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E ecco come siamo arrivati a tutto questo Ricetta della destra? Rivoluzione liberale Dossier di Federici, è la seconda puntata

ottobre 13, 2010 di Redazione 

Abbiamo visto come la crisi abbia insistito su una situazione del Paese già largamente compromessa, tanto che le difficoltà di oggi non si possono definire soltanto congiunturali e non si ritornerà al punto di partenza semplicemente tamponando qua e là, bensì rappresentano un fattore di accelerazione di un declino già in atto e possono essere affrontate, come il giornale della politica italiana scrive da mesi, solo attraverso il concepimento e l’attuazione di un piano organico e complessivo, per una vera e propria rivoluzione che punti a far fare un salto di qualità/oltre l’ostacolo all’Italia. Come detto non ci sono mezze misure: o tutto, o niente. Rivoluzione che può assumere diverse forme – quella prediletta da il Politico.it abbiamo avuto modo e avremo modo di raccontarla ampiamente – ma certo non può prescindere da alcuni capisaldi: il pieno riconoscimento, per la sua affermazione, del merito (il che significa basta assistenzialismo, ma anche basta rendite di posizione e di posizioni ereditarie); radicale riduzione della spesa pubblica. Che per alcuni dev’essere sostanzialmente abbattuta del tutto; di certo va fortemente tagliata cancellando ogni forma di spreco, perché il rilancio non può contemplare ulteriori salassi inutili e non può che andare a braccetto con la tenuta dei conti. La ricetta della destra, in questo senso, è molto netta: via lo Stato dall’economia. Discutibile, ma è (almeno) una linea e allora alla destra italiana diciamo: se ci credi, finalmente falla tua e mettila in campo. In questo senso, torna l’inchiesta di Gabriele Federici sulla (appunto) rivoluzione liberale. Non “la verità” ma una possibile verità. Il giornale della politica italiana è un grande laboratorio in cui non circolano certezze se non l’onestà e la responsabilità da cui discende il nostro liberalismo: che si traduce, in primo luogo, nell’apertura della tribuna a opinioni anche molto differenti tra loro, purché animate dal desiderio di fare il bene dell’Italia. Questa è una di quelle. La ricetta della destra. Seconda puntata. Sentiamo.

Nella foto, Gabriele Federici

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di Gabriele FEDERICI

Possiamo trovare nella storia politica e giuridica del nostro Paese le radici fondamentali della crisi economica, politica e sociale corrente. Capire il perché l’Italia non sia al passo con i tempi, dove spesso la immeritocrazia regna sovrana, significa andare nel profondo della nostra storia contemporanea e negli atteggiamenti della classe dirigente della penisola.

La carta costituzionale della nostra Repubblica entra in vigore il primo gennaio 1948, in un momento storico ben preciso: l’Italia esce stremata dal più grande conflitto della storia dell’umanità, con un’economia fortemente depauperata dall’esperienza bellica, le infrastrutture dilaniate dai conflitti, il tessuto sociale particolarmente provato dai bombardamenti, gli scontri e le ristrettezze croniche che la guerra ha inflitto.

La volontà dei padri costituenti ha permesso la realizzazione di una Costituzione più volte definita come “compromesso costituzionale”, consistente in una commistione di concezioni politiche diverse (si pensi alla presenza di democristiani, socialisti, comunisti, liberali e repubblicani), risultato di reciproche rinunce e successi. Le forze in seno all’assemblea non avendo idee certe sul possibile futuro della vita politica italiana, piuttosto che tentare di ostacolare le altre parti politiche, hanno optato per l’approvazione di norme capaci di rispecchiare i rispettivi principi di base.

Giorgio La Pira, importante esponente democristiano, nonché ex-sindaco di Firenze ha affermato l’importanza del “pieno sviluppo della persona umana, a cui la nostra costituzione doveva tendere, era necessario affermare i diritti individuali, affermare i diritti sociali”.

La costituzione repubblicana del ’48, de facto, è caratterizzata da un ampio respiro sociale. La guerra ha colpito l’Europa nel profondo e le necessità dei rispettivi paesi devastati dal conflitto si rispecchiavano nelle specifiche politiche pubbliche nazionali, tutte volte alla creazione di “stimoli” per rilanciare l’economia: un esempio sintomatico di questo periodo storico può essere dato dall’esperienza del “post-war consensus” in Gran Bretagna, dove i governi conservatori e laburisti, prima dell’era Thatcher, si muovevano in politica economica sui medesimi assunti emanati dalla dottrina economica keynesiana. Le popolazioni, quindi le elite europee, immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, avvertono il bisogno della “manus publica”, dell’intervento dello Stato per rimettere in moto l’economia.

La Costituzione della neonata Repubblica Italiana si inserisce all’interno di questo contesto culturale e civile: la filosofia politica di base è relativamente dubbiosa nei confronti della perfettibilità dei mercati e della bontà stessa del libero mercato, delle sue virtù, rimanendo sostanzialmente pregna di quella cultura razionalista e dirigista per cui soltanto una intervento dello stato, quale “deus ex machina”, nei confronti del mercato avrebbe potuto sopperire alle sue distorsioni ed inefficienze, garantendo il perseguimento del “bene comune”.

Un esempio concreto è dato dalla disciplina costituzionale del titolo III della prima parte della legge fondamentale italiana: i rapporti economici. L’articolo 41 della nostra costituzione afferma, con alcuni limiti, la libertà di iniziativa economica privata e cioè la libertà di esercizio di attività aventi rilievo imprenditoriale e quindi consistenti nella produzione di beni e servizi con finalità economiche: con ciò viene accolto il principio dell’economia di mercato e della concorrenza. D’altra parte pone dei vincoli, poiché riconosce allo Stato il potere di intervento nell’economia sia pubblica che privata mediante leggi che la indirizzino verso fini sociali. Se, quindi, l’iniziativa economica è considerata libera, il concreto svolgimento dell’attività incontra dei limiti che possono essere negativi, giuridicamente parlando, come l’utilità sociale, oppure positivi: come la concreta adozione di forme di coordinamento.

La Costituzione italiana del 1948 sancisce la nascita della Prima Repubblica, e con essa la genesi dei partiti che hanno caratterizzato il quarantennio della nostra storia repubblicana. In modo particolare la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano hanno rappresentato le due maggiori realtà partitiche del sistema politico italiano antecedente alla fine della Guerra Fredda, al crollo della Prima Repubblica e all’inchiesta di Mani pulite. La DC, al centro, il PCI, a sinistra, insieme al Movimento Sociale Italiano, erede pressoché diretto del ventennio fascista, a destra, trovano nello Stato, piuttosto che nel libero mercato, il loro maggiore referente. Il pensiero cattolico di questi anni, insieme alla filosofia marxista, quindi al pensiero gentiliano costituiscono le impalcature concettuali fondanti gli atteggiamenti politici ed economici dell’Italia dalla fine della Prima Guerra Mondiale, sino al termine della Guerra Fredda: un periodo di tempo decisamente lungo che ha visto l’avvicendamento di due basilari forme di Stato nel nostro paese: lo “Stato autoritario” e lo “Stato sociale”, anche detto “Stato del benessere”. Entrambi nutrono un senso di profonda diffidenza nei confronti della forma dello “Stato liberale”, quindi dello “Stato minimo”, capace di tutelare esclusivamente i diritti fondamentali e garantire il rispetto della proprietà privata, concependo le istituzioni quali attori essenziali e indiscutibili all’interno dell’economia, quindi dell’allocazione e spesso della produzione dei beni e dei servizi.

Questa filosofia di base ha prodotto in Italia uno Stato sempre più presente nella vita dei singoli cittadini e nella gestione della “res publica”: l’esatto opposto del “Night watchman state” di liberale-ottocentesca memoria. Le responsabilità e le virtù non sono affidate ai comportamenti degli individui, quanto piuttosto alle istanze della società e alle premure che le istituzioni hanno di essa: questo atteggiamento da “nanny state” (così lo definirebbero gli americani avversari del Big Government) ha prodotto in Italia dagli anni ’90 in poi, quindi dalla fine teorica di questa concezione paternalista, ovvero assistenzialista dello Stato, un debito pubblico mediamente superiore al 110%; un valore spropositatamente elevato che vede lo Stato italiano tra i primi dell’Unione Europea occupare il ranking per indebitamento pubblico nei confronti di altri soggetti, individui privati, imprese, banche o soggetti stranieri. Il crescente debito pubblico italiano ha coinciso, di pari passo, ad una crescita molto bassa del PIL, quindi della ricchezza prodotta (soprattutto dopo il 2000), ad una generale perdita di competitività del “sistema Italia” sul mercato del lavoro, e su quello delle imprese.

Chi ha un importante capitale da investire per aprire un’impresa, capace di costruire posti di lavoro, creare profitto e apportare benessere molto spesso decide di non investire nel nostro paese. Perché? Quali sono le cause che rendono l’Italia una realtà poco appetibile per gli investimenti esteri? Perché le aspettative per un ventenne, oppure un trentenne sono più basse ed insicure rispetto ad un suo coetaneo di 20, oppure 30 anni fa? Come mai tante ragazze, e ragazzi neo-laureati fuggono? La carenza delle infrastrutture, una burocrazia simil-sovietica, la complessità dell’apparato normativo, il malfunzionamento del potere giudiziario, la distanza tra il mondo accademico e le realtà lavorative, nonché il mancato rinnovamento della classe politico-dirigenziale (di una nuova concezione della politica stessa) costituiscono alcuni sintomi evidenti del declino economico, politico e sociale del Belpaese. Ferruccio de Bortoli: “Un’Italia dove c’è molto credito ma poco capitale, più rendite che profitti, troppa ricchezza rispetto al reddito; dove contano più le relazioni dei risultati, le paure dei progetti. Un paese grigio, prigioniero di se stesso. Che non sa cosa si perde”. Cosa sta perdendo l’Italia? La risposta è lapalissiana: i suoi talenti, la sua creatività, la capacità di produrre, non solo “cose”, macchine, aeroplani, lavastoviglie, ma creare nuovamente cultura, civiltà, merito e competizione, valori aggiunti inestimabili, principi cardini di un grande paese.

(2 – continua)

Gabriele Federici

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