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Bar Democratico. Rivendico diritto all’età adulta di Emidio Picariello

ottobre 4, 2010 di Redazione 

C’è un’intera generazione che chiede il ricambio e il rinnovamento delle classi dirigenti da ormai molti anni. Il giornale della politica italiana, onesto e responsabile, ha atteso la nostra politica autoreferenziale di oggi alla prova dei fatti, per vedere se quella classe politica che ha pur gettato i semi della modernità nel nostro Paese fosse ancora abbastanza “presente” (in tutti i sensi) da poter guidare l’Italia per un altro tratto di strada. La giornata in cui l’Istat certificava che un giovane su tre è senza lavoro (appunto?) e questa politica italiana “rispondeva” (?) mandando in scena una Direzione nazionale in cui i Democratici parlavano di se stessi (o poco più) e a destra continuava la faida a colpi di schizzi di fango tra il presidente del Consiglio e il presidente della Camera è il simbolo-dimostrazione, anche per i più prudenti, che l’attuale classe dirigente ha ormai esaurito il proprio ciclo e che quel ricambio è necessario per il Paese. Come abbiamo scritto in quelle ore, il cambiamento che si richiede oggi – non più della politica italiana ma dell’Italia – può essere portato a compimento solo da “figli di questo tempo”, che portano con sé l’empatia di chi vive l’oggi e partecipa a sentire l’esigenza che sta alla base di ogni svolta. Il (non più) giovane dirigente del Pd rilancia allora il messaggio: il Paese venga affidato a dei “contemporanei”, e i contemporanei, naturalmente, dimostrino di meritarlo mettendo in campo le idee – e non le tattiche – necessarie ad ottenerlo. Lo fa partendo da una constatazione: da noi è stata cancellata l’età adulta. Ecco in che senso.

Nella foto, Emidio Picariello

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di Emidio PICARIELLO

We were small and thought we knew nothing
Worth knowin

Seamus Heaney – The Railway Children

Guareschi scrisse un libro molto divertente sulla propria famiglia e nell’introduzione disse che raccontava di sé per permettere al lettore di vedere nel racconto la propria vita. Io faccio un po’ la stessa cosa, ma non temete: senza esagerare. Mi sono capitate un po’ di occasioni in questa estate di essere ospite a delle feste del Pd. E in tutti i caso si faceva riferimento a me come a una “giovane promessa”, “giovane dirigente” o comunque “giovane qualunque cosa” del Partito. E io mi sono tutte le volte trovato costretto a fare una precisazione, la faccio qui, una volta per tutte e così consideriamo chiuso l’argomento.

In questo dannato (sic!) Paese e segnatamente nella sua politica è scomparsa l’età adulta. Quella fra l’inizio del ministero di Cristo e la sua crocefissione, per intenderci, quella in cui i nostri padri hanno fatto figli e lavorato e accumulato la pensione, aperto aziende, comprato case, vissuto gli anni più produttivi, insomma. Si è passati senza colpo ferire dall’essere giovani (fino a quaranta anni) all’essere vecchi. Si è persa completamente traccia dell’età adulta. Ecco io, a trentadue anni appena compiuti, rivendico il mio diritto a essere adulto e a essere trattato come tale.

Questa situazione per la quale i trentenni non devono aspirare a responsabilità sopratutto politiche è figlia di un patto scellerato fra le generazioni: da una parte in questo modo gli uomini – e le donne – possono ritardare il momento in cui si devono assumere le proprie responsabilità, dall’altra parte i padri possono mantenere i fili del potere perché i giovani non hanno esperienza a sufficienza per gestirlo.

Così il candidato segretario provinciale del partito è troppo giovane per trattare con le parti sociali quando ce ne sarà bisogno, il candidato a sindaco è troppo giovane per governare una città come Firenze e così via. I troppo giovani trentenni stanno nella loro bambagia e i sessantenni continuano a gestire le cose. Il problema è che la vittima di questa situazione è la società che rimane bloccata nello schema che chi è al potere ha creato.

La questione dell’inesperienza è ridicola. Vi faccio una domanda, pensateci un momento e poi rispondete: quanti anni aveva Scalfaro quando ha scritto la Costituzione? E Andreotti? E Moro? E Pajetta? Provate a fare un’ipotesi, provate a pensare se oggi a tanti venticinquenni-trentenni sarebbe stata affidata una responsabilità del genere. E provate a pensare quanto meno lungimirante sarebbe stata la nostra Carta se fosse stata scritta da persone con più passato che futuro.

Il ricambio della classe dirigente non è un capriccio: come dice il mio amico Maurizio è una questione di credibilità: quando sento Veltroni discettare su come organizzerebbe bene lui il partito – aggiungo io – non posso che chiedermi perché non l’ha fatto, dato che lui segretario è stato. Io no, se me ne date la possibilità vi posso dimostrare se sono capace o meno: ma Veltroni che non ha polso a sufficienza per governare le correnti mi pare che l’abbia abbondantemente dimostrato.

Il problema è che in Italia ci piacciono le cose che conosciamo, ci danno sicurezza. E poi ci innamoriamo degli altri Paesi quando si comportano proprio in modo opposto. L’anno scorso Marino era inesperto per fare il segretario del Pd. Ve lo giuro, “inesperto” è la parola che da coordinatore della sua mozione nella mia provincia ho sentito più spesso. Nel 2005 il Senatore Barack Obama era un completo sconosciuto tanto che il primo ministro cambogiano non ne ricordava il nome. Tre anni dopo – tre, non venticinque – era il presidente.

L’ultima cosa, poi, come si dice a Firenze, mi cheto. Ed Miliband, 41 anni, David Cameron 44 anni. Ma in generale il sistema del ricambio delle classi dirigenti di tutti i Paesi democratici tranne l’Italia. Nel 1996 Bersani era ministro, negli States il presidente era Clinton – che adesso non ricopre ruoli di rilevanza politica, ma fa conferenze e parla di ambiente – in Inghilterra John Major (e dopo di lui Tony Blair, anche lui adesso lontano dalla politica del suo Paese, ricopre un ruolo ONU). In Spagna Gonzàles terminava un lunghissimo periodo alla guida della sinistra del suo Paese. Ma lo terminava davvero, tanto che non ne abbiamo più sentito parlare. In Italia Bersani avevamo, Casini avevamo, Fini avevamo e questi abbiamo ancora.

La maggioranza delle persone che mi considerano un “giovane” nell’accezione negativa dell’inesperienza crede in una religione che si basa su cose dette da un uomo nel periodo fra i trenta e i trentatre anni e mezzo, gli altri vivono in un Paese la cui Costituzione è stata scritta da persone che non avevano raggiunto i trent’anni. Però io sono un giovane e ho ancora tanto da imparare. Tanto da non sapere niente degno di esser noto. Ma io non smetto di provare a far capire che le mie idee devono essere valutate per quel che valgono. Sarà perché godo ad attaccare il sole con una pistola ad acqua.

PS. Anche l’ultima frase è una citazione, di Buckowsky, stavolta, e sì, lo so che solitamente scrivo di politica e non di poesia, ma è il mio trentaduesimo compleanno: lo festeggerò con gli amici nel week end, ma stasera me lo godo in solitudine e con un bicchiere di Lagavulin invecchiato (sic!) di 16 anni e questo alimenta la mia vena romantica.

Emidio Picariello

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