debba proseguire presso la commissione affari costituzionali del Senato: «Questa, infatti – argomenta la seconda carica dello Stato – fin dal 22 dicembre 2008 ha avviato per prima la trattazione della materia su due disegni di legge di iniziativa popolare sottoscritti da diverse migliaia di cittadini, ed estendendo in seguito l’esame alle numerose proposte di iniziativa parlamentare».
E dunque al di là della questione di merito, su chi debba dare l’imprinting alla nuova legge elettorale, quel che è chiaro che siamo di fronte all’ennesima frizione tra Pdl e Fli. Pdl e Lega temono chiaramente che l’avvio del dibattito sulla riforma alla Camera posa nuovamente minare la stabilità dell’esecutivo, non essendo escluso che in Commissione possa formarsi una maggioranza diversa da quella di governo. Decisamente più rassicurante la prospettiva di trattare la materia là dove il peso dei finiani non è certo quel che possono vantare in quel di Montecitorio.

Ginevra Baffigo

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