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CARI BERSANI E FINI Ecco (finalmente…) un documento che parla (solo) dell’Italia

settembre 24, 2010 di Redazione 

Il segretario del Pd lamentava ieri quell’autoreferenzialità della nostra politica di oggi che il giornale della politica italiana ha denunciato per primo e denuncia da mesi. Da questa autoreferenzialità Bersani sembra voler compiere un sincero sforzo per uscire. Mentre, nonostante il nostro grido d’allarme di ieri – sulla base dei dati sulla disoccupazione dei giovani diffusi dall’Istat – il dibattito pubblico continua ad essere incentrato sui dossier a carico di Fini (il Pd, intanto, sembra avere ritrovato la pace: il momento buono per mettersi a concepire qualcosa di nuovo), il Politico.it offre allora a lui come al leader più moderno e innovatore del centrodestra – il presidente della Camera – le proprie idee. Un documento che non ha alcuna pretesa di (auto)sufficienza, ma vuole essere uno stimolo alla politica italiana per rimettersi a concepire progetti concreti, per il domani del nostro Paese. La discussione, anche tra noi, care lettrici, cari lettori, è aperta. Buona lettura e buona politica con il giornale della politica italiana.

Nella foto, Pierluigi Bersani: compiaciuto?

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Il futuro dell’Italia

La chiave della costruzione del futuro dell’Italia è l’impostazione di un nuovo sistema-Paese, del quale l’innovazione sia la testa di una spina dorsale costituita da università e ricerca, e dalla scuola, con una rete di formazione permanente a fare da mediatore con il lavoro e a rappresentare la chiave di risoluzione dei problemi legati alla mancanza (di continuità) di quest’ultimo.

Produzione d’eccellenza e delle idee

Perché l’innovazione? Perché l’Italia è, oggi, un Paese in declino a causa della competizione con le grandi economie emergenti – Cina, India, persino il Brasile – con le quali non ha i mezzi per poter vincere, sul loro stesso terreno, la partita. Una partita giocata sul loro stesso terreno – quello della produzione a basso costo – è una partita che ha un finale già scritto: il progressivo, ulteriore declino del nostro Paese.
Ma noi la partita possiamo non solo giocarcela, ma vincerla. La possiamo vincere spostandola su un altro terreno di gioco. Anzi su altri due. Il primo si chiama produzione d’eccellenza. Il secondo produzione delle idee.
Nel primo caso si tratta di produrre le merci più avanzate e di maggior qualità nei vari campi. In parte già lo facciamo; dobbiamo farlo (molto) di più. Puntando anche su un settore tecnologico e scientifico che ci vede protagonisti con alcune punte di diamante, ma ancora non impegnati come blocco-Paese.
Nel secondo caso si tratta invece di “inventare” nuovi prodotti (per dirla in modo molto semplice e chiaro). I concept di ciò che poi le nostre aziende, a quel punto attrezzate per farlo, andranno a produrre, o che venderemo alle aziende di altri Paesi.
Anche Cina e, soprattutto, India, intendiamoci, stanno attrezzandosi in questo senso. Ma qui i fattori che rendono le loro economie così competitive sul piano della produzione a basso costo diventano (quasi) irrilevanti. Si tratta di una nuova frontiera. Che non ha ancora un padrone.
Qui l’Italia può ritornare tra i grandi. Perché abbiamo già un piede in questa direzione. L’evoluzione delle nostre aziende, il loro sviluppo le ha portate naturalmente, in questi anni, ad investire in questo senso. Si tratta ora di imboccare con decisione questa direzione di marcia rendendola la nostra via maestra.
Dunque, non, più investimenti in innovazione bensì un completo ribaltamento di piano per il quale l’innovazione divenga la nostra stella polare.

Nuove università, ricerca e scuola

Come si ottiene questo? A cascata, non, aumentando magari dell’1 o del 2 per cento gli investimenti nell’università e nella ricerca, e nella scuola, ma riconcependo tutto questo come il motore del Paese.
E dunque trasformando l’università e la ricerca, e la scuola in un grande motore di Formula1 in grado di reggere le nostre ambizioni sul piano dell’innovazione.
Le formule specifiche per una riforma dell’università e della ricerca le lasciamo a persone più competenti di noi in materia. Due cose devono però essere chiare: la prima è che per fare degli attuali due buoni sistemi due sistemi all’avanguardia nel mondo è necessario produrre un cambiamento complessivo che può mettere in discussione diritti e posizioni di persone oggi più o meno parte di quei sistemi. Come ha scritto il nostro direttore, chiunque approcci questo cambiamento non può dunque crogiolarsi nella rappresentanza – per esempio – degli specifici interessi di qualche categoria, come quella degli insegnanti o dei ricercatori (precari o meno); il premio che andrà a queste categorie consiste nello stesso premio che viene offerto a tutto il Paese: la possibilità, se c’è il merito, di essere protagonisti di un’Italia che torna ad essere competitiva nel mondo. A prescindere, e superando, lo status quo. Anche i diritti di chi, magari, è in attesa di un posto da decenni. Nel momento in cui si tende a rifare grande l’Italia, la priorità non può essere data alla risoluzione di pur rilevanti, ma parziali, questioni sociali; se tutto questo viene peraltro fatto nel modo giusto è probabile che quelle questioni si riassorbiranno, anche se in tempi magari appena più morbidi, da sé.
La seconda cosa che dev’essere chiara è che la “riforma” dev’essere complessiva e perfettamente organica e funzionale all’obiettivo e al sistema dell’innovazione. E a quello della formazione permanente, a cui ora passiamo.

La formazione permanente

E la “manodopera” per realizzare la parte di innovazione che non deriva dalla ricerca tout court?
Accanto alla reimpostazione dell’università e della ricerca, e della scuola, come motore dello sviluppo dell’Italia, immaginiamo la creazione di una grande rete di formazione permanente.
Cos’è la formazione permanente? La formazione permanente è un istituto che ha veleggiato ai margini del dibattito pubblico un decennio fa, quando qualcuno ipotizzò potesse essere uno strumento utile ad affrontare la questione del lavoro in Italia.
Oggi, a nostro modo di vedere, e in particolare alla luce del nostro sistema-Paese, la formazione permanente può compiere la propria mission originale diventando un elemento essenziale sia per consentire il salto di qualità nell’innovazione che ci appresteremmo a fare sia per contribuire a risolvere, appunto, il problema del lavoro.
La formazione permanente consiste in una struttura di “corsi di formazione” – ma, ovviamente, perfettamente organici al progetto complessivo – retta finanziariamente da un patto tra pubblico e privato, nel nome dello sviluppo dell’Italia. Chi non lavora ha diritto a partecipare a questi corsi di formazione che lo preparano a svolgere un lavoro del quale le aziende hanno bisogno appunto nella chiave del salto di qualità sulla strada dell’innovazione (ma non solo). Chi partecipa a questi corsi di formazione ha diritto all’indennità minima di disoccupazione che cessa di essere un contributo a fondo perduto e diventa un fondo di investimento nel futuro dell’Italia. Chi smette di studiare perde immediatamente l’indennità. Lo studio è però strettamente funzionale al reinserimento nel (progressivamente nuovo) mercato del lavoro del nostro Paese. Può diventare sostitutivo della precarietà rendendo sostenibile una flessibilità che, in un Paese che non sia immobile e voglia tornare grande e non smettere mai di evolvere – questo è il nostro obiettivo – potrebbe diventare un elemento imprescindibile, e che se del resto viene spogliata degli elementi di precarietà esistenziale che innesta, oggi, nelle vite delle persone può trasformarsi in un valore anche per la stessa dimensione individuale e privata di ciascuno.

Un campus a cielo aperto

Tutto questo – la rifondazione dell’università e della ricerca, e della scuola, l’introduzione della formazione permanente – contribuiranno già, di loro, a fare dell’Italia un Paese che torna a studiare, leggere, pensare. E un Paese che riabbia questa dimensione è un Paese che torna ad essere positivo, vitale, libero e creativo. Un Paese che dunque già solo per i suoi sforzi a svilupparsi – come effetto istantaneo del solo atto di compierli – riavrà una parte di se stesso, andata perduta in questi quindici anni.
Ma noi non proponiamo un ritorno alle posizioni di partenza. Noi proponiamo di tornare lì e poi imboccare la corsia di sorpasso e non fermarci più.
Per fare questo è necessario che la cultura cessi di essere una voce del bilancio – basta “politiche culturali” – e divenga il bilancio.
Cosa significa? Che l’effetto “collaterale” (straordinario) del ritorno del Paese all’intelligenza dovrà diventare, moltiplicato per mille, l’obiettivo di un’altra riforma, essenziale per quanto particolare: la trasformazione – mentre si “spinge” la diffusione di internet – del Grande Educatore degli italiani – la televisione, e in particolare la televisione pubblica – in uno straordinario strumento, appunto, di rieducazione del Paese.
Attenzione: non una rieducazione “politica” o, peggio, partitica. Una rieducazione ai valori essenziali e condivisi della nostra esistenza insieme: l’onestà, la responsabilità e, soprattutto, la cultura stessa, straordinaria generatrice di sviluppo.
Perché un Paese positivo, vitale, libero è un Paese che dà ogni giorno il meglio di sé sul posto di lavoro. E’ un Paese che conosce una rinascita della propria dimensione sociale. E’ un Paese che, semplicemente, sta meglio. Un Paese che sta meglio è un Paese che, solo per questo, cresce di più, in modo più equilibrato, che può reggere e, anzi, incrementare lui stesso l’impegno collettivo per tornare grande.

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