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Commento. A Feltri dico: vogliamo vivere in Paese civile di L. Crespi

ottobre 11, 2010 di Redazione 

Un’ultima parola sul caso Porro/ Marcegaglia e poi riprendiamo a parlare di futuro (finalmente) offrendo al presidente del Consiglio la prima parte di un grande dossier sulla «rivoluzione liberale» promessa e finora mancata. Ultima parola che non può che essere affidata al nostro editorialista numero uno. Dopo aver analizzato i risvolti di autoreferenzialità non solo della nostra politica ma anche del suo «mastino di guardia», il nostro giornalismo, affrontiamo la questione dei limiti (in tutti i sensi) della nostra convivenza, quelli che separano la libertà da, appunto, l’assenza (o la fine) della civiltà. Una società è veramente libera solo se vi è assicurata la libertà di tutti. A costo – civile – di limitare le libertà. Perché la Libertà è un diritto assoluto. Le libertà vengono dopo. di LUIGI CRESPI

Nella grafica, il grande sondaggista

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di LUIGI CRESPI

Dopo il caso Boffo e la vicenda della casa di Montecarlo se ti chiamano dal il Giornale e ti dicono “ti scateniamo i segugi” chiunque si preoccuperebbe, dico chiunque.

Porro che si è appellato alla libertà di “battuta” è il primo ad essere in mala fede, perché alle sue battute e ai suoi scherzi non ride e non si diverte proprio nessuno.

Le insolenze di Feltri che senza mezzi termini ha parlato della Marcegaglia come di una che “ci ha rotto i coglioni, cosa vuoi che ci freghi di quello che dice” rappresenta il modo peggiore di uscire da questa vicenda dove si confonde il giornalismo d’indagine con l’intimidazione e l’arroganza tipica di chi è travolto dal delirio di onnipotenza.

E questo va detto con chiarezza anche se la presenza in questa vicenda del pm Henry John Woodcock è una garanzia per Feltri e i suoi che da i tribunali non avranno veri problemi, ma appunto la questione non ha il suo centro tra le carte bollate.

Comunque la pensiate i giornalisti coinvolti ne escono delegittimati e bene farebbe il presidente del Consiglio a tracciare una linea di demarcazione netta con certi metodi e approcci che francamente lasciano allibiti.

Ma ancor di più chi deve intervenire è l’editore che non può consentire che un manipolo di arrogantelli avvelenino il Paese con l’alibi delle copie vendute.

Vendere non è tutto e la barbarie civile non può essere il prezzo che siamo disposti a pagare, perché allora dovremmo giustificare in nome dell’audience programmi come “Chi l’ha visto” che comunicano l’atroce morte di una figlia ad una madre in diretta, senza pudore e senza pietà, solo in virtù di un diritto di cronaca che risponde ad un bieco interesse.

In che Paese viviamo? E su quali valori umani si basa e da chi devono essere difesi? Questa è la domanda che mi faccio e a cui non trovo una risposta.

LUIGI CRESPI

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