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Se l’attacco dei feltriani alla Marcegaglia dimostra c’ha ragione Emma Marcegaglia Burgio su ultimo caso autoreferenzialità

ottobre 11, 2010 di Redazione 

Il Paese, il giornale della politica italiana lo ha scritto più volte, è di fronte ad un bivio, per inerzia imboccherebbe (imboccherà, appunto se non rompiamo l’inerzia) la strada che scende, quella del declino; un declino dal quale difficilmente, per molti decenni, avremmo modo di riprenderci. E che ci renderebbe molto più poveri. Tutti. Allora è necessario un completo ribaltamento di piano, che sia ad un tempo culturale e (strettamente) politico: è necessario tornare subito alla politica vera, fatta di scelte concrete per il futuro dell’Italia, e il Politico.it ha già avuto modo di indicare anche un possibile modo di – il come – farlo. L’Italia è un Paese dalle risorse “umane”, culturali, intellettuali, infinite. Attenzione: non significa che possiamo vivere di rendita. Anzi: il tempo in cui era possibile farlo sta appunto finendo. Da adesso in avanti dovremo, per così dire, guadagnarci la giornata. E non è possibile farlo se non rilanciando e puntando a rifare grande l’Italia. Cosa che possiamo appunto fare in ragione di quelle risorse. Che devono però essere risvegliate. E si risvegliano stimolando culturalmente il Paese. L’Italia può e deve diventare un grande campus a cielo aperto, nel quale si studia (scuola, università e ricerca da un lato e formazione permanente dall’altro a costituire la spina dorsale che alimenta una testa chiamata innovazione) e, in generale, si torna a respirare cultura come cifra del quotidiano. Non, naturalmente, un macigno sulle nostre esistenze; ma il piacere di pensare, imparare, crescere. E tornare (così) grandi. Tutti insieme. In questo senso un ruolo decisivo, lo abbiamo scritto, lo avrà la televisione. E al presidente della Camera diciamo: non buttiamo un patrimonio come quello della tivù pubblica che può costituire, se usata con onestà e responsabilità, un grande strumento di (ri)educazione del Paese. I partiti devono stare dentro la Rai, ma nel senso che devono dare il loro meglio per stimolare la televisione pubblica a ricostruire la nostra identità, e la nostra intelligenza. Un Paese che studia, che pensa, che crea è un Paese che, se ha il talento – e l’Italia è forse il Paese che ne ha più al mondo – non può non tornare grande. E lo farà. Su questa strada c’è l’impedimento dell’attuale nostra politica autoreferenziale, rispetto alla prosecuzione del cui racconto non esitiamo ulteriormente, passando la palla a quella Chiara Burgio che trae la lezione che tutti avremmo dovuto trarre dal caso Marcegaglia: il giornalismo italiano è diventato corresponsabile della nostra politica nella propria autoreferenzialità. I modi sono più o meno “eleganti”, ma la stampa italiana ha smesso di svolgere la propria funzione di stimolo e di riferimento alla stessa politica italiana per la guida del Paese. Quello che invece fa ogni giorno, solo – ma non da solo – il giornale della politi- ca italiana. Anche in questo momento. Analizzando il caso dell’aggressione, minacciata, de il Giornale (?) a Emma Marcegaglia da questo punto di vista.       

Nella foto, Nicola Porro

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di Chiara BURGIO

Se al posto dei nomi illustri di Marcegaglia, Confalonieri, Feltri, Porro e Arpisella si mettessero dei nomi qualunque, questa storia sembrerebbe una semplice litigata tra amici, di quelle che succedono quotidianamente e che sono presenti in ogni fase della vita. Tu non mi consideri allora io parlo male di te, un amico te lo comunica e tu, al posto di venire a lamentarti con me, vai dal mio superiore, o da chiunque abbia una qualche autorità nei miei confronti. In soldoni l’ultima bagarre in ordine di tempo, tra politica, giornalismo e magistratura potrebbe essere riassunta così, se non fosse che non si tratta degli amici della comitiva né dei compagni di scuola e quindi merita un’analisi più approfondita.

Bisogna andare a monte per cercare di capire qualcosa, soprattutto i legami tra le parti, e precisamente bisogna andare a metà settembre, quando Nicola Porro, giornalista e vicedirettore del Giornale manda l’ormai famoso sms a Rinaldo Arpisella, portavoce e addetto stampa di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustia. Il testo dell’sms recita così: “Ciao Rinaldo domani super pezzo giudiziario sugli affaire della family Marcegaglia”. A questo messaggio seguiranno delle telefonate tra i due, conversazioni che sono state intercettate e registrate per puro caso, in quanto il telefono dell’Arpisella era sotto controllo per indagini circa un’altra inchiesta.

Proprio le registrazioni, pubblicate su Youtube da il Fatto Quotidiano, permettono di avere una chiara percezione dei toni usati da Porro mentre comunica ad Arpisella, collega e amico da svariati anni, il proprio disappunto per il costante disinteresse del presidente di Confindustria nei confronti della testata di Feltri e delle sue puntuali richieste di interviste sempre disattese. Porro, in riferimento alla never ending history di Fini e della casa di Montecarlo scherzosamente dice di aver spostato i suoi segugi da Montecarlo a Modena, città della Marcegaglia; e “adesso ci divertiamo, per venti giorni romperemo il cazzo alla Marcegaglia come pochi al mondo”. Se, ancora una volta, si mettessero dei nomi qualunque al posto di quelli di Porro e Arpisella questa conversazione telefonica sembrerebbe chiaramente quella tra due amici, dove uno si sfoga con l’altro della poca considerazione di un’amica comune. Il problema sta sempre lì, che non si tratta di due amici qualunque.

Dopo questa telefonata dal tono confidenziale ed amicale, Arpisella probabilmente si ferma a riflettere sulla reale minaccia di questa confidenza, facendosi degli scrupoli, perché sì, Porro avrà pure scherzato e fatto una “boutade” come la definisce lui, ma di questi tempi, visto il pressing incessante fatto ai danni di Fini proprio dal Giornale, è meglio farseli questi benedetti scrupoli (ai magistrati Arpisella dirà proprio di avere “paura che questo avvertimento si realizzasse con la pubblicazione di un dossier che avrebbe potuto deturpare l’immagine di Emma Marcegaglia”). Spinto da questi sentimenti il portavoce del presidente di Confindustria chiama prima Mauro Crippa, responsabile delle comunicazioni di Mediaset che gli suggerisce di contattare subito Fedele Confalonieri che, una volta avvertito, a sua volta chiama Feltri, per poi contattare direttamente Emma Marcegaglia tranquillizzandola sul fatto che il Giornale non avrebbe scritto nulla. Se si trattasse sempre della combriccola di amici di lunga data la cosa finirebbe qui, ma poiché così non è, bisogna andare avanti nel raccontare quello che è successo.

Giovedì mattina infatti, presso le redazioni romana e milanese del Giornale, sono stati cercati i documenti che dovevano mettere insieme il presunto dossier che avrebbe potuto screditare il presidente di Confindustria, ma non è stato trovato nulla. Come si è visto il giorno dopo in edicola, il dossier in realtà era l’unione di undici articoli scritti in questi anni da altre testate giornalistiche concorrenti, l’Espresso, il Fatto Quotidiano, La Repubblica e l’Unità.

La critica al lavoro del presidente degli industriali italiani, quella che si è rivelata essere sostanzialmente una bolla di sapone, ha in realtà portato definitivamente alla luce il rapporto logoro tra politica e giornalismo in Italia. E’ stato un duro colpo all’integrità e alla libertà della categoria la facilità con cui Confalonieri è intervenuto nella faccenda, mettendo tutto al proprio posto con una semplice telefonata, ma fa riflettere anche il clima di tensione e l’allarmismo che respirano gli esponenti della politica italiana quando sentono associato il proprio nome alla parola “dossier”. La Marcegaglia infatti, interpellata in merito dai magistrati, ha dichiarato di aver “sicuramente percepito l’avvertimento come un rischio reale e concreto per la mia persona e per la mia immagine, tanto reale e concreto che effettivamente ci mettemmo, anzi mi misi personalmente, in contatto con Confalonieri. Non mi era mai capitata una cosa simile, e cioè non mi era mai capitato che un quotidiano ovvero qualsivoglia altro giornale tentasse di coartare la mia volontà con queste modalità per ottenere un’intervista ovvero in conseguenza di dichiarazioni precedentemente rilasciate”.

Da tutta questa storia c’è molto su cui riflettere, a partire dallo stato di salute della politica in Italia e del giornalismo, che sta prendendo sempre più le sembianze di un giornalismo spicciolo di intrattenimento, come nelle riviste di gossip in cui si cerca a tutti i costi qualcosa di sporco da tirar fuori, ovviamente a tempo debito, nel momento in cui il soggetto in questione non fa più comodo o c’è bisogno che venga screditato. Un clima di poca fiducia che si riversa inevitabilmente su tutti gli ambienti circostanti e che non aiuta affatto la difficile risalita del Paese da uno dei periodi più duri che abbia mai dovuto affrontare in quasi 150 anni di vita.

Chiara Burgio

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