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Diario politico. Sviluppo economico (di?) Si comincia discutere mozione di sfiducia Allora Silvio nomina Romani neo-ministro Così il conflitto di interessi è una guerra La sensazione che non ci creda nessuno Se è così meglio presidente lasci subito

ottobre 5, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. 154 giorni di attesa, e la montagna partorisce il topolino. Il nuovo ministro per lo Sviluppo economico è l’ex sottosegretario con delega alle Comunicazioni, ex dirigente delle collegate Fininvest/Mediaset e uomo di fiducia del premier per la televisione. La scelta prediletta da Berlusconi, ma per assicurarsi che nessuno metta le mani (anzi) nel suo vaso di marmellata. Una scelta che da questo punto di vista è esplosiva: il conflitto di interessi prodotto dal (lungo) interim di Silvio è confermato per delega. Ma è assolutamente di basso profilo per ciò che riguarda il ruolo strategico del dicastero per il Paese. E la ragione per cui si è arrivati ad una conclusione di questo tipo è duplice: da un lato Berlusconi tenta da mesi di individuare un candidato di peso, salvo ricevere una serie di no (da Montezemolo a Marcegaglia passando per Luisa Todini). E questo dimostra che la responsabilità è una bandiera facile da declamare ma meno facile da impugnare ed agitare. Ma anche che la co-responsabilità in un’impresa a rischio chiusura è un fardello che nessuno si vuole caricare. Dall’altro la fragilità della maggioranza è quella che ormai conosciamo e di fronte alla prospettiva di un voto di sfiducia all’interim tenuto finora, per il quale era cominciata proprio ieri la discussione in aula, Berlusconi ha preferito non far rischiare il governo. Se la linea è questa, se non c’è – per ragioni interne e “ambientali” – la possibilità di rilanciare, come il giornale della politica italiana incalza il presidente del Consiglio a cercare di fare – anche proprio per risolvere i propri, problemi – allora la stabilità e la prosecuzione della legislatura diventano un disvalore ed è molto meglio che Silvio rassegni le dimissioni e si torni – magari dopo avere cambiato la legge elettorale – alle urne. Il racconto della giornata, all’interno, è di Ginevra Baffigo.

Nella foto, il neo-ministro per lo Sviluppo economico Paolo Romani: «No, eh»

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di Ginevra BAFFIGO

Dopo 154 giorni di interim ed una lunga serie di promesse di volta in volta posticipate, Berlusconi opta infine per la nomina più ovvia, ma a lungo smentita. Il ministero dello Sviluppo Economico ha finalmente un nuovo titolare: Paolo Romani, attuale viceministro alle Comunicazioni.
Finisce così il lungo temporeggiamento di Berlusconi, andato avanti per ben cinque mesi. Il rimandare la scelta non si è dimostrato una strategia vincente: non si è infatti potuto evitare un velenoso strascico di polemiche che tuttora non sembra scemare.
Dalle dimissioni coatte di Scajola sono passati 154 giorni, in cui uno dei ministeri strategici in tempo di crisi è stato “preso in carico” dal già oberato premier. 154 giorni in cui non sono mancate continue sollecitazioni a Palazzo Chigi affinché trovasse un nuovo capo dicastero. «La prossima settimana avrete la nomina», divenuto dopo il primo mese un mantra che neppure il governo riusciva a ripetere con convinzione, viene rafforzato dalla vana promessa del 4 maggio: «L’interim sarà breve e sarà un incarico limitato nel tempo. È un incarico diciamo così, tecnico. Durerà giorni». 154 per l’appunto.

Confindustria, le opposizioni, perfino membri dell’esecutivo segnalavano il vuoto di potere, proprio in quel ministero cui la crisi assegnava, ed assegna tuttora, un ruolo più che attivo. Giorgio Napolitano è stato forse il più assiduo nel denunciarne l’urgenza. Le opposizioni ne hanno colto il pretesto per farne anche un’arma polemica, additando nel posto vacante l’evidente noncuranza di Palazzo Chigi.
Ma per il Cavaliere non è stato un gioco facile: alle chiamate in causa fanno seguito una serie di illustri “no grazie”. Primo fra tutti quello del presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo. A seguire uno ancora più plateale dall’assemblea annuale della Confindustria, dove dal palco il premier si rivolge mussolinianamente alla platea: «Volete che Emma Marcegaglia diventi ministro?». In tutta risposta: gelo in sala e l’imbarazzo del presidente.
La poltrona resta vacante in un crescendo sempre più stridente di tensioni sociali e problemi economici che si moltiplicano in via esponenziale: da Pomigliano ai minatori del Sulcis.
Ancora ad agosto il dicastero è senza un titolare, l’irritazione del Colle è evidente e dalle opposizioni si sollevano cori polemici, ma lentamente inizia a circolare il nome di Paolo Romani.
Vice ministro alle Comunicazioni, il sessantatrenne milanese era il candidato preferito da Berlusconi. Con una lunga carriera nell’editoria radiotelevisiva datata 1976, anno in cui fonda Milano Tv, poi Rete A, di cui sarà direttore generale fino al 1985. Dopo questa esperienza dal 1986 al 1990 ricopre la carica di amministratore delegato di Telelombardia, nel 1990 è editore di Lombardia 7, emittente che cede nel 1995 dopo essere stato eletto deputato con Forza Italia, in cui coprirà il ruolo di coordinatore regionale per la Lombardia dal 1998 al 2005. Ma è proprio il suo passato imprenditoriale, nelle aziende del premier, che fa sfumare in un primo momento la sua nomina.
Anche Tremonti segnala l’urgenza: «Serve un ministro» a cui fa eco l’ad della Fiat, Sergio Marchionne: «Il ministro? Lo aspettiamo anche noi».
E’ solo dopo la fiducia che la promessa di Berlusconi («Lunedì avrete il nuovo ministro») diviene realtà.
Romani sul tavolo trova intatto il lavoro inconcluso di Scajola: ancora il dossier sul nucleare, legge sul made in Italy, quella sulla concorrenza e le tante aziende in crisi che invano facevano appello al governo per sbarcare il lunario nella crisi. Solo che sui fascicoli ora c’è più polvere e nelle casse meno risorse: con la manovra 2011 vengono a mancare ben 900 milioni, mentre i fondi Ue e Fas sono migrati nelle casse del dicastero di Raffaele Fitto ed altri 800 milioni di fondi per il turismo sono passati direttamente sotto la gestione di Michela Vittoria Brambilla, e, dulcis in fundo, l’Istituto per la Promozione Industriale è stato soppresso.

Le reazioni. Temporeggiamenti e tagli per i quali paradossalmente Bersani è il primo ad accorrere in difesa del neo ministro: «Dopo aver cercato per tanto tempo un ministro, adesso si corre il rischio di non trovare più il ministero – chiosa il leader Democratico – Bisogna vedere se esiste ancora il ministero dello Sviluppo che in 5 mesi è stato fatto a pezzi nell’incuria generale insieme ai problemi veri che si chiamano lavoro, attività economiche e produttiva». «Vedremo se ci sarà un ministro che possa occuparsi di crisi aziendali» sfida Bersani. Decisamente più ironico Pier Ferdinando Casini: «Avrei preferito Fedele Confalonieri sia per la sua conoscenza del mondo dell’impresa, sia per la sua conoscenza del mondo televisivo». Per il nostro Massimo Donadi, «con Romani siamo al trionfo del conflitto d’interessi. Berlusconi non solo ci ha messo cinque mesi per nominare un nuovo ministro, ma ha scelto anche l’uomo che è stato il braccio armato di Mediaset nelle istituzioni. L’uomo al quale ha affidato la tutela dei suoi interessi nell’etere, ora si occuperà della banda larga e delle frequenze televisive».

L’Amn replica a Berlusconi. «Nell’ultimo periodo per scelta ci eravamo imposti di non replicare a quello che è diventato uno stillicidio. E’ difficile trovare termini per esprimere il nostro rimpianto e disappunto. Non si può mettere in modo così violento in discussione un organo dello Stato, non è più solo un problema dei magistrati, ma di tutte le istituzioni». Adamantino dunque, il messaggio di Luca Palamara, presidente dell’Anm, che ospite di Sky Tg24 risponde alle dichiarazioni del presidente del Consiglio. Il premier infatti ieri ha proposto una commissione parlamentare d’inchiesta contro «certa magistratura», che come era ben più che prevedibile oggi va su tutte le furie??.
«Assistiamo a invettive e insulti – prosegue Palamara – Si vuole una magistratura docile che non disturbi il manovratore di turno. Il che non significa però che la magistratura sia, come accusano tanti esponenti di governo, una corporazione che vuole assolvere tutto: il 10% dei magistrati in servizio viene sottoposto a procedimento disciplinare e il 3% viene condannato a sanzioni disciplinari».?? «Mettere in maniera così violenta in discussione una funzione dello Stato – ammonisce ancora il presidente Palamara – rischia veramente di sovvertire quelli che sono gli equilibri. Ogni inchiesta della magistratura viene strumentalizzata, si attribuisce un colore ad ogni inchiesta: non vorrei che si dimenticasse il ruolo fondamentale che la la funzione giudiziaria ha in uno Stato democratico».
Se Berlusconi ??non intende deporre il vessillo della propria battaglia, molti nella maggioranza si dicono da subito contrari alla commissione d’inchiesta invocata dal Cavaliere. Primi fra tutti gli uomini del presidente della Camera: «Per noi i giudici non sono dei pazzi comunisti e neanche dei deviati mentali. Se Berlusconi cerca un pretesto – è il monito di Italo Bocchino – ha trovato quello giusto». Futuro e Libertà ribadisce in modo chiaro ed esplicito il proprio ‘no’ a «una riforma della giustizia che sia punitiva nei confronti della magistratura, che proceda per commissioni d’inchiesta».
Anche dal Pd si alzano obiezioni. Franceschini: «La commissione è un’ossessione di Berlusconi. Sono 16 anni che lui mette in cima a qualsiasi agenda politica, indipendentemente dalla situazione in cui si trova il Paese, il suo problema giudiziario. Il suo incubo è quello e vuole uscirne in tutti i modi». Caustico Antonio Di Pietro: «A Berlusconi interessa solo ?portare avanti le sue battaglie contro i magistrati e fare leggi per non farsi processare, del Paese non gli importa nulla».

Ginevra Baffigo

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