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***L’editoriale***
UNICREDIT, LA LEGA FA IL MALE DELL’ITALIA (E DEL NORD)
di PIETRO SALVATORI

ottobre 1, 2010 di Redazione 

Il localismo può farci sopravvivere al piccolo pericolo (apparente) di una perdita (minima) della nostra sovranità nel breve periodo, ma a lungo andare segna l’isolamento e la conseguente irrilevanza della nostra economia. Vi spieghiamo come e perché gli uomini di Bossi hanno impedito che i libici accrescessero la propria quota nella principale banca “italiana”, ma soprattutto – questo era il vero obiettivo – come e perché si sono liberati di Alessandro Profumo, il manager che aveva fatto di Unicredit uno dei maggiori istituti di credito d’Europa e che su questa strada – quella dell’internazionalizzazione – intendeva proseguire in una logica di rafforzamento delle nostre posizioni e non di, appunto, chiusura a riccio autoreferenziale. di PIETRO SALVATORI

Nella foto, Bossi: «Guarda che dicono questi»

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di PIETRO SALVATORI

Non ci piace particolarmente il modo del tutto italico di analisi degli equilibri economici e finanziari del Paese, ultimamente applicato con solerzia al caso Unicredit. Lo diceva anche Enrico Cisnetto venerdì scorso. Un rincorrersi tra chi addossa la colpa al carattere eccessivamente dirigista di Profumo, e chi mette in luce, al contrario, le motivazioni di natura squisitamente politica che hanno condotto al suo allontanamento. Non si può però non notare come il tentativo del banchiere di trasformare il proprio gruppo in una banca di stampo anglosassone, sostanzialmente centralizzata e lanciata sul mercato internazionale, si sia scontrato pesantemente con quello che, sempre Cisnetto, ha inquadrato come il «polveroso e provinciale capitalismo relazionale» che sopravvive dalle nostre parti. Un sistema di regolamentazione del mercato nel quale i particolarismi locali tendono a difendere le proprie prerogative con i denti, fino al punto di coalizzarsi nel tentativo di mandare a monte tentativi di ristrutturazione che spostino eccessivamente lontano le leve del comando dal proprio controllo.

Il dirigismo attraverso il quale Profumo ha portato Unicredit a competere con le più grandi banche europee, ma che ha anche condotto a operazioni quantomeno discutibili come l’acquisizione di Capitalia per l’ingente somma di 18 miliardi di euro e gli è valso il soprannome di «arrogance», è stato uno dei motivi di preoccupazione più cogente per le fondazioni che gravitano nell’orbita del gruppo bancario, preoccupate della sempre minore influenza interna alla quale la ristrutturazione del gruppo le stava relegando. Parliamo di una quota dell’azionariato complessivo che nel 2008 era stimata intorno al 17%, e che oggi dovrebbe superare di poco il 20%.

L’accusa di favorire in modo poco trasparente la scalata libica alla società sembra essere stato dunque solo un pretesto utilizzato dalla quota parte degli organismi dirigenti in mano alle fondazioni per estromettere Profumo dalla guida del gruppo. È fuori discussione che la vicenda abbia messo in luce alcuni problemi nella catena di comando del gruppo bancario, se il facente funzioni Rampl ha faticato a rendere conto alla Banca d’Italia dello stato dell’arte dell’azionariato di una società della quale è tutt’ora presidente, e che è controllato dalla Libia tramite la Banca centrale del Paese e la Lybian Investment Authority per un totale pari circa al 7,6% del capitale totale. Ma è anche vero che, al di là delle modalità con le quali è avvenuto, il benservito all’amministratore delegato ha radici più profonde che non quelle legate alla contingenza attuale.

Eppure la paura di Tripoli è stato il grimaldello attraverso il quale la politica ha imposto con vigore la propria voce nell’allontanamento di Profumo. Dici politica, e leggi Lega.

L’emiliana Rolo Banca (alla quale viene ascritto il 3,3% del capitale totale), la fondazione Manodori di Reggio Emilia, la Cassa di Trieste. Ma soprattutto la sabauda Crt e la Cariverona, rispettivamente con il 3,8 e il 4,8 del capitale. È questa la geografia di riferimento delle fondazioni che hanno interesse in Unicredit. Tutte collocate in feudi del Carroccio, siano essi storici, come il Veneto, appena conquistati, con Cota insediatosi da pochi mesi sotto la Mole antonelliana, o in via di acquisizione, a guardare le percentuali verdi in continua ascesa nella pianura emiliano-romagnola. Il controllo delle varie realtà locali, con le loro quote nelle municipalizzate e l’oligopolio nella distribuzione del credito sul territorio di afferenza, è una delle chiavi preferenziali nel radicamento territoriale del partito di Bossi. D’altronde Zaia, governatore del Veneto, ha spiegato in punto di vista leghista della situazione senza ricorrere a mezzi termini: “Unicredit è figlia dei territori, di fondazioni che sono rette dagli Enti pubblici. E sottolineo, siccome qualcuno lo dirà, che noi ci permettiamo di intervenire perché siamo lì con i nostri rappresentati: gli amministratori li nominiamo noi”. Questo a quattro giorni dal siluramento di Profumo.

Ma “con il capitalismo dei feudi le nostre imprese non andranno lontano, e le modalità usate dagli azionisti possono solo danneggiare la reputazione dell’Italia”, osservava Giavazzi mercoledì scorso sul Corriere della Sera.

Che Unicredit sia stata per giorni acefala e non avesse a portata di mano una soluzione strategica per rimpiazzare Profumo, è un dato di fatto. Che la battaglia portata avanti da Bossi e dai suoi sia proficua ed opportuna, al contrario, è tutto da dimostrare.

PIETRO SALVATORI

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