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Se ora siamo (grande) Paese ‘atrofizzato’ Parsi: ‘Anche all’estero non contiamo più’ E’ necessario un ritorno alla politica vera

settembre 17, 2010 di Redazione 

Intervista al politologo moderato: «Ci facciamo valere mandando più uomini sui fronti delle operazioni di peacekeeping, ma non abbiamo una linea. Siamo finanziariamente ed economica- mente meno importanti, oggi, della Polonia. Servono le riforme, anche quella del mercato del lavoro: non siamo più competitivi». Serve la rivoluzione di un nuovo sistema-Paese, che faccia fare uno scatto in avanti grazie, però, al contributo di tutti, senza lasciare indietro nessuno. L’intervista a Parsi è di Pietro Salvatori. Da domani anche su Liberal.       

Nella foto, Vittorio Emanuele Parsi

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di Pietro SALVATORI

Nessun membro nello staff del super-ministro degli Esteri Ashton. Il nome di Draghi che si allontana sempre di più dalla guida della Bce. E, ultimo schiaffo al prestigio internazionale del governo, Albania e Uganda, i soli due piccoli Stati nei quali il rappresentante dell’Unione Europea avrà il passaporto italiano.

«La questione delle nomine della diplomazia europea è emblematica». Lo sostiene Vittorio Emanuele Parsi, professore di relazioni internazionali. Uno dei massimi esperti nel settore, anche grazie a una solida esperienza sul campo maturata negli anni di insegnamento tra Washington, Phnom Penh, Novosibirsk e Beirut.

C’è poco da fare se Francia, Gran Bretagna, Germania e, ultimamente, Polonia, esercitano molta più influenza di noi in ambito comunitario: «Sono Paesi finanziariamente e economicamente più importanti di noi». L’unico modo di risalire la china, secondo il professor Parsi, è anche quello invocato da più parti per dare una scossa al panorama politico interno: «Bisogna fare le riforme. A partire dal sistema istituzionale sciatto con il quale dobbiamo convivere, che ci consegna governi fragili e poco influenti. Per continuare con il mercato del lavoro. È mai possibile che deve arrivare un signore dal Canada, Marchionne, a dirci che siamo fermi agli anni ’70 e non siamo competitivi?».

Berlusconi, al contrario, sembra voler partire dalla contingenza politica. Almeno questo è quello che appare all’indomani delle dichiarazioni a sostegno della politica sui rom di Sarkozy. Una posizione nella quale qualche osservatore ha voluto leggere un tentativo di scardinare l’asse franco-tedesco. «Non credo che Berlusconi pensi a questa possibilità. Nessuno in Europa ci pensa, l’intesa tra Francia e Germania è insostituibile». Qual è allora la spiegazione dell’intervento del premier? «Su alcuni temi – è la versione di Parsi – Sarkozy e Berlusconi sono su posizioni vicine. Entrambi hanno forze politiche che si collocano alla loro destra, dalle quali non si devono far scavalcare. Le politiche sull’immigrazione spesso rispondono anche a queste esigenze tattiche».

Ma, a guardare bene, forse qualche elemento di novità nell’inedito asse tra Roma e Parigi lo si potrebbe individuare: «Si avverte una condivisione di un fastidio per politiche europee generalmente distanti dalla gente. Un rifiuto dell’euroburocrazia di Bruxelles. Ma se in Italia questo elemento di fastidio e irritazione è sempre stato presente, per la Francia è una novità singolare. A Sarkozy sembra dare fastidio il fatto che in Europa tutti si sentano in grado più o meno liberamente di predicare sulla pelle degli altri».

Il Cavaliere sta provando a riprendere in mano il pallino del dibattito europeo cavalcando questo fastidio di Sarkozy. Ma è destinato a fallire: «Non è questo il modo di indirizzare il dibattito nell’Unione. Semplicemente per il fatto che il tema è estremamente pericoloso, non di facile spiegazione al grande pubblico, e giuridicamente spinoso. I rom non sono una forza lavoro attiva alla stregua di altre minoranze, né tanto meno perseguitati politici, provenendo da Paesi europei».

Ma la difficoltà del tema non è l’unico motivo per il quale la strategia berlusconiana si rivela fragile. «L’Europa si allarga – fa notare il professor Parsi – È assolutamente fisiologico che in una comunità di 25 Paesi si conti di meno che in una da 10 o 15». Poche le possibilità per l’Italia di riacquistare la centralità di un tempo: «Nemmeno quando Prodi è stato presidente dell’Ue siamo stati in grado di rilanciarci. Certo, ci può essere l’ostacolo degli stereotipi, non lo nego, ma ci sono anche dei dati di fatto che ci impediscono di risollevarci». Per esempio? «L’intera politica estera italiana degli ultimi anni è legata al credito acquisito attraverso le operazioni di peacekeeping. Abbiamo mandato uomini sovradimensionati rispetto al potere effettivo del nostro Paese, assumendoci i rischi connessi per mantenere la linea di galleggiamento di un certo credito internazionale».

Espedienti che funzionano con gli alleati. «A Obama questa cosa va benissimo, non è interessato alle nostre polemicucce per le quali Berlusconi dovrebbe essere preso a schiaffi appena mette piede alla Casa Bianca. Per lui è il leader di una nazione alleata». Ma funzionano meno in Europa, «della quale siamo soci, non alleati. E con i soci devi avere delle idee, proporre una linea. Occorre una preparazione solida e un basso profilo. Tutte le cose, insomma, di cui l’Italia difetta».

Pietro Salvatori

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