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Ma ecco altra gran recensione di Ulivieri Sofia hai rifatto (male) Lost in translation?

settembre 26, 2010 di Redazione 

Somewhere, Leone d’Oro nella Venezia presieduta dall’ex compagno Quentin Tarantino, è una brutta copia del precedente. «Un film confezionato, freddo e senza cuore». Ma potrebbe meritare comunque di essere visto (?). Sentiamo perché.

Nella foto, Sofia Coppola: fa buon viso a cattivo gioco?

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Somewhere

REGIA: Sofia Coppola
ATTORI: Stephen Dorff, Elle Fanning, Chris Pontius, Karissa Shannon, Kristina Shannon.
Jo Champa, Alexander Nevsky, Laura Chiatti, Simona Ventura, Philip Pavel, Julia Melim, Brian Gattas, Nino Frassica, Taylor Locke, Alexandra Williams, Rich Delia, Valeria Marini, Alden Ehrenreich, Susanna Musotto, Paul Greene, Paul Vasquez,Robert Schwartzman, Caitlin Keats, Benicio Del Toro, Michelle Monaghan
Durata: 98 min.

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di FABRIZIO ULIVIERI

Il film è diviso in due parti.

The life of a real jerk (La vita di un autentico strz.): Johnny Marco (Stephen Dorff) è uno che vive come un animale all’hotel Chateau Marmont, residenza di molte star hollywoodiane. Non mangia ma beve, non parla ma fa sesso esattamente con la stessa indifferenza con cui evacua al cesso. Per sopravvivere alla sua stessa esistenza fa venire lap dancer nella sua camera e sdraiato sul letto osserva le ballerine che volteggiano sulla sbarra come un bambino guarda i cartoni animati.
Passa da un party ad un altro come se fosse invisibile.
Cade dalle scale e si frattura un polso. Forse nemmeno se ne accorge.

Tra un giro e l’altro in Ferrari (nera) e la quotidiana caccia istintiva a tutto ciò che ha gambe tette e culo il film ci presenta la prima parte, che culmina nella conferenza stampa del suo film in uscita, dove un giornalista, altrettanto jerk, gli pone la domanda “Who is Johnny Marco?” e Johnny Marco che è più jerk del giornalista non sa che rispondere. L’apologo del jerk autentico continua poi in sala trucco dove il jerk Johnny Marco viene lasciato sotto una sostanza blobbica bianca che gli copre l’intero volto e solo in virtù due minuscoli forellini praticati all’altezza del naso l’ameba Johnny può continuare a respirare.

La seconda parte è invece That’s the father! (Ecco il padre!). Questa parte comincia quando la figlia Cleo (Elle Fanning) è forzata a rimanere per un periodo più lungo con il padre perché la madre ha bisogno di allontanarsi per un po’; probabilmente perché come tante donne ha bisogno di ritrovare se stessa.
In realtà più che il padre, Johnny, pare il fratello maggiore: non brilla certo per maturità ma semmai per un’immaturità di gran lunga superiore alla figlia e l’unica decisione sensata che prenderà sarà quella di fuggire dall’Italia dopo il pietoso spettacolo inscenato da una televisione commerciale che ospita l’assegnazione dei telegatti.

Che mi è piaciuto di questo film? Un vago sentore di Antonioni nel modo di fare le inquadrature. Il seguire quasi ossessivo con la camera la Ferrari nera dovunque vada. Le riprese dall’interno della Ferrari che gira per la città. Una tecnica che mi ricorda molto le scene, in giro per Bagdad, di Green Zone. Una tecnica capace di creare una certa tensione e di dare l’idea della città come una zona di combattimento. Mi è piaciuto anche l’inizio del film che mi pare molto più alla Dario Argento di quello di Saverio Costanzo (La solitudine dei numeri primi).
Infine la scena più bella e magica, che è quella in cui Johnny prende il sole insieme a Cleo ai bordi di una piscina. Questa scena è davvero di alto livello.

Questo film è purtroppo una ripetizione di Lost in Translation, con gli stessi stilemi e la stessa idea di fondo, ma manca della magia di Lost in Translation. Manca soprattutto di un Bill Murray che con la sua mimica facciale sapeva tenerti in sospeso, in attesa di qualcosa che mai si rivelava completamente ma che sembrava sempre sul punto di accadere. E’ un film confezionato, freddo e senza cuore.
Che poi abbia vinto il Leone d’Oro conferma che si premia in nessun modo la qualità ma la vendibilità. O si vince in virtù di amicizie o altre ragioni che ignoriamo.

FABRIZIO ULIVIERI

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