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Ecco a che punto (non) siamo arrivati (?) Crescita zero, +9% debito/Pil, il 10% ha 45 Se ne esce solo rifacendo grande l’Italia

ottobre 12, 2010 di Redazione 

Ovvero avendo l’ambizione e la capacità di impostare una «revisione», come la chiama Attilio Ievolella nel pezzo che state per leggere, o per meglio dire una rivoluzione che consista nell’impostazione di un nuovo sistema-Paese. Non, più investimenti e stimoli là dove sia necessario, ma un completo ribaltamento di piano per cui la scuola, l’università e la ricerca divengano il perno su cui far ruotare l’obiettivo-innovazione e quindi lo sviluppo. Accanto ad una «renovazione» culturale da ottenere sia attraverso la formazione tout court sia dando valore finalmente a quel grande strumento educativo (potenziale) rappresentato dalla televisione. Un’Italia che studia, che pensa, che riscopre i valori è un’Italia che libera le proprie energie e risveglia le proprie risorse, e – poiché il talento è tra i più grandi del mondo – torna grande. Ma bisogna fare presto. Subito. Ancora un po’ e sarà troppo tardi. (Quasi) definitivamente. Ecco perché.

Nella foto, italiani entusiasti di tornare a lavorare per il loro Paese e quindi anche per loro stessi dopo la guerra. Un periodo di grande rinascita che fece dell’Italia una delle potenze economiche del pianeta. Oggi è la nostra politica a non essere al passo con il Paese ma nel momento in cui la politica italiana si rialza il Paese deve essere pronto a camminare (anzi, a correre) al suo fianco, con tutte le proprie energie e il proprio entusiasmo. «Coinvolgimento. Coordinamento», scriveva il nostro direttore. L’Italia si rifà grande tutti insieme

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di Attilio IEVOLELLA

Il primo decennio del terzo millennio racconta un’Italia più povera, più fragile, più lenta, come un’automobile che ha motore ingolfato, ruote sgonfie e carrozzeria arrugginita. E la crisi globale, numeri alla mano, è stata solo la conferma (e la sublimazione) di una tendenza oramai costante, caratterizzata, tra l’altro, da potere d’acquisto ridotto per i salari (con una disoccupazione in aumento, per giunta), produttività in calo, competitività a scartamento ridotto.

Le statistiche, i numeri, con imparzialità e asetticità, continuano a scattare sempre la stessa fotografia. Ultimo aggiornamento, in questa ottica, quello presentato dall’Ires-Cgil, con il quarto rapporto sui salari italiani. Il dossier definitivo dell’Istituto per le ricerche economiche e sociali – curato da Agostino Megale, Riccardo Sanna, Lorenzo Birindelli, Giuseppe D’Aloia e Riccardo Zelinotti – sarà pubblicato entro la fine di quest’anno, ma le prime anticipazioni, fornite a Roma con una presentazione ad hoc, hanno già dato una traccia chiara.

Secondo i ricercatori, il dato che balza agli occhi è la crisi dei salari reali, ovvero del potere di acquisto: dal 2000 al 2010 ci si è persi per strada oltre 3mila e 300 euro (che diventano quasi 5mila e 500 euro con l’aggiunta del fiscal drag, ovvero la pressione fiscale). Se si restringe di poco l’orizzonte è possibile, sempre secondo i ricercatori dell’Ires, anche un paragone significativo: nel periodo 2002-2010, il reddito disponibile reale dei lavoratori dipendenti è calato di oltre 3mila euro, mentre quello di imprenditori e liberi professionisti è aumentato di quasi 6mila euro.

La domanda è: perché? E la risposta, oltre a far riferimento alla crisi globale, deve tener conto di fattori ulteriori, come, ad esempio, l’inflazione e le ripercussioni sui prezzi provocate dall’introduzione della moneta unica europea nel 1999, o, ancora, il peso fiscale costante (e inevitabile) sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti. “Eppoi, in Italia è evidente una disuguaglianza sempre più forte nella distribuzione dei redditi, che vengono incanalati più verso i profitti che verso le retribuzioni – aggiunge Riccardo Sanna, responsabile dell’ufficio Economia, Fisco e Finanza pubblica del dipartimento Politiche economiche della Cgil nazionale – Questo problema è nato già negli anni ’80, mai è stato risolto, e gli effetti negativi colpiscono milioni di lavoratori e di pensionati, ovvero la grossa parte dei consumatori”. Con conseguente calo del movimento economico legato ai commerci. E con avvio di una reazione a catena inarrestabile: minor potere d’acquisto, minori consumi, minori vendite, minore produzione, minori posti di lavoro.

In quest’ottica, allora, la crisi dei salari è sì un fattore importante, ma rappresenta solo la punta dell’iceberg. Tutto ciò che rimane sotto il pelo dell’acqua di un Paese in difficoltà, per intenderci, è altrettanto importante.

L’elenco è lungo e di assoluto rilievo: crescita zero, con un prodotto interno lordo sempre più risicato, e produttività bassa; tasso di disoccupazione reale che si attesta all’11 per cento, con un picco del 28 per cento nella fascia giovanile della popolazione (picco che sfiora il 40 per cento nel Mezzogiorno); debito pubblico, in rapporto al Pil, aumentato di 9 punti percentuali in dieci anni; disuguaglianza sempre più forte nella distribuzione dei redditi e della ricchezza, come testimoniano i dati ufficiali della Banca d’Italia, ovvero il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede quasi il 45 per cento dell’intera ricchezza netta delle famiglie italiane; peso fiscale che ricade in maniera prevalente sui lavoratori dipendenti, con l’aggiunta della crescita della tassazione sul lavoro. E questi sono solo alcuni flash. A cui poi va aggiunto un altro elemento importante: la lunga vacatio nella sede del ministero dello Sviluppo economico.

È questa panoramica a far comprendere come le difficoltà dell’Italia affondino le radici nel passato, negli ultimi dieci anni, fatti di zero slanci e piena conservazione dello status quo. Tanto per fare un esempio, anche l’arrivo dell’euro è diventato un problema, e pure grosso: “All’epoca il change over, nella fase di ingresso della moneta unica, non è stato presidiato attentamente dal governo. Fu fissata un’inflazione programmata molto più bassa di quella reale. Le ripercussioni sono state forti. E anche così si è accentuata la questione salariale…”, ricorda Sanna.

Poi la crisi globale ha evidenziato le pecche dello “stagno Italia”, dove la produttività si è sempre tenuta bassa, il welfare mai è stato aggiornato (non tenendo conto di fenomeni nuovi, come la flessibilità), la questione meridionale è rimasta un nodo mai sciolto sin dalla nascita della Repubblica, la famigerata lotta all’evasione fiscale è rimasta sempre sulla carta.

“Se vuole una cifra, le dico subito – chiarisce Sanna – che il sommerso, in Italia, è pari al 27 per cento del Pil. Se ne vuole un’altra, le dico che si parla di oltre 100 miliardi di euro di mancate entrate”. Di fronte a questi numeri, però, la realtà è che la riforma fiscale è una sorta di chimera: se ne parla da sempre, ma nessuno l’ha mai realmente vista… Ciò che è davvero concreto è, invece, il peso sulle tasche dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. “Servirebbe più equità fiscale…”, afferma Sanna. Ovvero… “Lotta all’evasione, maggiore redistribuzione delle risorse con sostegno alla domanda interna. Anche così si combatte la crisi e si può pensare di far partire davvero la ripresa”. Ma come si fa tana all’evasione? “Bisogna tracciare i flussi bancari”, ribatte Sanna.

Ipotesi, questa, da valutare per la riforma del Fisco? Oppure si continuerà a parlare solo e soltanto di aliquote?

Resta, poi, di fondo, la questione principale: considerati gli ultimi dieci anni, quali possibilità ci sono per l’Italia di invertire la rotta? Anche la crisi, da questo punto di vista, ha rappresentato l’ennesima occasione mancata: gli stimoli fiscali all’economia sono stati quasi nulli e la manovra correttiva è stata limitata all’arco temporale di un biennio.

Così si può spiegare un’economia che, secondo le principali rilevazioni europee e mondiali, arranca, resta in coda al gruppo Europa, punta alla conservazione più che alla programmazione, sembra incapace di darsi uno slancio, un’idea, un progetto. E l’economia è la fotografia attuale del Paese Italia. Un’autovettura che ha bisogno di una grossa revisione…

Attilio Ievolella

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