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Scrive un’(altra) leader del futuro Alicata: “Rappresentare Calearo”

settembre 29, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è il centro della nostra politica di oggi ed è qui che si prepara quella del futuro. In una settimana, intervengono su il Politico.it tre dei più significativi papabili per la leadership del domani, dei Democratici e dunque, come abbiamo scritto, del Paese. Che (quasi) tutti convengono ora con il nostro direttore il Pd debba rappresentare tutto. Diventando il vero partito della nazione. Dopo Orlando e Andrea Sarubbi prende la parola la scrittrice romana, la più giovane del lotto, che potrebbe essere una valida opzione per una guida, finalmente, al femminile. Alicata affronta l’amara questione che tutti, a casa di Bersani, cercano oggi di evitare: l’ex capolista Democratico in Veneto, scelto da Veltroni come feticcio del mondo imprenditoriale, voterà tra qualche ora la fiducia al governo in carica e potrebbe apprestarsi a diventarne il prossimo ministro dello Sviluppo economico. Un “tradimento” figlio, scrive Cristiana, di un equivoco di fondo: il Pd non deve affidarsi appunto ai feticci, quanto rappresentarla veramente quella parte di Paese. Avviando un dialogo con il mondo del lavoro (tutto: e quindi anche delle imprese). Ma sentiamo. di C. ALICATA

Nella foto, la giovane scrittrice capitolina

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di CRISTIANA ALICATA

La questione Calearo incarna molte delle tematiche che in questi due anni hanno tenuto banco all’interno del PD.

La forma partito (liquido o identitario), il valore della militanza piuttosto che della rappresentanza sociale, il ruolo degli iscritti e il ruolo degli elettori.

Un tempo il PCI era il partito dei lavoratori, quando la lotta di classe era il motore del dialogo politico. La forma identitaria era anche una identità verso l’esterno: il partito degli operai, dei contadini. Fuori i padroni, i latifondisti (vedere questione meridionale e gli spari di Scelba).

Su una cosa ha ragione Calearo: nel nostro partito c’è ancora chi ritiene che un imprenditore sia il padrone che sfrutta l’operaio. Lui è in totale malafede, ma coglie una questione di fondo. Il partito ad un certo punto ha smesso di essere partito di massa e di partecipazione e si è strutturato. In organi dirigenti che dovevano studiare (ma hanno smesso di farlo), dovevano badare in parte all’organizzazione del partito, in parte prepararsi a divenire amministratori o parlamentari. Il burocrate del PD, inteso come dirigente allevato nel partito, magari studioso di materie umanistiche o al massimo economiche e giuridiche (non mi risultano tecnici), nutrito a dottorati, assegni di ricerca o magari pagato in forma di posto in qualche azienda municipalizzata o comunque pubblica, o semplicemente stipendiato dal partito con il tesseramento, NON incarna più la società. Una società che è molto più liquida di quella del secolo scorso e che né la visione dalemiana-bersaniana di partito identitario, né quella liquida e centralizzata e “di immagine” veltroniana sanno incarnare.

Mi spiego.

1) Calearo capolista non significa che il PD rappresenta gli imprenditori. Il tessuto imprenditoriale del nuovo secolo non è più riducibile alla dialettica padrone-lavoratore. E’ imprenditore il giovane ingegnere a partita iva. E’ imprenditore il rumeno che apre un’impresa di costruzioni e potrei andare avanti all’infinito.

2) Voler incarnare gli imprenditori con un’operazione di pura immagine senza poi creare, all’interno del partito, situazioni di dialogo e di scambio con quella categoria, significa fallire nel saper gestire un partito.

3) Tenere insieme Visco e Calearo ed Ichino e Damiano sulle questioni dell’impresa e del lavoro è ardito, ma era una sfida notevole (mentre era idiota tenere insieme Binetti e Concia-Scalfarotto). Sfida che andava colta e “sciolta” aprendo un aspro dibattito e trovando la sintesi, quella sintesi che il Paese ci chiede per creare lavoro e crescere, senza tagli (guarda caso le rivendicazioni della manifestazione di oggi della CGIL, nella giornata europea per il lavoro).

La dipartita di Calearo (prima nell’Api e ora nel gruppo misto) che oggi dichiara che “ascolterà il premier e poi deciderà se votare la fiducia” (come se dopo 15 anni ancora con Berlusconi si possa fare gli spiriti liberi ed ascoltarlo, senza vederne il fallimento) non ci priva della possibilità di interpretare quel pezzo di società che lui incarnava (non rappresentava, è diverso). Anzi.

Ci deve spronare da subito ad aprire un dialogo con il mondo del lavoro, cercando di innestare quella virtuosità dialettica (mi sto imbolscevendo, scusate) che deve esistere tra impresa e lavoratori se vogliamo far uscire il Paese da una crisi strutturale e profonda. L’economia italiana è inerziale. Ma il moto perpetuo non esiste e prima o poi dobbiamo dare una nuova spinta, non nella stessa direzione, ma in più direzioni. Quelle spinte le deve dare la politica e le deve dare sapendo leggere la società, sapendo leggere il futuro. Si fa studiando. Non stando chiusi nelle stanze di partito, non irridendo i grillini, non immobilizzati nelle direzioni ancora con il dalemismo-veltronismo.

A breve, i nostri, di 5 punti per l’Italia. Giusto per dimostrarvi che non si scherza e non siamo solo contro. Per governare serve un’idea di Paese. Non un’immagine e nemmeno un rifiuto di quella degli altri. Serve la nostra di idea.

CRISTIANA ALICATA

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