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Ora riprendiamo filo di discorso su Silvio Finora abbiamo parlato più dei contenuti Ma il centrodestra come deve evolvere? Su il Politico.it parlano maitres a penser Cl

settembre 29, 2010 di Redazione 

La lobby più potente d’Italia è, contemporaneamente, un blocco in grado di spostare facilmente gli equilibri dentro il Popolo della Libertà (e l’intera ex Cdl) e l’area di opinione conservatrice più fedele al presidente del Consiglio. Non è dunque secondario sentire cosa pensano i ciellini della situazione che si è venuta a creare in questa metà del campo. E dopo ascolteremo, sullo stesso tema, i principali sondaggisti del Paese. Anche su Liberal. di PIETRO SALVATORI

Nella foto, Berlusconi: «Li posso sentire qui?»

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di Pietro SALVATORI

Chi li tratta come un partito nel partito non ci ha capito molto. L’unica vera «leadership» alla quale rispondono è quella del fondatore Luigi Giussani, e del suo successore, Julian Carron. Il carisma del don Giuss, come lo chiamano loro, e la guida benevola di Julian. Condividono tutti la stessa appartenenza, quella al movimento di Comunione e Liberazione, fondato dal sacerdote brianzolo cinquanta anni fa, ma in politica non esiste una linea comune, se non quella, per molti, della fedeltà al premier. «È l’unico che non dico ci favorisca palesemente – ci spiega un autorevole dirigente – ma che per lo meno non affossa la nostra vitalità e la nostra creatività dentro la società. Anzi, quando può la favorisce». Oggi tutti compatti intorno al presidente del Consiglio. Sul domani, le idee sono tra le più diverse. E non è una cosa da poco. Nel marasma di questi ultimi mesi, si contano sulle dita di due mani gli azzurri che si permettono di fare appunti, suggerire nuove strade, e proporre nuove soluzioni politiche che non siano quelle esplicitate nei comunicati di palazzo Grazioli.

«Il Pdl finisce quando non ci sarà più Berlusconi», è l’analisi di Luigi Amicone, vivace opinion leader e direttore del settimanale d’area Tempi, non a caso uscito per qualche anno come supplemento de ilGiornale, anche se ora viaggia speditamente su gambe proprie. «È un esercizio letterario immaginare un ricambio dirigenziale spontaneo – continua Amicone – ma quando il premier uscirà di scena il partito si rompe di sicuro. Bisognerà vedere cosa verrà dopo». Sull’esercizio letterario concorda pienamente Renato Farina, ex giornalista di Libero e oggi deputato azzurro: «In Italia non è mai successo che un leader si facesse spontaneamente da parte, anche perché la leadership non si crea per decreto». Ma sulla fine del Pdl, Farina muove da presupposti totalmente diversi da quelli di Amicone: «La fase storica del centrodestra è nascente. E questo per il motivo che Berlusconi ha finalmente unificato il centrodestra, non è affatto una meteora come lo si è immaginato». Ci scusi, e Fini? «Fini ha preso atto che c’era un solo leader, che lui era un fondatore aggiunto, e ha portato via la propria pattuglia per ricreare quello che una volta era l’Msi. Una formazione identitaria con bassi riscontri elettorali».

Sull’immediato futuro, però, la visione è perfettamente coincidente: Berlusconi deve guardare al centro, riscoprire quell’alleanza con i moderati che è stata strumento di forte stabilizzazione dei suoi precedenti esecutivi. «Il premier fa benissimo a volere andare avanti»: per Amicone l’intento «stabilizzatore» del cercare di evitare il ricorso alle urne è lodevole. Ma, continua il direttore di Tempi «mi auguro che su questo si converga con il centro, includendo anche l’Udc al governo». Un’alleanza fortemente auspicata anche da Farina: «Mi piacerebbe – confessa l’onorevole – un nuovo governo con dentro l’Udc. Se messo in piedi dopo una seria verifica sui punti qualificanti, non vedo contraddizioni di sorta. Anzi: quoziente familiare, riforma della giustizia e dell’università, un federalismo non punitivo. Sono tanti i punti che ci avvicinano a Casini».

Non manca chi guarda con sospetto alle involute manovre del palazzo romano. In particolar modo dalla Lombardia, vitale feudo per eccellenza della politica vicina a Cl, della quale Formigoni è solo la carismatica punta dell’iceberg. «Quello che mi colpisce è che si parla di tutto tranne che della gente». A rammaricarsene è l’assessore regionale alla Famiglia, Giulio Boscagli. «Se il Paese rispecchiasse il panorama politico, avremmo le insurrezioni per strada». Boscagli osserva un «eccessivo uso a fini politici di scandali, una diffusa bassa moralità. Solo la tenuta del tessuto sociale garantisce che il clima non degeneri». Ma l’assessore non crede che una maggior cooptazione di ministri dalla storia cattolica al governo possa essere la soluzione del problema: «Non abbiamo bisogno di ministri cattolici, ma di cattolici che fanno il ministro». Unanimi i pareri positivi sul lavoro di Maurizio Sacconi, per esempio, mentre Farina avrebbe una proposta: «Se prevalesse il merito, Raffaello Vignali, deputato del Pdl ed ex presidente della Compagnia delle Opere sarebbe già da settimane ministro dello Sviluppo economico. Chi avrebbe più esperienza di lui?». Già, perché la Cdo si occupa mettere in rete il mondo della piccola e della media impresa. Massimo Ferlini, attuale vice-presidente, esprime tutta la sua preoccupazione: «Stiamo attraversando un periodo di gravissima crisi educativa che rischia di investire anche il tessuto sociale». Secondo Ferlini, l’emergenza tocca dunque in primo luogo la società, e solo dopo il palazzo: «La politica deve dare spazio a tutto quel che di nuovo la società offre, deve prestare attenzione al bene comune». Una visione sincretica del mondo cattolico, quella della Cdo, che ha da poco contribuito a fondare il Forum delle Associazioni per il lavoro insieme alla Cisl, le Acli e il Movimento Cristiano Lavoratori. «Lo scopo, come emergeva dal tema dei nostri incontri al Meeting di Rimini, è quello di calarsi sempre più nella società attraverso un richiamo ai principi e valori del fare impresa». Una tensione unificatrice smarrita dai grandi partiti. «D’altronde l’ambizione del bipartitismo era forzosa già due anni fa, i tempi non erano maturi», spiega Giancarlo Abelli, onorevole ed ex assessore lombardo alla Sanità. Cosa c’è ancora da migliorare allora? «Dovrebbe esserci maggior esercizio di democrazia all’interno del partito, che credo e spero che si svilupperà comunque in un prossimo futuro, appena passata la tempesta».

Se il bipartitismo non sta funzionando, forse allora ci sarebbe spazio per un terzo polo? La maggioranza degli interlocutori lo esclude, anche se alcune autorevoli fonti parlamentari lo auspicano: «Un terzo polo potrebbe essere utile, ma sarebbe meglio piuttosto un nuovo centrodestra, ridisegnato e rinnovato». Interessante lo scenario prospettato da Amicone: «Se il Pd si sfasciasse e ampi settori dei popolari convergessero in un’alleanza con Udc e Api, il tutto magari alleato con Fli. Ecco, in quel caso il terzo polo sarebbe della partita».

Pietro Salvatori

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