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Ogni settimana al cinema con il Politico.it Una sconfinata… vecchiaia, di Pupi Avati

ottobre 14, 2010 di Redazione 

Una sconfinata giovinezza, in realtà, ma Ulivieri ci consegna un giudizio tranchant che fa propendere per quella rivisitazione in senso “storico”: da quanti anni Avati fa questo film? Che differenze ci sono tra questo cinema italiano e il neorealismo? Il giornale della politica italiana è anche il giornale del cinema. Di Attilio Palmieri, il giovane e talentuoso critico cinematografico de il Politico.it, tra i più brillanti giovani studiosi italiani. E del critico-scrittore fiorenti- no, che prova a rispondere a queste domande. Così.

Nella foto, di profilo, Pupi Avati: ascolta “rapito” la critica di Ulivieri?

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Una sconfinata giovinezza

REGIA: Pupi Avati

ATTORI:
Fabrizio Bentivoglio
Francesca Neri
Serena Grandi
Gianni Cavina
Lino Capolicchio

GENERE: Drammatico

DURATA: 98 min

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di FABRIZIO ULIVIERI

Il film narra la storia di Lino Settembre (Fabrizio Bentivoglio) e di sua moglie Francesca (Francesca Bruni). Lui brillante giornalista sportivo e lei docente universitaria di lingua latina. Sposati ormai da anni vivono una vita bella e confortevole in un altrettanto bellissimo appartamento che ben pochi oggi si possono permettere, e si avviano verso una vecchiaia che potrebbe essere felice ed agiata se i segni di una malattia incipiente (Alzheimer), che colpisce Lino, non venissero dapprima ad inquietare e poi distruggere la loro serena e duratura unione.

Messa così la storia potrebbe essere interessante, ma a me a purtroppo i film di Avati pongono sempre domande cattive (con tutto il rispetto per la persona Avati, poiché questa è solo una critica al suo lavoro di regista).

Prima domanda: ma da quanti anni Pupi Avati fa lo stesso film? Io non me lo ricordo. Forse da sempre.

Seconda domanda: ma perché gli attori, bravissimi tra l’altro (bravo soprattutto Fabrizio Bentivoglio e brava Francesca Neri, ormai invecchiata con Pupi Avati), recitano con quella voce stanca e (in)dolente che crea un clima pesante ed irrespirabile fin dall’inizio?

Pupi Avati fa i film a colori, ma perché? Potrebbe farli anche, meglio, in bianco e nero dato che i suoi film son solo chiaro e scuro, con l’eccezione del color cartolina ingiallita per caratterizzare i ricordi (spesso patetici).

Altra domanda: ma Pupi Avati in che epoca vive? Non lo so. Forse la sua epoca è da collocarsi fra il 1940 ed il 1960. Difficilmente va oltre. In questo film almeno ci prova ma subito fugge all’epoca in cui Gastone Nencini vinse il Tour de France (1960 appunto). L’Italia odierna a Pupi Avati fa male e forse nemmeno la conosce. Ciò che conosce bene invece è un sauro in via di scomparsa ma ancora tenace: la borghesia rammollita che tuttora vive ascosa in bellissime ville ascose e che popola questa pellicola da cima a fondo.

Certo vedere la vita di un giornalista di successo (Fabrizio Bentivoglio) che decade per una malattia come l’Alzheimer non può lasciar indifferenti e non può non provocare una partecipazione emotiva al film. Non si è cani. Ma a parte la sofferenza dell’essere umano, che valori trasmette questo film? Quelli di una borghesia spaesata, debole, rammollita, timorosa ed in via di estinzione? Non c’è gioventù in questo film, c’è solo cattiveria, dramma all’interno di famiglie che covano piccole e grandi mostruosità sotto le ceneri.

Chiedo scusa (a Pupi Avati) ma io questo film non l’ho retto. Me ne sono andato via a metà, preferendo una bella giornata di tiepido sole di ottobre e la folla rassicurante che sciamava per le strade ed invadeva i negozi per fare shopping alla noia irritante provocata dal film.

Ma perché Pupi Avati non si ferma per un po’e ha l’umiltà di provare a rinnovarsi? Questi film già li faceva Visconti. Ma erano altri tempi altri gusti e altri valori.

FABRIZIO ULIVIERI

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