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***Il caso Santoro/1***
MASI STA FACENDO IL GIOCO DI MICHELE
di LUIGI CRESPI

ottobre 14, 2010 di Redazione 

E più in generale del centrosinistra, tanto che al suo dante causa – il presidente del Consiglio – la gestione del direttore generale, fatta di tanti (in)successi – la rimessa in onda di Parla con me, il reintegro di Ruffini, per non parlare della stessa resistenza (è proprio il caso di chiamarla così?) di Annozero – non deve andare troppo giù, come peraltro aveva avuto modo di farci sapere tramite intercettazioni parlando con l’ex membro dell’Authority – a sua volta suo subordinato – Innocenzi. E, anzi, proprio questa tensione che si accumula intorno alla figura del conduttore di Raidue è alla base di una scelta, quella di Masi, di sospendere Michele per due puntate – insieme al suo stipendio – che appare pretestuosa e forzata, ma a quanto pare è andata a segno, se è vero il nervosismo che traspare dall’entourage di Santoro in queste ore: «Saltare due puntate ci metterà nella condizione di dover ricominciare da zero». Notare peraltro come Masi abbia fissato la sospensione per le due puntate successive a quella di stasera: così da offrire a Santoro la palla-(auto)gol necessaria per rendere definitiva la sospensione: «Se mi attacca – dice il direttore generale – lo licenzio». Ed è evidente che per Michele la tentazione, stasera, sarà fortissima. Il giornale della politica italiana dedica un ampio specialino al caso Santoro nonostante non amiamo, come sapete, care lettrici, cari lettori, parlare del circo (della nostra politica e del suo “mastino di guardia”, il giornalismo) e non dello “spettacolo” (la politica vera, le scelte concrete per il futuro dell’Italia) in un momento che richiede tanto spettacolo e poco circo. Lo facciamo per tre ragioni: la prima è che, occupandoci ogni giorno di politica vera, siamo nella condizione, di tanto in tanto, di fare qualche breve excursus di politica politicante; la seconda è che Santoro non sarà un martire ma il suo diritto di andare in tivù – e il nostro diritto di vederlo/ascoltarlo – attiene alla libertà (di informazione); la terza è che la Rai, non come viene gestita oggi naturalmente, è uno strumento imprescindibile di una politica vera che voglia rifare grande l’Italia, attraverso quella rivoluzione culturale della quale parliamo e di cui la tivù pubblica può essere, appunto, uno strumento imprescindibile. Parliamone dunque: cominciamo con il grande sondaggista, che analizza il rendimento del direttore generale fino al punto da maturare il sospetto che possa essere «amico del giaguaro».

Nella grafica, Luigi Crespi

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di LUIGI CRESPI

E’ triste dover constatare sempre piu’ spesso che l’ambizione di taluni uomini diventa il limite alle loro carriere. Mi è capitato di dirlo a Mauro Masi nel 2002, quando mi confidava le sue ambizioni rispetto alla RAI, che la direzione generale di quell’azienda, se non si è attrezzati, puo’ essere la tomba anche del piu’ bravo tra i mandarini, perché è un luogo infernale, soprattutto per chi non conosce le profondità ed i mille risvolti di un’azienda che sempre di piu’ è metafora di un Paese.

Appare evidente che Masi non ha seguito il mio consiglio e si è intestato uno dei piu’ grandi disastri nella comunicazione televisiva dal dopoguerra ad oggi.

Partiamo dai conti: in questo momento la Rai ha 250 milioni di euro di debiti e 120 milioni di perdita di bilancio, mentre tra il 2003 ed il 2007 era addirittura in utile. In particolare nel 2003 aveva una disponibilità finanziaria di 120 milioni di euro ed un utile di 82 milioni. E’ chiaro che l’azienda che ha preso in mano Masi era già in perdita, ma è altrettanto evidente che non ha saputo risanarla.

Dal punto di vista editoriale è riuscito a consegnare, credo con immensa disperazione per il suo dante causa, una Rai ad alto contenuto di sinistra: la gestione della vicenda Dandini ha del comico alla quale si sono aggiunti programmi come quello della Busi e serate come quelle dedicate all’autore di Gomorra. Per carità, tutte cose anche editorialmente interessanti ma che non hanno un contraltare nella cultura di centrodestra.

Ma ci sono tre elementi clamorosi che dimostrano che la gestione di Masi non solo è maldestra, ma produce danni a Berlusconi, che lo ha voluto li’:

1) Il caso Sky - Che la Rai dovesse uscire dalla piattaforma Sky era un dato inevitabile in previsione della nascita del digitale terrestre, incompatibile con quella situazione. Tra l’altro la decisione in azienda era già stata presa e ampiamente documentata e supportata da studi interni. Tra le altre cose si trattava di una decisione corretta perché oggi l’offerta Rai sul digitale ottiene un importante 5% di share. Masi ponendo la questione a Sky sul profilo economico, cioè chiedendo 50 milioni in piu’ per lasciare i programmi Rai sulla loro piattaforma, ha negato il valore strategico dell’iniziativa sul digitale ed avanzando una richiesta che la controparte non poteva accettare ha consentito il diffondersi dell’idea che quella decisione fosse inquinata dal conflitto di interessi di Berlusconi, cosa che in questo caso mi sembra assolutamente marginale.

2) Caso Raitre/Ruffini – Ruffini dopo 7 anni di direzione era abbastanza logico che potesse subire un avvicendamento, tanto piu’ che erano cambiati di rapporti di forza nel Pd e visto che Ruffini non è stato messo alla direzione della rete sulla base di un concorso, ma per opzione politica, sempre per la stessa ragione poteva essere rimosso. Tanto piu’ che sarebbe stato dirottato alla direzione dei canali digitali, incarico che non poteva essere visto come una de-qualificazione professionale. Masi, il furbetto, ha dato la delega per i canali digitali al vice-direttore Marano e poi ha provveduto a nominare i direttori delle reti sotto, Rai 4 ecc. E’ chiaro quindi che Marano stava consegnando una scatola vuota a Ruffini, non rendendo possibile un passaggio che sarebbe stato al quel punto sostenibile solo da una causa del lavoro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

3) Il caso Santoro – In piena autonomia Santoro decide di andarsene, il vice-direttore generale Lei definisce e chiude un accordo soddisfacente per tutte le parti, Berlusconi gongola, finalmente se ne è liberato. Masi imponendo alcuni passaggi discutibili riesce a trasformare questa vicenda nella sua Waterloo, obbligando di fatto il conduttore a tornare in onda. Ma a quel punto gli mette di fronte tutti gli ostacoli possibili, ne ricava un bel “va fanbicchiere” doveroso da parte Santoro, per poi arrivare al ridicolo di sospenderlo, trasformandolo in un legittimo martire della libertà e della democrazia ed ottenendo un grande rilancio del profilo professionale di Santoro.

Per Mauro Masi la direzione generale della Rai non è cosa, o è cosa molto complicata. E’ una comunità difficile da dirigere, una comunità agguerrita fatta di competenze e di passioni, ma anche di gente dura e senza scrupoli e Masi resta un mandarino, uno che ha sempre bisogno di qualcuno che gli dica cosa deve fare. La quantità e la qualità degli errori che ha saputo fare in cosi’ poco tempo, mi fa venire il dubbio che non siano generati solo dall’inadeguatezza di quel ruolo.

E se scoprissimo che Masi è l’amico del giaguaro? Comunque mi sembra che finalmente la politica abbia indicato una soluzione con la coraggiosa proposta di privatizzazione della Rai.

LUIGI CRESPI

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