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In Italia sta nascendo politica del futuro Saranno superate la destra e la sinistra Si lavora per il solo bene di tutto il Paese La differenza è così tra chi ci sta e chi no

settembre 28, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana, ancora una volta, ha anticipato questa prospettiva che – lo vedremo poi – il Politico.it considera però inscindibile da un sistema bipolare e dall’assunzio- ne di responsabilità di una delle sue parti. Ma, appunto, di questo parleremo dopo. Sentite cosa dice Angelo Bagnasco rispondendo agli insulti di Bossi agli italiani: «E’ il momento di mettere in campo un supplemento di reciproca lealtà e una dose massiccia di buon senso per raggiungere il risultato non di individui, gruppi o categorie, ma del Paese». Bagnasco si riferisce alla contingenza politica, ma lo schema è lanciato. Lo sviluppa Massimo Cacciari: «E’ finito il tempo della destra e della sinistra. Sono rappresentanze di istanze che non hanno più senso oggi. Il futuro è offrire risposte alle “domande” concrete del Paese». E fa qualche esempio: «Che tipo di politica industriale mettere in campo; fare il federalismo, che non è né di una parte né dell’altra, e semmai si tratta di stabilire se farlo bene o male». Una politica pragmatica ma non per questo priva di valori. Anzi. Ispirata dai più nobili e universali valori che la politica possa declinare: l’onestà e la responsabilità. In questo modo si fa il bene del Paese. Di tutti gli italiani. E non gli interessi di specifiche categorie. Utopia? No. Ma ad una condizione: che il modo di mettere in campo tutto questo tenga conto della fallibilità degli uomini coinvolti nel progetto. Ne parliamo tra qualche mezzora. Intanto, riproponiamo l’editoriale con cui, nel marzo scorso, il nostro direttore lanciò la propo- sta dalle colonne del giornale della politica italiana. Buona lettura e buona politica con il Politico.it.       

Nella foto, il cardinale Angelo Bagnasco

***Il futuro dell’Italia***
IL PAESE CHE SOGNIAMO

di MATTEO PATRONE

Un Paese fondato sull’onestà e sulla responsabilità. Che in politica si traduce nel pensare solo a fare il suo bene. La domanda che ci dobbiamo fare non è, cosa serve alla nostra cultura (di parte). E tanto meno, ovviamente, cosa serve a noi strettamente. Così come dobbiamo dare l’esempio agli altri affinché anche loro cessino di giudicare la politica in base a cosa fa per loro strettamente, e comincino a giudicarla in base a cosa fa per loro attraverso ciò che fa per il loro Paese e quindi per tutti. La domanda che ci dobbiamo fare è: cosa serve al nostro Paese.

Al nostro Paese serve appunto questo, che politicamente si declina anche nella possibile fine della destra e della sinistra, che altro non sono che i cartelli della rappresentanza di specifici interessi. L’unico interesse da rappresentare è quello collettivo. Come si fa? Basta rispondere a quella domanda. E agire solo in funzione di quella risposta. Naturalmente fare il bene dell’Italia comporterà trasformarla di nuovo in una grande nazione. E questo sarà un po’ di destra. Ma significherà anche coinvolgere tutti in questa grande ripresa nazionale e ciò richiederà mettere tutti nelle condizioni di essere coinvolti; e questo sarà un po’ di sinistra.

Coinvolgimento. Coordinamento. Sono le due parole-chiave della politica italiana che può fare il Paese che sogniamo. Coinvolgimento significa che tutti sono decisivi nella realizzazione di questo grande progetto. E tutti devono essere messi nella condizione non solo materiale, ma anche psicologica di sentirsi coinvolti. Coordinamento significa specularmene ciò che deve fare la politica italiana a questo fine: non tanto “guidare” (anche se tutto questo contiene un chiaro marchio di indirizzo) e tanto meno solleticare la pancia del “popolo”. Significa che la politica italiana deve mettere a sistema e fare la sintesi del coinvolgimento di ciascuno.

Coinvolgimento, impegno, che non significano affatto dover cominciare (per chi non lo sta facendo) a “sudare” più del dovuto, per chi sta già soffrendo – e che comunque deve essere messo nella condizione di non subirlo più – di dover, come non è possibile, dedicarsi ad altro mentre i propri bisogni fondamentali non sono soddisfatti. Possono non significare questo perché l’obiettivo che perseguiamo è rifare grande questo Paese, e prevede di rimboccarsi le maniche, sì, ma per un alto ideale (ma sostenibile, concreto) che può galvanizzare e renderci tutti orgogliosi. Significa mettersi in campo insieme agli altri per riportare l’Italia nella posizione che le compete nel mondo, quella di culla della civiltà (e dunque oggi dell’innovazione e della costruzione del futuro).

Ma a che tipo d’Italia si può tendere, in tutto questo? Non un’Italia che sia l’imitazione un po’ raffazzonata e magari incompiuta dei modelli di altri Paesi. Un Paese invece che riconosca la propria peculiarità sociale e civile e la innesti degli spunti di modernità che vengono da altrove. Una grande democrazia liberale, ma nella quale non si disperda quel patrimonio di solidarismo e di coesione sociale che tutt’oggi consentono al nostro Paese di reggere – questo è vero, a differenza della propaganda sulla crisi – meglio all’impatto della crisi (stessa); almeno per una parte (maggiore però di quella di altri Paesi) di noi. Perché c’è un duplice tessuto, sociale e familiare, che fa da paracadute. Nel gettarci a capofitto, con entusiasmo, in un Paese più mobile, fluido, aperto dobbiamo preservare tutto questo, tendendo ad una democrazia liberale che potremmo definire dolce.

In questa chiave, e per il momento chiudiamo qui, la famiglia non può che avere, come ha oggi, un ruolo fondamentale. Per questo bisogna dire sì al riconoscimento di quei diritti che consentano la cessazione di discriminazioni odiose per sesso, razza o altre caratteristiche imprescindibili di ogni persona. E dunque sì anche al riconoscimento delle coppie di fatto – omosessuali. Perché tutto questo non produce una qualche cultura deviata, semplicemente riconosce come persone persone che al momento sono considerate alla stregua di qualcosa di meno. E al tempo stesso, perché invece questo potrebbe fare proprio la cultura che non vogliamo, il modello opposto a quello di un Paese solidale e solido, no al riconoscimento di diritti pubblici delle coppie di fatto non omosessuali: sì ad una prospettiva in cui sia considerato giusto, prioritario prendersi un impegno anche pubblico per la vita per sé, ma anche per i propri cari e soprattutto i propri figli. Che hanno diritto, oltre ad avere qualche garanzia economica, anche di crescere in un ambiente – la famiglia – in cui siano loro assicurati tutti gli affetti e la pluralità educativa di cui hanno bisogno. Non succede comunque? Perché questo è un problema culturale, che già si pone. Non chiamiamolo più matrimonio, se volete, ma se la nostra Costituzione – che tutti noi consideriamo straordinariamente lungimirante e attuale – prevede l’istituto della famiglia fondata su quella forma di impegno, un motivo ci sarà pure.

MATTEO PATRONE

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