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Così Berlusconi deciderà su contratti Rai Perché Silvio mantiene interim Sviluppo Tutte le occasioni perse in quattro mesi

settembre 22, 2010 di Redazione 

Il Contratto di servizio è una camicia di forza indossata la quale ci si può muovere solo per quanto ti è stato concesso: ecco come a dicembre il conflitto di interessi del presidente del Consiglio, aggravato dalla sua permanenza alla guida anche del ministero che fu di Scajola – che avrebbe dovuto occupare per il tempo necessario a trovare un sostituito: a questo serve l’interim, che significa appunto “a tempo” – potrebbe esplodere in tutta la sua (pre)potenza, favorendo – magari irrimediabilmente – la concorrenza di Mediaset (già gratificata dalla concessione, data proprio dal ministro per lo Sviluppo economico in mano a Berlusconi, di frequenze fondamentali per la trasmissione dei programmi e per il momento in via esclusiva). Ma ecco anche come, per il resto, il dicastero-chiave – come abbiamo detto in queste ore – per rifare grande l’Italia sia stato non solo “occupato” da uno dei maggiori imprenditori italiani, non solo lasciato – appunto per il resto – senza guida, ma anche smantellato e depotenziato, visto che molte delle sue competenze (anche strategiche come il varo del piano per il Sud, che, anche qui, deve essere parte organica del progetto, complessivo e unitario, per rifare grande l’Italia: condizioni imprescindibili perché poi la “macchina” funzioni) sono state trasferite ad altri ministeri. Ecco la galleria degli orrori di queste settimane di interim del presidente del Consiglio allo Sviluppo economico

Nella foto, il presidente del Consiglio strappa provocatoriamente il programma dell’Unione del 2006: (non) farà lo stesso con il Contratto di servizio del governo con la Rai (che anzi gli consentirà di influire sulla libera – ? – competizione di mercato tra la nostra televisione e Mediaset)?

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La procurata eutanasia del dicastero dello Sviluppo economico è iniziata il cinque maggio, giorno in cui il suo titolare, Claudio Scajola, si è dimesso perché travolto da uno scandalo; da oltre quattro mesi, il Presidente del Consiglio è titolare dell’interim;

Assistiamo alla riduzione dello Sviluppo economico ad una scatola vuota: il ministero dello Sviluppo economico è scomparso praticamente e politicamente da oltre quattro mesi, ha perso competenze, risorse e potere, proprio nel momento in cui occorrerebbe invece una cabina di regia per guidare la ripresa e lo sviluppo nazionale, mentre sono aperti, in vana attesa di soluzione, quasi 200 tavoli di vertenze di aziende in crisi e sono oltre 200mila i lavoratori i cui posti di lavoro sono in bilico.

Il 24 giugno circa centocinquanta imprenditori vincitori delle agevolazioni previste da “Industria 2015″ hanno scritto al presidente del Consiglio in qualità di ministro ad interim dello Sviluppo economico perché, dopo quindici mesi, sono ancora in attesa.

L’ultima manovra finanziaria, del luglio scorso, è passata sullo Sviluppo economico come uno schiacciasassi: al dicastero sono state sottratte risorse per circa 900 milioni di euro, 800 mln di euro sono stati trasferiti alla competenza del ministro del Turismo; il dicastero ha perso la gestione dei Fondi europei e del Fondo per le aree sottoutilizzate, entrambi finiti in mano alla presidenza del consiglio dei ministri che li ha poi delegati al ministro per gli Affari regionali a cui, di fatto, è stato affidato il Dipartimento per le politiche dello sviluppo, conteso ad inizio legislatura proprio tra il ministro Scajola ed il ministro Tremonti; sarà il ministro per gli Affari regionali a dover varare il piano per il Sud; il ministro del Lavoro Sacconi ha occupato lo spazio tradizionalmente dello sviluppo economico, gestendo le vertenze industriali Glaxo, Fiat-Pomigliano e Telecom; sono state invertite le competenze in merito alle nomine dei vertici della Sace e della Sogin, che ora spetteranno al ministro dell’economia, solo di concerto con il ministro dello sviluppo economico.

Al ministro dello sviluppo economico è demandato il compito di sovrintendere al settore nevralgico delle telecomunicazioni: un comparto industriale che – come ha ricordato il presidente dell’Agcom – corrisponde al 3% del Prodotto interno lordo; all’interno di questo mercato, c’è il settore televisivo – la Rai, Mediaset, insieme a tutti gli altri concorrenti – ed è paradossale ed insostenibile l’intreccio tra gli interessi aziendali e le responsabilità istituzionali.

La legge n. 121 del 2008 ha assegnato allo Sviluppo economico le competenze del ministero delle comunicazioni, ivi compresa la gestione delle concessioni delle frequenze televisive e dell’intero settore delle televisioni: la recentissima autorizzazione concessa dal ministero dello Sviluppo economico a Mediaset per trasmettere in alcune regioni sul digitale terrestre con una quinta frequenza, e segnatamente sul canale 58, è solo una delle distorsioni del mercato dovute all’evidente situazione di conflitto di interessi in cui versa l’attuale titolare dell’interim, che arriverà al suo culmine quando, entro la fine dell’anno, il titolare del dicastero dello Sviluppo economico sarà chiamato alla definizione e alla stipula del Contratto di servizio con la RAI-Radiotelevisione Italiana.

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