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***Diario politico***
E’ “UFFICIALE”: SI VOTA IN PRIMAVERA(?)
di GINEVRA BAFFIGO

settembre 30, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidia- na de il Politico.it. Il giorno più lungo per il presidente del Consiglio si chiude con una certezza (amara): la maggioranza non c’è più e Futuro e Libertà ha in mano l’esecutivo. Si spalancano le porte delle elezioni anticipate. Ci sono addirittura già la date: 27 marzo o primi di aprile. Sembra non esserci via di fuga per il premier che pure ieri si è giocato tutte le (poche?) carte a disposizione. Ecco il racconto della giornata più difficile del Cavaliere. di G. BAFFIGO

Nella foto, Berlusconi ieri in aula

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di Ginevra BAFFIGO

Con una manciata di voti favorevoli, appena al di sopra della quota minima di maggioranza, alla fiducia al governo Berlusconi si conclude questa intensa giornata di politica italiana.
342: questa la cifra con cui si conferma la fiducia all’esecutivo. Il risultato è quello di una tregua, ma con questi numeri non si può cantare vittoria. Bossi: «A lungo termine non regge niente». «I numeri sono limitati. La strada è stretta – commenta ancora il leader della Lega – Nella vita è meglio prendere la strada maestra e la strada maestra è il voto. Berlusconi non l’ha voluto e ora siamo a questo punto».

Il discorso. La giornata si era aperta con l’intervento del presidente del Consiglio. Al culmine di mesi di scontro Silvio Berlusconi fa la sua scelta: toni concilianti, trattiene le battute «pungenti» e indossa i panni del «moderato». Tutto per evitare quell’ultimo definitivo strappo. Con sguardo particolarmente docile punta al nuovo centro. Ma secondo i primi calcoli, alla luce del voto a Montecitorio la maggioranza senza i finiani e gli autonomisti siciliani non andrebbe oltre i 303 deputati.

Come dice polemico Casini abbiamo assistito ad «un discorso da primo giorno di scuola». Al di là delle metafore, l’intervento ricalca quello di inizio legislatura, come se nelle intenzioni del premier vi fosse la speranza di poter dimenticare la crepa che in due anni si è aperta nella sua solidissima maggioranza. Come se così facendo potesse iniziare una nuova legislatura senza dover passare per le urne.
Con grande abilità il premier confessa la sua «amarezza» per i contrasti, arrivando a riconoscere come legittimo «il dibattuto interno tra le diverse opinioni». La strategia di Berlusconi è impeccabile: dopo i finiani passa ai centristi e prova a blandirli riaffermando l’impegno per il quoziente familiare. Poi seduce l’Mpa di Lombardo promettendo nuovi investimenti per il Sud.
Strategia perfetta, ma scontata. Nessuna sorpresa e neanche nessun riavvicinamento con il presidente della Camera. Non una stretta di mano. Solo un veloce «la ringrazio presidente» prima di iniziare con i cinque punti.
Nessuna sorpresa: Economia, federalismo, giustizia, sicurezza e Sud. Il nervo scoperto dei contrasti interni lo lascia alla fine. Per l’incipit invece ruba a Calamandrei, e questa sì è una mossa inaspettata.
E’ necessario «ritessere il filo della coesione nazionale». Berlusconi crede in un Parlamento «libero e forte»; è necessario che «la democrazia viva con il Parlamento», e che tra le due istituzioni «non vi possa essere contrapposizione». Un discorso da inizio legislatura.

Si invoca la riduzione della tasse, «senza creare deficit». Poi il “quoziente familiare”: «Resta il nostro obiettivo fondamentale» scandisce il Cavaliere. Accontentato l’Udc, si ricorda giustamente degli alleati leghisti e la contropartita del federalismo torna nei pensieri del premier. Berlusconi si limita a rassicurare sulle conseguenze della riforma che l’esecutivo ha in mente: «Sarà rigoroso e solidale e sarà una cerniera da Nord e Sud». E restando al Mezzogiorno entro il 2013 la Salerno-Reggio Calabria sarà sistemata. All’annuncio seguono le reazioni opposte: scatta uno dei 46 applausi della maggioranza, mentre dagli spalti dell’opposizione non si riesce a trattenere la risata.
Quando si arriva alla giustizia la tesi è nota: «Ci sono un uso politico e uno squilibrio tra ordini dello Stato ed è dovere della politica ristabilire l’equilibrio». Quindi il Lodo Alfano, la riforma del Csm, la riduzione dei tempi dei processi e la separazione delle carriere dei magistrati. La maggioranza si esprime ancora in una chiassosa devozione del capo, specie quando il premier rivendica di aver «ridotto gli sbarchi dei clandestini» e inferto duri colpi alla mafia. Sullo sfumare degli applausi per la lotta alle mafie, ecco la questione-Sud e dei «21 miliardi di euro nei prossimi 3 anni». Soldi che serviranno anche per il progetto del Ponte sullo Stretto, nelle proiezioni del premier. Immediata la replica dell’Udc: «Le commissioni hanno tagliato i fondi per la Sa-Rc e la statale Ionica. Almeno si informasse prima di parlare».
Il discorso si avvia alla conclusione, i cinque punti sono stati affrontati. Resta in sospeso solo la questione-faida. Berlusconi on fa mistero dell’«amarezza» per «le critiche aprioristiche al governo». Ma non forza la mano, piuttosto sembra tenderla: «Tutto si può dibattere e il governo dopo le elezioni si può trovare alle prese con problemi nuovi come quelli scatenati dalla crisi che può portare a scelte nuove. Su problemi nuovi ci può essere legittimo dibattito, la discussione può servire a mettere a punto risposte ai bisogni. La mia indole è aperta alla ricerca delle soluzioni migliori attraverso contributi diversi». Fini, alle sue spalle, si lascia sfuggire un ironico sorriso. Ma il premier, ignaro, continua: «Si può andare avanti pur nel riconoscimento delle differenze con alleanze di governo e non con cartelli elettorali».
La conclusione è una captatio benevolentiae, come vuole la tradizione. Il Cavaliere si appella alle forze «responsabili» dell’opposizione a contribuire ad una legislatura che deve «fare le riforme», forte del fatto che «alternative non esistono».

Il dibattito. I toni tranquilli del mattino, con un Cavaliere apparso a tratti accondiscendente nei confronti della minoranza, sfumano rapidamente nel pomeriggio, quando l’arena si fa incandescente per il duro scontro tra maggioranza e opposizione. Le scintille scoppiano al momento delle dichiarazioni di voto. E non sorprende vederle orchestrare, primo fra tutti, da Antonio Di Pietro. Il leader Idv prende di petto il premier che per tutta la durata dell’intervento aveva provato a dribblare i molti ostacoli presenti in campo. Di Pietro lo accusa senza troppi giri di parole di usare le istituzioni «per fasi gli affari suoi», di essere un piduista, di avere piegato la giustizia alle sue esigenze personali, di essere un «pregiudicato illusionista» e uno «stupratore della democrazia» e «dopo lo stupro si è fatto una ventina di leggi per restare impunito». Diversi deputati del Pdl escono dall’Aula indignati. Berlusconi si limita a protestare con Fini che si vede costretto a richiamare Di Pietro ad un «linguaggio più consono» al Parlamento. Ma le critiche arrivano anche dal centro, senza che si attenuino i toni. Quando prende la parola Bruno Tabacci, l’attacco frontale non risparmia colpi: «Lei nel suo discorso ha criticato l’uso politico della giustizia da 16 anni. Ma perché ha parlato di 16 anni? Perché parte dal 1994? E Tangentopoli? Non la nomina perché lei ha galleggiato su Tangentopoli. Lei è lì grazie a Tangentopoli. Per questo non è credibile neanche sulla questione dei rapporti tra giustizia e politica».
Decisiva la chiosa di Italo Bocchino, che richiama la necessità di un ritorno alla «legalità» con Fli che sarebbe favorevole «a una riforma della giustizia, ma non saremo mai favorevoli a una riforma punitiva nei confronti della magistratura, che per noi è il baluardo per garantire la giustizia».
Il Pd sembra infine deciso a risalire la china ed alzare la voce. «È la seconda volta – incalza Bersani rivolto al premier – che la vediamo qui. La prima fu per l’insediamento del governo, poi più niente: 26 voti di fiducia e 54 decreti. Quella volta disse per venti volte la parola “crescita” e invece abbiamo avuto il calo più grande della storia del dopoguerra. Ci stiamo staccando dal gruppo di testa dei paesi europei». «Come si fa a prendere sul serio quanto ha detto? – chiede Bersani – Non c’è un fatto nuovo, ma solo promesse che non si realizzano mai: sulla Salerno-Reggio Calabria, sull’abbassiamo le tasse, sul federalismo che risolverà tutto, sul piano per il Sud con tanto di banca e poi qualche minaccia alla magistratura… Ma chieda il Nobel per la pace! Ormai siamo a un passo da questa richiesta». «Mancano i fatti, quelli veri – rimarca Bersani – e se non ci sono i fatti non può essere sempre colpa di un nemico: i magistrati, i comunisti, i traditori. Volete governare 80 anni prima che sia colpa vostra?». Il leader Democratico accusa Berlusconi di «essere passato dal sogno alle favole, favole raccontate per 15 anni e disperse in mille bolle di sapone». «Non potete più traccheggiare – attacca il leader del centrosinistra – Avete governato per 7 degli ultimi 10 anni, possibile che sia sempre colpa del nemico? Quanto volete stare al governo prima di ammettere i vostri errori?». E il Democratico insiste: «Non venite a parlare di paura delle elezioni d parte nostra: siete voi che ve le siete rimesse in tasca. Qui si chiude una pagina vecchia di politica, quella nuova la iniziamo noi».
Su questo punto la replica di Fabrizio Cicchitto: «Le elezioni dopo quelle del 2006 sono state rifatte nel 2008 perché voi del centrosinistra sieti implosi ed esplosi e ci avete lasciato in ereditá l’emergenza rifiuti a Napoli. Non potete farci nessuna lezione. Il centrosinistra non è un’alternativa, ma spera solo di approfittare delle divisioni interne a noi. E questo serva a tutti da lezione».
Marco Reguzzoni, capogruppo della Lega, si aveva punzecchiato piuttosto i cosiddetti “responsabili”, ricordando che i bossiani non sono mai venuti meno all’impegno di fedeltà alla maggioranza. Sul federalismo poi la camicia verde evidenzia il «problema dei problemi»: «Il mancato sviluppo del Sud» in quanto «cento anni di politiche sbagliate gravano su noi, sulle nostre famiglie e aziende. La prima condizione per lo sviluppo del Sud è la lotta alla mafia e alla criminalità organizzata. E questo governo la fa» è quanto sostiene il leghista.

La replica. Fallito l’appello alle opposizioni, in particolare all’Udc e Pd, il premier chiosa in risposta alle critiche: «Nessuno della nostra maggioranza verrà meno all’impegno d’onore assunto con gli elettori al momento del voto, mi aspettavo ancora qualcosa di più dall’opposizione». «Un grande partito di centro come l’Udc e un grande partito democratico come il Pd hanno il dovere politico-morale di dare una risposta all’altezza della gravità – aggiunge Berlusconi – Se non lo faranno si limiteranno agli slogan, ai sarcasmi, ai tatticismi. Se faranno prevalere la tattica sulla responsabilità nazionale, verranno meno al grande grande compito di una opposizione democratica». Anche prima delle dichiarazioni di voto, il premier aveva però attaccato duramente l’opposizione. «Le vostre sono critiche frutto di pregiudizi». Tra i brusii e le proteste dai banchi del centrosinistra, rivendicati «i successi del suo governo», minacciava: «Se non si assumeranno le loro responsabilità verranno meno al loro compito. Il Paese si attende parole alte». Mentre alle accuse di compravendita risponde in terza persona: «Il presidente del Consiglio si è permesso di fare una sola telefonata. E per quanto riguarda i dissidenti dell’Udc – rispetto ai quali il Cavaliere sostiene di aver saputo della loro decisione solo pochi giorni prima a cose fatte – Nessuno di loro avrà premi». E saranno loro a decidere ?se aggiungersi o meno alla maggioranza, nel qual caso «lo faranno senza avere in cambio nulla, né sottosegretariati né altro». Il leader centrista Pier Ferdinando Casini fa dell’ironia: «Lei ci ha parlato di una scissione dell’Udc. E io che pensavo che fossimo qui a discutere di una scissione nel Pdl certificata dalla fuoriuscita di 35 deputati e 10 senatori che hanno dato vita ad un nuovo gruppo. In ogni caso – fa notare Casini – c’è un fallimento dovuto al bipolarismo malato e non è un caso che siete lontani dalla maggioranza di 316 deputati».

Il governo dunque va avanti, ma in un quadro di grande incertezza. In aula e nelle commissioni, sui media il “dibattito”, come oggi ha voluto definirlo Berlusconi, lo “scontro”, come a molti altri sembra più opportuno nominarlo, in seno alla maggioranza sarà logorante. Lo scenario-incubo tanto temuto dal presidente del Consiglio. La maggioranza è sostanzialmente ostaggio di Fli, ed in questa situazione le elezioni anticipate prendono forma all’orizzonte.

Ginevra Baffigo

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