Top

Presidente, se lo legga: il pezzo è per lei L’abbiamo detto: Italia o rilancia o muore Ora la sua ricetta è la rivoluzione liberale

ottobre 11, 2010 di Redazione 

Il momento di fare ripartire questo Paese è adesso. Il declino è cominciato e tra breve supereremo il punto di non ritorno. Su come fare non solo ad evitarlo, ma a puntare a tornare grandi – puntare al sole per avere almeno la luna, come insegna proprio lei, presidente – condicio sine qua non per riuscire, su come fare, dicevamo, le opinioni ovviamente sono diverse. E tutte legittime se concepite nel solo interesse dell’Italia. Tanto meglio quanto più per tutto, il Paese. Ma sono comunque legittime anche ricette parzialmente diverse. In tutto il mondo quella della (nuova) destra è una (sola): la stessa che il centrodestra italiano promette dal 1994 e che non ha mai però davvero incominciato a realizzare. Il giornale della politica italiana offre allora, oggi, al presidente del Consiglio un dossier in tre puntate sulla rivoluzione liberale, per motivarla, presidente, se ci crede, questa volta a farla davvero. E offrirle qualche spunto. Ecco, intanto, com’è nata.
E oggi a Milano parliamo di questo di A. CHIRICO

Nella foto, il presidente del Consiglio legge i nostri suggerimenti, sempre ben accetti e tendenzialmente accolti/ascoltati da Berlusconi

-

di Gabriele FEDERICI

Sono passati trent’anni dalla rivoluzione innescata nel pensiero politico ed economico occidentale dall’inarrestabile binomio Thatcher-Reagan. I paradigmi di quella rivoluzione, nonostante le istanze della crisi finanziaria ed economica odierna, continuano a rimanere invariati. Lo zeitgeist promosso da Londra e Washington negli anni ’80, all’indomani della fine della Guerra Fredda, costituisce tutt’oggi la principale filosofia politica alla quale i governi, della cosiddetta “civiltà occidentale”, parafrasando Huntington, fanno complessivamente riferimento.

L’instaurazione della “supply-side economics”, ovvero dell’economia dell’offerta; l’applicazione delle nuove teorie macroeconomiche di matrice monetarista, quindi l’affermazione di una diminuzione di moneta circolante, volta all’abbassamento dell’inflazione; l’impossibilità di perseguire politiche economiche capaci di raggiungere efficacemente la piena occupazione, così come auspicato da Keynes, dunque la consapevolezza della presenza di un numero di disoccupati pressoché fisiologico all’interno di ogni sistema economico vigente; dulcis in fundo una predilezione del “privato” sul “pubblico”, associata al mantra delle liberalizzazioni dei mercati, quindi alla privatizzazione dei servizi, alla diminuzione generale ed incondizionata delle imposte, e la fiducia indiscussa nel libero mercato, dunque la “Invisibile Hand” di smithiana memoria, identificano appieno i fondamenti imprescindibili dell’attuale stagione economica, susseguentemente politica, che sta vivendo l’Occidente.

Le teorie economiche di Milton Friedman ed Edmund Phelps alla fine degli anni ’60 hanno messo in dubbio la possibilità di intraprendere a lungo politiche economiche di elevata occupazione senza che queste, a causa delle aspettative dell’aumento del costo della vita principalmente da parte dei soggetti coinvolti nel mercato del lavoro, si traducano in una continua accelerazione inflazionistica.

Il verbo neo-liberale, propugnato successivamente negli anni ’90 dal cosiddetto “Washington consensus”, felice espressione coniata dall’economista britannico John Williamson, trova i suoi natali in un preciso momento storico e politico, con la nascita della nuova destra anglosassone, in modo particolare con la genesi di quel movimento “conservatore” nelle istanze politico-sociali e “liberale” nelle condizioni economiche.

La nascita del movimento neo-conservatore risale alla fine degli anni ’70. Definito come movimento politico della Nuova Destra, il movimento neoconservatore si è manifestato dapprima in Inghilterra e negli Stati Uniti, diffondendosi, poi, in altri paesi dell’Europa occidentale.

Le nuove politiche promosse dal movimento politico neoconservatore, oltre a riflettere un cambiamento nell’ideologia dei partiti di centrodestra, ha dato vita ad un cambiamento politico più ampio, ovvero ad un rinnovamento nei principi e nei valori dei sistemi politici occidentali del secondo dopoguerra.

I principi e i valori, dopo la Seconda Guerra Mondiale, caratterizzanti l’Europa occidentale, gli Stati Uniti d’America e gli altri paesi affini sono fondati su tre principi basilari: la pianificazione flessibile dell’economia volta alla combinazione dell’economia di mercato con la presenza diretta dello Stato nella gestione delle imprese, il riconoscimento dei diritti sociali, infine l’accettazione e il consolidamento delle istituzioni democratiche.

La rapida crescita economica avuta tra gli anni ’50 e gli anni ’60 in Europa occidentale ha contribuito ad accrescere il ruolo centrale del governo nella vita economica e sociale. Grazie all’adozione della politica keynesiana, lo Stato svolgeva, in quel momento, una funzione propulsiva in economia, concretizzandosi sia in una politica di espansione della spesa pubblica per la costruzione di infrastrutture, con la conseguente crescita dei posti di lavoro e quindi della domanda dei consumi, sia nella presenza diretta dello Stato nella gestione delle imprese.

Sul piano sociale, dopo le conquiste liberali ottocentesche del riconoscimento dei diritti civili, quindi ad inizio novecento dei diritti politici, e finalmente dopo il tramonto dei regimi totalitari di destra con il termine della Seconda Guerra Mondiale, con la nascita del welfare state si ha anche il riconoscimento dei diritti sociali. E’ dunque attraverso il welfare state, il benessere sociale, in termini di salute, sicurezza economica, tutela dell’infanzia e della vecchiaia, che lo Stato garantisce il soddisfacimento dei diritti sociali ai propri cittadini. Gli atteggiamenti positivi verso l’intervento dello stato in economia e nel campo sociale sono dettati, in quel momento, dalla convinzione che il bene collettivo sia raggiungibile solo attraverso l’intervento dello Stato.

Alla fine degli anni ’60, tuttavia, un crescendo di malcontenti da parte della società civile sul funzionamento del modo di operare dei governi sembra minacciare l’esistenza di quei valori e principi consolidatisi immediatamente dopo il termine della Seconda Guerra Mondiale. Il fallimento dello stato nel garantire l’eguaglianza delle donne, l’ordine sociale e politico hanno costituito una serie di esperienze che hanno messo a repentaglio il sistema di valori, basati sull’agire politico-economico keynesiano, finora esistenti. Da qui l’avvento dei movimenti operai, studenteschi, femministi del ’68, il terrorismo, rosso oppure nero, il rifiuto dell’autorità politica, nonché un aumento della partecipazione politica non convenzionale, rappresentano i segni di una crisi di legittimazione dei governi nazionali. Ad aggravare la situazione è stata la crisi economica dei primi anni ’70. In seguito al crollo del sistema monetario di Bretton Woods e ai due “shock petroliferi”, si è avuto un’inflazione galoppante che ha messo a dura prova la politica economica di matrice keynesiana, vale a dire l’espansione della spesa pubblica ed un basso tasso di disoccupazione.

In questo contesto anche il welfare state ha incominciato a perdere la sua credibilità venendo attaccato sia da sinistra, per non aver inciso sul mondo dei privilegiati e dei capitalisti, che da destra, per essere troppo costoso ed essere una minaccia alla libertà individuale.

E’ all’interno di questo clima che nasce il movimento politico della nuova destra il cui progetto principale è quello di screditare il “verbo” keynesiano in politica economica, ovvero quel sistema beveridgiano cosiddetto: “dalla culla alla tomba” (cradle to grave). La volontà del movimento conservatore anglosassone ha mirato al concepimento di una nuova percezione della politica economica, improntata sul “verbo” neoliberale capace di garantire i diritti civili, di cittadinanza attraverso la proprietà privata e il libero mercato: una vera e propria rivoluzione, effettiva, pragmatica e tangibile della filosofia politica occidentale. Le politiche emanate dai governi Thatcher e Reagan hanno complessivamente mirato: ad un abbassamento delle imposte sui profitti delle imprese, favorendo gli investimenti e gli spostamenti di capitale a livello internazionale, incentivando di conseguenza il fenomeno della globalizzazione; privatizzando una parte consistente delle industrie statali per alleggerire la “manus publica”, cosicché da rendere i singoli individui più liberi nella loro scelta dei servizi di cui intendono usufruire, e soprattutto con un potere d’acquisto maggiore rispetto al passato; liberalizzando i mercati, creando competizione tra i vari attori economici che erogano servizi o beni; “last but not least” la cristallizzazione di una cultura civile, politica e giuridica ampiamente economicista, che pone al centro delle sue preoccupazioni non più la società in senso astratto, quanto piuttosto la percezione concreta degli individui e delle loro famiglie, intese come “cittadini consumatori”, ed è proprio l’enfasi sul consumatore, con le sue responsabilità, i suoi diritti, le sue virtù, nonché le sue specificità a costituire il centro della rivoluzione liberale che ha investito il mondo negli ultimi trent’anni.

In tutto questo dov’è l’Italia? La rivoluzione liberale che ha interessato i governi democratici di tutto il mondo, apportando notevoli benefici negli anni ’80, ‘90 e costituendo solide basi per gli ulteriori sviluppi economici post-crisi 2008 sembra non aver toccato, in maniera importante, la nostra penisola. Il provincialismo intellettuale italiano e la situazione politico-economica nostrana, avulsa dagli scenari internazionali decisivi, stanno condannando il nostro Paese al declino. L’Italia del boom economico degli anni ’50, ’60 e ’70, con la sua magica, meravigliosa atmosfera dovuta anche alle conquiste in campo culturale (si pensi all’indiscussa genialità di Fellini), oppure nelle realtà imprenditoriali (Mattei: tanto per fare un nome), quindi civili e politiche (il presidente del Consiglio della Repubblica Italiana: Alcide De Gasperi) sembra essere un ricordo lontano. Perché?

Eppure l’Italia è un paese dalla grandi potenzialità, capace di sprigionare un capitale umano di immenso valore: purtroppo, la meritocrazia, la concorrenza, quindi il libero mercato costituiscono paradigmi alieni dalla nostra cultura politica e sociale. Ogni anno migliaia di laureati, di medici e di ingegneri abbandonano il suolo natio per trovare lavori meglio retribuiti e situazioni di vita più degne all’estero. L’Italia, per suo conto, non attira giovani laureati dagli Stati Uniti, dalla Germania, dalla Gran Bretagna, dall’Olanda, dalla Francia, oppure dai paesi Scandinavi. Scrive Francesco Giavazzi, docente di Economia politica all’Università Bocconi di Milano e al MIT: “Questo nostro Paese assomiglia a un bellissimo Meccano. Purtroppo è montato male. Ci sono qua e là negli ingranaggi dei sassi che ne bloccano i movimenti; il risultato è che il Meccano brilla ma non si muove e se cerchi di spingerlo si capovolge. Non c’è altro da fare che smontarlo, e poi rimontarlo pezzo per pezzo”. La mancata rivoluzione liberale è il segno evidente della condizione odierna del nostro Paese.

(1 – continua)

Gabriele Federici

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom