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Il giorno del cordoglio per i nostri militari Ma su Afghanistan è necessaria strategia Mentre da noi si parla di dossier di Feltri Che sia inizio di una nuova narrazione(?)

ottobre 11, 2010 di Redazione 

Apriamo questa nuova settimana di nostra politica con il doveroso saluto ai quattro soldati italiani uccisi in guerra, nelle ore del funerale. Il momento del dolore – ricordiamo che, quale che sia il nostro punto di vista sui conflitti, e ora vi raccontiamo il nostro, che pure i nostri lettori più affezionati conoscono bene, i militari sono uomini che mettono in gioco la vita in nostro nome di solito per un ideale che in molti casi è lo stesso della pace; dobbiamo loro pathos e rispetto – il momento del dolore, si diceva, non impedisce e, anzi, impone di cominciare (?) una riflessione. Su un doppio livello. Quello di merito, perché, come scrive Gad nel pezzo che state per leggere, il nostro intervento – o meglio la nostra partecipazione – era probabilmente necessario, ma non si può «cronicizzare» quanto meno senza averlo riponderato, a distanza ormai di dieci anni dall’inizio della guerra, e dopo decine di nostri morti in un impegno che, ufficialmente, continua a non essere dichiarato bellico. Insomma, serve quella strategia, quelle valutazione e pianificazione d’insieme e di prospettiva, con un obiettivo e magari un termine, che la nostra politica, oltre forse all’intero contingente alleato in Afghanistan, sembra stentare a darsi. Ed è proprio qui che si apre il secondo fronte (è proprio il caso di chiamarlo così?) di riflessione: possibile che la nostra politica autoreferenziale di oggi debba porsi il problema di tutto questo solo dopo l’ulteriore morte di nostri soldati? E’ sbagliato, ovviamente, invocare il ritiro senza se e senza ma (specie se i se e i ma riguardano appunto la ponderazione da compiere) ma, per usare le parole del ministro La Russa (al quale diciamo: la guerra non è un fine ma un mezzo da utilizzare con un contagocce strettissimo e con il massimo dolore, non certo con compiacimento. Come scrivemmo in primavera, è una responsabilità che a volte va assunta ma per dovere, non certo per “passione”), finisce per essere vero «sciacallaggio» non occuparsene proprio o quasi, prediligendo il nostro teatrino interno, fatto di nulla e che impedisce, appunto, la politica vera. Sul tema di fondo del nostro discorso di questi mesi, l’autoreferenzialità della politica italiana di oggi che trascende in alcuni casi (come in questo) in mancanza di (grave) responsabilità o, lo vedremo dopo, in autolesionismo, comincia con questo pezzo di Lerner una breve narrazione nella giornata di oggi.

Nella foto, Gad Lerner

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di GAD LERNER

Ancora una volta è un Lince, il mezzo blindato che ben ho conosciuto in Libano, a saltare per aria insieme ai nostri soldati. Un lutto terribile, un senso di perdita irreparabile che ci fa vergognare per il troppo tempo dedicato alle stupide beghe della politichetta nostrana.

Oltre che piangere i quattro morti e fare gli auguri al ferito, senza venire meno agli impegni assunti nell’ambito dell’alleanza atlantica dovremo pur discutere serenamente, come si sta facendo pure negli Stati Uniti.

A quasi dieci anni dall’inizio della missione in Afghanistan, qual è il bilancio della guerra più lunga in cui siano state mai impegnate le nostre Forze Armate? Non abbiamo la controprova, cioè ignoriamo cosa sarebbe successo tra Afghanistan e Pakistan dopo l’11 settembre 2001 senza un intervento militare: temo il peggio. Ma neppure è pensabile cronicizzare quella presenza. Trovare una soluzione diplomatica è un rompicapo, e implica un diverso atteggiamento con vicini insidiosi come il Pakistan e l’Iran.

GAD LERNER

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