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Diario politico. La politica (?) italiana (?) Istat: ora disoccupazione record dal 2003 Se un giovane su tre oggi è senza lavoro Intanto Bersani/Veltroni discutono di Pd Fini/Berlusconi litigano sui “dossieraggi” Quando tornerete a occuparvi dell’Italia?

settembre 23, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La risposta è: probabilmente mai. Perché la nostra politica cessi di essere autoreferenziale e torni a dare risposte agli italiani è necessario un corposo ricambio, di qualità – non fine a se stesso – della classe dirigente di questo Paese. La «rottamazione» di cui parla Renzi e che Luigi Crespi è tornato ad invocare per la parte Democratica sul nostro giornale («O li cacciate o la sinistra non si riconnetterà mai con il futuro»). Ma vale anche per il centrodestra, dove l’accondiscendenza all’autoreferenzialità (di certi leader) ha raggiunto in questi quindici anni vette assolute, e in cui gli onesti e responsabili sono stati protagonisti di un risveglio tardivo. Nel giorno in cui il nostro istituto di statistica ci toglie ogni alibi e ci consegna un quadro della situazione dei nostri giovani – cioè del futuro dell’Italia – (ma non solo) ancora peggiore di quello che percepivamo a sensazione, la nostra politica che fa? Discute di se stessa (il Pd) o, peggio ancora, si lancia giavellottate coinvolgendo, per di più, i nostri servizi (Pdl e Fli). Anche se va detto che a sinistra si registrano degli sforzi per uscire da tutto questo (Bersani ci sta provando, a parlare di Paese, anche se le sue proposte appaiono insufficienti), e a destra c’è una vittima (per quante colpe possa avere) e c’è un carnefice, questa classe dirigente è palesemente giunta alla fine del suo ciclo, non ha più nulla da dire all’Italia, anche perché comincia ad essere politicamente (e non solo) piuttosto vecchia. E’ facile prevedere comunque che questo ricambio stenterà ancora un po’ ad avvenire. Allora ci permettiamo di dare un consiglio ai “protagonisti” della nostra politica autoreferenziale di oggi. Proprio per risolvere i loro problemi. A Bersani per riportare il suo partito a numeri dignitosi (il 30% è la quota minima) e a Veltroni per dare il suo contributo in questo senso. A Berlusconi per assicurarsi una maggioranza e governare fino al 2013 (evitando così i processi) e a Fini per rafforzare le sue ambizioni di successione. Occupatevi di quel ragazzo su tre che oggi non ha lavoro. Fatelo immaginando un progetto complessivo per rifare grande questo Paese, puntare al sole e avere così, almeno, la possibilità di raggiungere la luna. Il giornale della politica italiana ha già indicato una possibile risposta: è necessario fare dell’Italia il Paese della produzione d’eccellenza e della produzione delle idee. Per farlo è necessario non investire, ma centrare un nuovo sistema-Paese sull’innovazione, che si ottiene rendendo l’università e la ricerca, e la scuola non un settore importante, oppure decisivo, del Paese, ma il suo motore. E affiancando a questo una rete di formazione permanente che alimenti gli sforzi di innovazione e contribuisca (appunto) a risolvere il problema della mancanza (di continuità) di lavoro. Intorno a questo dev’essere l’obiettivo. Cominciate ad occuparvene. Risolverete i problemi di tutti, a partire dai vostri – perché è chiaro che se farete questo riprenderete a volare – l’Italia smetterà di navigare a vista e nel giro di un decennio potrà ritornare grande, e continuando su questa strada si assicurerà altri decenni di sviluppo evitando il declino. II racconto di questa bizzarra giornata, all’interno, è di Ginevra Baffigo.

Nello schema, i tre dati-chiave della rilevazione Istat

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di Ginevra BAFFIGO

Nel Partito Democratico, le ultime scintille estive riscaldano la Direzione nazionale, dove fra qualche ultima scaramuccia viene ribadita la linea del segretario.
Spente le polemiche, su una cosa tutti si ritrovano d’accordo: il partito, così come è non va e bisogna lavorare per fargli ritrovare credibilità agli occhi degli italiani. Un concetto, contenuto nella relazione fatta da Bersani durante la riunione, che ha permesso di evitare la spaccatura. Il documento dei 75 è stato dunque archiviato, e con esso anche i toni infuocati di cui siamo stati spettatori in questi giorni. Veltroni, Fioroni e Gentiloni hanno infatti letto nelle parole di Bersani “un’apertura”, tale da convincere all’astensione veltroniani ed esponenti dell’area di Marino, per un totale di 54 voti mancanti su 206. A sostegno del segretario hanno votato invece gli appartenenti all’area franceschiniana, nonché i vicini a Piero Fassino.
Ma questa non è che una risposta formale. Nella sostanza manca ancora la stella polare verso cui puntare il nord, ma in compenso, dice Bersani, «abbiamo dimostrato che la bussola c’è. Ora pensiamo al paese, che è in presenza di una pagina oscura. I nostri problemi e le nostre inquietudini ce le vediamo tra di noi».
Entrando nel vivo dell’intervento del segretario, a muovere le coscienze dei Democratici è soprattutto il passaggio sul Pd: «L’unica speranza credibile di un’alternativa per il Paese» secondo Bersani. «La mia narrazione è un sogno – scandisce – ma con le gambe per camminare. L’Italia può avere giorni migliori, può tornare a parlare di futuro. Dobbiamo farci percepire come un partito capace di avanzare proposte, capace di cambiamento e di governare. Archiviamo chiacchiere politiciste e parliamo del nostro progetto per l’Italia che considero il clou della nostra iniziativa».
Ma sul futuro ancora non si investe: il progetto si annuncia ma non viene definito, perché ciò che tutti attendono in sala è quel che il leader Democratico avrà da dire sull’iniziativa veltroniana, e quindi sul discusso ‘documento dei 75′. Il giudizio del segretario emiliano è severo: «Un errore». «Non possiamo ricominciare sempre dall’inizio – argomenta Bersani – Io sono per un partito dove il dibattito sia sincero e libero nei nostri organismi e nelle diverse iniziative promosse, ma il documento dei 75 è stato un errore. È stato un atto, un gesto che ha avuto effetti al di là degli obiettivi e dei contenuti. Presentato a organismi già convocati, si è prestato a immaginarci come un partito senza bussola in un momento in cui le difficoltà sono nella destra». Per l’unità si pronuncia anche l’ex delfino di Veltroni: «Dobbiamo scegliere la stessa strada, ma se ciò non fosse possibile noi comunque dovremo andare avanti» e così Dario Franceschini apre alla possibilità di una «gestione collegiale».
Il documento dell’ex sindaco di Roma non passa, ma Veltroni e i suoi fedelissimi, dopo lo scontro sentono di essere tornati a “casa”: «Il partito esce più forte da questa discussione». I veltroniani hanno infatti gradito i toni della linea di Bersani: «Abbiamo colto positivamente nella relazione di Bersani gli elementi che accolgono problemi e ansie nostre – confessa l’ex segretario – Noi lavoriamo perché tutti insieme dobbiamo fare un Pd più forte». Veltroni rimarca ancora che «nel Pd ci sono idee diverse, che si discutono, e poi si converge. C’è la crisi del berlusconismo che va riconosciuta e portata a conclusione. Però non c’è ancora un’alternativa e questo è pericoloso negli equilibri di una democrazia». In ogni caso, «ci siamo chiariti come si fa in un partito nel quale ci sono attenzioni diverse, non come in un partito di centrodestra».
E sul chiarimento, sull’unità ritrovata, si pronuncia un Bersani più ottimista: «Dalla Direzione ho avuto un incoraggiamento per lavorare ad un progetto. Ora si tratta di raccogliere tutte le idee per parlare agli italiani». Dunque «la discussione di oggi lascia intendere che nel partito c’è un sentimento unitario». Ne conviene Franco Marini, che ribadisce: «Il chiarimento che avevo auspicato c’è stato, ora è possibile la piena unità».

Ma sullo strappo dei veltroniani, altri sembrano meno inclini a deporre le armi del dibattito. Al termine della Direzione, la senatrice Anna Finocchiario fa echeggiare il severo giudizio del segretario: «Quel documento è uno sbaglio. C’è un non detto tra di noi, il documento ha creato un disagio non solo nel gruppo dirigente ma nel partito, abbiamo dimostrato di non essere all’altezza. Dico a Walter che ha rotto la grammatica tra di noi perché abbiamo avuto un coordinamento per discutere e un’assemblea del gruppo, ma il documento non è stato discusso ma sono state chieste le firme». Ed in merito, Gentiloni non le manda a dire. La replica è durissima: «Non è vero che il documento ha rotto l’incantesimo di un partito che scoppia di salute. Non siamo in grado di rappresentare l’alternativa al centrodestra, e men che meno l’idea dell’innovazione. Ci vuole uno choc». Fioroni denuncia l’incapacità del Pd di «rappresentare interi settori della società». «So che qualcuno preferirebbe che io me ne andassi – conclude stizzito – ma i cattolici del Pd non faranno la fine degli Armeni» sterminati dai «Giovani turchi» nel 1917.

E a destra… La tensione fra Fli e Pdl non sembra scemare. «Le illazioni, le voci e le congetture apparse su alcuni quotidiani sono assolutamente false, diffamatorie e destituite di ogni fondamento» afferma con forza Palazzo Chigi attraverso un comunicato ufficiale. «I Servizi nelle loro diverse articolazioni e la Guardia di Finanza – si legge ancora nella nota – hanno già provveduto a smentire, non avendo mai svolto alcuna attività, né diretta né indiretta, né in Italia né all’estero, in relazione a queste voci. Di fronte alla gravità di queste insinuazioni la Presidenza del Consiglio non può non denunciare la totale irresponsabilità di chi diffonde voci siffatte solo per ragioni di polemica politica, ben sapendo che esse non hanno il minimo fondamento».
A confermare la smentita dell’Esecutivo, vi era stata la diffusione di un comunicato del Dis (Dipartimento informazioni per la Sicurezza ndr): «Non c’è nessuna iniziativa o attività dei servizi di intelligence, né in Italia, né all’estero, relativa “all’immobile di Montecarlo”, ovvero l’appartamento in boulevard Princesse Charlotte». «Il Dis, sulla base delle formali assicurazioni in tal senso ricevute dai Direttori dell’Aise e dell’Aisi – si legge ancora – ribadisce l’assoluta infondatezza di quanto pubblicato in ordine ad attività di qualsiasi natura attribuite ai servizi di informazione per la sicurezza».
Gli uomini del Fli gradita la conferma del Dis, non perdono tempo a ricordare la sostanza delle polemiche. Italo Bocchino: «Palazzo Chigi ha fatto benissimo a definire irresponsabili le illazioni (apparse per la prima volta su Il Giornale della famiglia Berlusconi il giorno 17 settembre a pagina 3) circa il coinvolgimento dei nostri servizi di Intelligence in operazioni di dossieraggio politico-scandalistico. Nessuno ha mai dubitato della lealtà istituzionale dei nostri apparati di sicurezza. Il problema semmai avere certezza che – sottolinea il capogruppo di Futuro e Libertà – come accaduto in passato, non ci siano azioni torbide, illegali, deviate che, come tali, non sono certo a conoscenza dei vertici. E questa certezza purtroppo non la può avere nessuno».
Ben meno concilianti sono le parole che si scagliano contro il governo dalle colonne di Ffwebmagazine, periodico online della Fondazione Farefuturo. «Anche le comiche finali devono avere un limite: di decoro, d’intelligenza, di verità. E invece non è finita. Perché non può essere ininfluente se qualcuno, un proprietario di un’azienda-partito, pretende di declinare il suo personalissimo concetto di democrazia. Una democrazia tutta particolare in cui c’è chi ordina e chi obbedisce, chi è intoccabile e chi è toccabilissimo. Chi ha diritti e chi no. E non è nemmeno ininfluente se la legge non è più uguale per tutti – attacca ferocemente la rivista web – se il garantismo vale a corrente alternata: garantisti con gli amici, giustizialisti con i nemici. Garantisti con i condannati per mafia, giustizialisti là dove non c’è l’ombra di un reato».

Nel Paese, invece… Ma mentre proseguono i dibattiti interno, circoscritto alle istanze quotidiane, la disoccupazione sale a livelli record, nonostante la ripresa dell’economia a livello europeo. Ad aprile-giugno – è quanto scrive l’Istat – il tasso di disoccupazione è salito all’8,5%, con un aumento di 0,1 decimi di punto rispetto al primo trimestre e di 1 punto rispetto al secondo trimestre dell’anno scorso. Le zone più colpite sono quelle del Nord, quelle degli ex-occupati nel settore industriale; nel Centro e nel Mezzogiorno tra gli altri gruppi dei disoccupati. Il dato denunciato dall’ente pubblico è quello della crescita della disoccupazione, alla quale però si accompagna un moderato aumento degli ‘inattivi’ rispetto al secondo trimestre dell’anno scorso (+92.000 mila unità).
I numeri dell’Istat parlano del peggior terzo trimestre degli ultimi dieci anni: un tasso così alto di disoccupazione non si vedeva infatti dal secondo trimestre del 2001. Ad aprile-giugno infatti, scrive ancora l’istituto nazionale di statistica, le persone in cerca di occupazione hanno raggiunto la soglia dei 2,136 milioni, pari al +24mila persone (l’1.1% in più rispetto al primo trimestre e del 13,8% su base annua).
Nel dettaglio a perdere il lavoro sono soprattutto gli occupati italiani. Nella maggior parte dei casi sono gli uomini: -257.000 unità (pari al -2%); -108.000 donne (-1,3%) a fronte di un nuovo significativo incremento degli stranieri (+85.000 uomini e +86.000 donne). A livello territoriale, alla riduzione del Nord (-0,9%, pari a -114.000 unità) e del Mezzogiorno (-1,4%, pari a -88.000) fa fronte la sostanziale stabilità del Centro. Pochi poli di eccellenza, dove la la crescita tendenziale dell’occupazione altera la realtà statistica illustrata: sono la Valle D’Aosta, la provincia autonoma di Bolzano, il Friuli Venezia Giulia.
Il tasso di occupazione degli uomini tra i 15 e i 64 anni scende, nel secondo trimestre 2010, al 68% (-1,1 punti percentuali su base annua), quello delle donne al 46,5 per cento (-0,3 punti percentuali). Il vero problema infatti è la disoccupazione giovanile: più di un giovane su quattro in Italia è disoccupato. Il tasso di disoccupazione dei giovani di 15-24 anni, segnala l’Istat, nel secondo trimestre del 2010 raggiunge il 27,9%. E’ il dato più alto dal secondo trimestre del 1999.
Quanto poi alla crescita del numero di occupati, il tasso per gli stranieri continua a ridrusi, scende ancora a quota 63,6% (65,2% nel secondo trimestre 2009).

Dunque. «Il governo dovrà da qui a dicembre mettere in piedi un progetto per le riforme per la competitività – pretende Marcegaglia – noi chiederemo che ci siano anche provvedimenti e stanziamenti a favore della ricerca e dell’innovazione, ma anche l’internazionalizzazione».
Il leader degli industriali sembra aver abbandonato definitivamente i toni pazienti e pacati: non si limita a fissare la data in agenda, ma indica pure il percorso più rapido per l’attuazione: il governo «utilizzi la leva fiscale per favorire la capitalizzazione e l’aumento dimensionale delle imprese». «Ci aspettiamo che il governo faccia la sua parte su questo, lo riteniamo fondamentale» conclude il presidente di Confindustria.

Ginevra Baffigo

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