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Pure in Svezia boom del partito xenofobo Se Italia è il laboratorio politico d’Europa Con problemi arriverà prima la soluzione (La) indichiamo (a)i Democratici da tempo

settembre 21, 2010 di Redazione 

L’analisi del nostro Andrea Sarubbi che state per leggere mostra chiaramente come nel successo del partito di Jimmi Akesson si ritrovino i caratteri di un fenomeno che noi conosciamo molto bene, perché, come quasi sempre accade al genio (nel bene e nel male) italiano, non lo abbiamo importato ma (ri)creato: il leghismo, ovvero il populismo non plebiscitario ma identitario, localista e razzista. Non certo una creazione di cui andare fieri, eppure è il simbolo delle potenzialità del nostro Paese di cui il giornale della politica italiana indica ogni giorno la possibile realizzazione: l’Italia è la nazione che più di tutte ha dentro di sé le risorse per tornare (e del resto di questo si tratta) al posto che le compete nel mondo, davanti a tutti, alla guida della civiltà; solo che non lo sa e, come il cittadino italiano depresso, finisce per utilizzare quelle risorse in chiave negativa e limitativa. Ma quelle risorse, e quella capacità “anticipatrice”, appunto, ci sono, e non è difficile prevedere – anche perché il Politico.it fa la sua parte perché tutto questo avvenga al più presto – come il nostro Paese, che da quindici anni naviga in queste acque, sarà anche il primo ad uscirne. Anzi, anche se – pure in questo caso – non se ne rende conto ha probabilmente già cominciato a farlo, e questo “inizio” si chiama Partito Democratico (al punto che, notate bene, gli xenofobi svedesi portano, demagogicamente, simbolicamente questo nome: loro hanno capito quello che D’Alema e Bersani sembrano invece far fatica a capire): quel partito del Paese – almeno nel suo compimento definitivo tratteggiato nei giorni scorsi dal nostro direttore – che proprio grazie a quella onestà e a quella responsabilità che in questi anni hanno rappresentato, paradossalmente, un limite, costituisce la vera chance, sia pure ancora in nuce, per un’Italia che voglia uscire da queste secche e ritornare grande. Ma anche di questo parleremo più tardi. Intanto, proprio con uno dei più moderni e Democratici dei dirigenti del Pd, vediamo come la Lega, di fatto, abbia oggi attecchito in Svezia.

Nella foto, Umberto Bossi: «Abbiamo aperto noi la strada»

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di ANDREA SARUBBI*

La primissima cosa che mi colpisce, nel successo degli xenofobi alle elezioni svedesi, è il look del loro leader, che della vita ha capito tutto: visto che con il bomber e la testa rasata non avrebbe mai convinto la signora del mercato, Jimmi Akesson si è messo la giacca e la cravatta. Come fece la Lega, qui da noi, una ventina d’anni fa. E mi pare che dalla Lega il suo partito (a proposito: ma non esiste un copyright del nome Democratici, da qualche parte?) abbia copiato parecchio, compreso quello spot elettorale con la vecchietta scavalcata dalle donne musulmane in burqa mentre ritira la pensione. Se fossi Umberto Bossi, lo confesso, brevetterei il format e lo darei in franchising.

Il modello leghista fa scuola nel mondo scandinavo – i disegnatori delle vignette su Maometto, tanto care a Calderoli, erano i danesi del Partito del popolo – e ultimamente anche nei Paesi dell’est Europa: paradossalmente anche in quelli, come la Romania, che la Lega isolerebbe volentieri con un muro.

L’offerta politica è piuttosto semplice (“Prima i nostri”) e la strategia di aggregazione dei consensi ruota attorno a due punti: da una parte, si individua un nemico comune che possa unire trasversalmente gli elettori; dall’altra, si cerca di rivestire l’offerta politica con una patina di buonsenso, indignandosi per le accuse di razzismo e facendo leva sulle paure (“Già oggi fatichiamo a trovare lavoro, domani non avremo neppure le pensioni”) anche quando i numeri dicono il contrario. Nel franchising leghista non si parla di intercultura, ma di assimilazione; la parola “immigrato” è spesso sostituita da “clandestino” o, a seconda delle occasioni, “musulmano”.

Se non lo avete già fatto, prendete l’intervista di Akesson al Corriere della Sera di ieri, coprite la sua foto e metteteci quella del primo leghista che vi passa per la mente (escluso Borghezio: lui gli svedesi lo avrebbero già cacciato, per un problema di immagine).

Ora andate alla tabella dei risultati elettorali svedesi e guardate che cosa è successo: il fronte conservatore, che aveva sempre perso le elezioni quando usciva da un’esperienza di governo, ha sconfitto l’alleanza socialdemocratica di 5 punti (48,8 a 43,7).

Da solo non ha la maggioranza assoluta, ma con gli xenofobi sì: resterebbe dunque al governo del Paese ma regalerebbe al partito di Akesson una golden share per tutta la legislatura. Pare che il premier sia un po’ indeciso, e così sta sondando se tra le forze del carrozzone di Centrosinistra – che non è riuscito a sfondare nell’elettorato, nonostante la crisi economica e nonostante la debolezza del governo uscente – ce ne sia qualcuna, diciamo così, più malleabile. No, dico, vi ricorda qualcosa?

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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