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Questa classe dirigente ha finito un ciclo Guida del Labour il quarantenne Miliband Ora anche l’Italia chiede il rinnovamento Crespi: ‘I giovani connessi con il domani’

settembre 27, 2010 di Redazione 

D’Alema, Veltroni, Rutelli, Fassino, Berlusconi, Fini. La loro missione storica era cambiare la politica italiana. Ci hanno fatto superare il ’900 e la prima Repubblica, messo in pista il bipolarismo, è nato il Partito Democratico, è nato il prodromo di quello che sarà il grande partito conservatore del futuro. L’hanno fatto. Ci sono riusciti perché erano figli del tempo che invocava, che aveva bisogno di quel cambiamento che, appunto, erano chiamati a realizzare. Oggi un nuovo cambiamento è necessario. E’ quello non più della nostra politica ma del Paese, che se non perde altro tempo può tornare grande evitando il punto di non ritorno di un declino inarrestabile (è possibile, ma bisogna fare presto). Un cambiamento che pone le sue radici nell’oggi, nelle sue esigenze attuali. Un cambiamento che solo i figli di questo tempo hanno le risorse diremmo storiche per realizzare. Quei figli non sono più loro. Il giornale della politica italiana ama porre ogni questione in positivo, offrendo soluzioni e non negandone altre. Ma in questo caso è necessario: loro non possono più realizzare questo cambiamento. Lo possono fare solo i figli di questo tempo. Che non necessariamente sono quelli con cui loro si sono già scontrati. Ma comunque sono altri da loro. Giovani. «Non ne faccio una questione anagrafica, non sono di quelli che sostengono che i giovani siano necessariamente migliori, ma anche il più idiota dei giovani ha un rapporto con il futuro, il domani, il divenire, radicalmente diverso da quello di un settantenne. Inoltre siamo in un’epoca in cui i linguaggi e le tecnologie determinano più che in passato la differenza generazionale», scrive il grande sondaggista nel commento che state per leggere. il Politico.it non rottama uomini e nemmeno culture, ma se nella costruzione del futuro i vecchi sono alla guida e i giovani fanno loro da consiglieri qualcosa che non va c’è. E la barca finirà probabilmente per tornare al porto di partenza. Che per noi sarebbe però, in questo tempo, la fine. Cambiamento: adesso il Paese lo invoca. E’ il momento di farlo. Sentiamo Crespi, a riguardo. E dopo l’analisi di uno dei possibili “figli di questo tempo”.

Nella grafica, Luigi Crespi

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di LUIGI CRESPI

Ho ascoltato con grande attenzione il discorso di investitura di Ed Miliband, trasmesso da Rainews24. La rappresentazione di un partito potente, capace di rinnovarsi, di trovare nuovi codici, linguaggi ed anche nuovi leader.

I Labour hanno dimostrato di non avere paura del futuro e di non temere neanche il peso delle sconfitte e dei fallimenti, anche quelli più devastanti.

Mentre in Gran Bretagna il partito è il luogo dove la civitas assume le più moderne forme di convivenza e partecipazione, in Italia dal palco di Cesena, Beppe Grillo gridava basta partiti, trincerandosi dietro problemi veri e portando un populismo distruttivo che di nuovo non ha proprio niente, se non il luogo dove si manifesta: internet.

Mentre in Gran Bretagna un quarantenne non ha paura di scontrarsi duramente con il fratello David per competere per la guida di un partito, in Italia abbiamo assistito all’ultima tappa di un sotterraneo e sottaciuto scontro che dilania la Sinistra da vent’anni, quello tra D’Alema e Veltroni che non ha mai avuto la forza e il coraggio di diventare esplicito.

Mentre in Gran Bretagna i fratelli Miliband mandavano in pensione i sessantenni Brown e Blair, in Italia molti definiscono giovani e su di essi ripongono le speranze per il futuro, leader come Gianfranco Fini o Pierferdinando Casini che attendono ancora pazientemente il loro turno.

Per carità non ne faccio una questione anagrafica, non sono di quelli che sostengono che i giovani siano necessariamente migliori, ma anche il più idiota dei giovani ha un rapporto con il futuro, il domani, il divenire, radicalmente diverso da quello di un settantenne. Inoltre siamo in un’epoca in cui i linguaggi e le tecnologie determinano più che in passato la differenza generazionale. L’Italia è un paese per vecchi ed anche i giovani che emergono lo fanno solo se invecchiano precocemente.

LUIGI CRESPI

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