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Ora il Pdl lavora al Lodo salva-legislatura Mentre nel Pd è scontro Bersani-Veltroni E si rafforza l’asse Roma-Parigi sui rom… di GINEVRA BAFFIGO

settembre 17, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La più autorevole, la più completa, la più specializzata. La nota politica del giornale della politica italiana. A chiudere un’altra grande giornata, lo spettacolare racconto firmato dalla nostra vicedirettrice. Apriamo con lo scontro sull’immigrazione – che può preludere ad una presa di coscienza della necessità di affrontare la questione in sede continentale: su questo ha ragione il presidente del Consiglio che con tutto il centrodestra lo sostiene da tempo – esploso nel cuore dell’Europa. Poi i tentativi di riparare la falla apertasi nello scafo della maggioranza e la crisi del centrosinistra che in mancanza di un progetto forte continua ad essere preda della confusione e delle convulsioni interne. Una crisi, e un problema, quello della mancanza di un’idea, per risolvere la quale il Politico.it cerca da tempo di offrire strumenti ai Democratici: Bersani sembra avere intanto recepito la necessità di concepire «un progetto», che ora va annunciando anche se del contenuto – dovrebbe trattarsi, appunto, di un disegno organico del domani e non di una serie di provvedimenti-tappullo, per quanto seri e importanti – non si vede per il momento l’ombra. Da dove partire, lo ha spiegato al Partito Democratico il nostro direttore martedì. Ora attendiamo che il messaggio venga assimilato. Intanto le ultime ore di politica italiana, nel grande racconto, appunto, di Ginevra Baffigo.

Nella foto, il presidente del Consiglio spera: che dalla Consulta Pdl sulla giustizia e dal confronto con Giulia Bongiorno esca una proposta in grado di assicurargli la pace con Fini di qui al 2013

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di Ginevra BAFFIGO

Nervi tesi a Bruxelles, forti emicranie in Italia. A tenere banco è la questione dei rom, che dalle sedi europee approda rapidamente da noi.
Il caso si compie al vertice Ue, dove tra il presidente francese Nicolas Sarkozy ed il presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso scoppia «uno scambio molto violento», ripetuto poi durante il pranzo dei leader. A tavola, infatti, Sarkozy e Barroso hanno riaffrontato la questione dei rimpatri dei rom avviati da Parigi. Il capo dell’Eliseo, a detta dei commensali, era a dir poco “furibondo”: chiedeva con insistenza a Barroso delle “spiegazioni” in merito alle dure accuse lanciate dal commissario alla Giustizia, Viviane Reding, che «hanno molto ferito la Francia», ed al preannunciato avvio di una procedura d’infrazione ai danni del suo Paese.
Barroso tenta da subito di ricucire lo strappo: «Mi rammarico per le interpretazioni che spostano l’attenzione da un problema che bisogna invece risolvere ora». Ma l’Eliseo non sembra disposto a dimenticare così su due piedi l’episodio. In risposta alle parole del capo della commissione arriva solo un laconico comunicato: «La presidenza della Repubblica prende atto delle scuse della signora Viviane Reding, vicepresidente della Commissione europea, commissario alla Giustizia e ai diritti Umani, per le sue parole oltraggiose all’indirizzo della Francia».

Malgrado gli illustri testimoni dello scontro verbale, Nicolas Sarkozy smentisce: «Non c’è stato nessuno scambio eccessivo o violento tra me e Barroso al termine del vertice». Il metodo dunque viene ritrattato, ma nel merito la posizione della Francia non cambia: continuerà a smantellare «i campi illegali» sul proprio territorio rispettando la legge (secondo l’interpretazione francese). «Abbiamo agito e continueremo ad agire nello spirito della direttiva europea», aggiunge il presidente. E’ evidente che si sta per aprire una disputa giurisprudenziale dovuta alle fin troppe lacune che il diritto europeo presenta in questa, come in molte altre materie.
Per la Francia, ad ogni modo, nessun dietrofront. Ma altrettanto si può dire per il più diplomatico Barroso, che invita ad abbandonare questi toni ed a affrontare la questione concretamente, ribadendo che in Europa «ogni discriminazione è inaccettabile». Barroso, da parte sua, ha poi «difeso vigorosamente» il ruolo di sorveglianza sulle regole della libera circolazione dell’esecutivo comunitario: «Non ci lasceremo distrarre dal nostro lavoro».
«Una situazione abbastanza inedita per questo tipo di consigli».
Come ha sintetizzato il presidente del Parlamento europeo, Jerzy Buzek: «Quello dei rom non è solo un problema della Francia, ma un problema di molti altri paesi». E lo stesso Sarkozy gli fa eco: «Il problema dei rom è di tutta l’Europa».

Silvio con Sarko. «Sto con Sarkozy, il commissario Reding non doveva parlare. La signora Reding avrebbe fatto meglio a trattare la questione in privato con i dirigenti francesi – dice il presidente del Consiglio in un’intervista a “Le Figaro” – prima di esprimersi pubblicamente come ha fatto. Il problema dei rom non è specificamente francese. Riguarda tutti i Paesi dell’Europa. Bisogna inserire questo tema all’ordine del giorno del Consiglio dei capi di Stato e di governo europei in modo da parlarne tutti insieme per trovare una posizione comune». «Speriamo che la convergenza italo-francese – conclude Berlusconi – aiuti a scuotere l’Europea e ad affrontare il problema».
Con queste parole Berlusconi sposa da subito la causa parigina. E la Francia accetta di buon grado, dopo aver ringraziato l’Italia per l’appoggio: «Con Berlusconi siamo d’accordo».
Con i francesi, insiste il premier, «condividiamo la stessa idea dell’Europa, quella di un’Europa vicina alla gente, di un’Europa dell’azione». Allo stesso modo di Sarkozy, prosegue Berlusconi, «consideriamo come priorità per l’Europa la sicurezza sia interna allo spazio europeo che esterna. Penso alla sicurezza energetica, che passa per il rilancio della nostra energia nucleare alla quale la Francia è associata».
Il Cavaliere tenta di fare grand’angolo sull’intera questione dell’immigrazione: «La questione dei rom – sostiene – non è la sola che deve affrontare l’Europa: c’è anche l’immigrazione clandestina, l’Italia è particolarmente esposta per il fatto di avere le coste molto estese». Secondo il premier «l’Europa non ha ancora compreso completamente che non si tratta di un problema unicamente francese o italiano, o greco o spagnolo. E il presidente Sarkozy ne è pienamente cosciente».
Tributati gli onori all’Eliseo, Berlusconi è ben consapevole del successo che certe parole riscuotono soprattutto in casa.

Bossi. «Sì, Sarkozy sta facendo bene sulle espulsioni» riconosce d’altro canto anche il Senatùr. «La maggior parte dei furti li fanno i rom, certo non sono il demonio però per la gente che lavora, torna a casa e la trova buttata per aria non è molto allegro» spiega esauriente il numero uno del Carroccio. «Se rubi ai ricchi è un conto, ma se rubi ai poveri quelli si incazzano», è la ponderata conclusione del capo dei Lumbard. E poi ancora, a mo di giustificazione: «Certo, i rom non sono il demonio».
A Montecitorio, Bossi non si limita ad affrontare il tema-rom. Il numero uno del Carroccio torna infatti anche sulla vicenda della scuola di Adro. «Il sole delle Alpi è il simbolo del Nord – dice – Non è un simbolo politico ma culturale dei popoli che abitano le Alpi». Sul fatto che nel 2010 vi siano più “popoli” ad abitare le Alpi, molti antropologi sembrano storcere ironicamente il naso. Sulla crisi della maggioranza Bossi è meno netto. Lascia carta bianca, e dunque oneri ma non tutti gli onori, al Cavaliere: «Se lo dice Berlusconi, il gruppo c’è ma la strada è stretta. Non vorrei che poi tutti i giorni si vada a chiedere il voto a loro. È una via molto stretta per Berlusconi, speriamo di no». «Il governo va avanti, se lo dice Berlusconi – aggiunge Bossi – Il voto? Sempre meglio fare delle cose serie. Sono convinto che era meglio andare al voto così si evita di restare nel pantano, rischio che c’è sempre. Però se Berlusconi riesce ad avere i numeri…». Ed ancora richiamata la sua attenzione sul Lodo Alfano, il leader del Carroccio si spende nell’ennesima dose di ottimismo: «Ci sono i numeri», dunque si farà.

Il lodo chiave della legislatura. La tenuta della maggioranza dipende da questo: il Lodo Alfano e la prova di fedeltà, o responsabilità che dir si voglia, dei finiani. Il vertice sulla giustizia del Pdl di questa mattina si conclude con il passaggio del testimone nelle mani di Futuro e Libertà. I finiani però ribadiscono: «Prima deve venire Berlusconi in Aula. Fino a dopo il 29 settembre sulla giustizia non si muove nulla».
Nulla di definitivo dunque, neppure il testo, che secondo gli addetti ai lavori è tuttora «molto scarno ed è composto da un solo articolo molto schematico» che «tale dovrà rimanere», visto che la maggioranza non è disposta, a quanto si dice, «all’inserimento di mille commi diversi» che ne rendano poi più complicato l’impianto. «Bongiorno – rivelano ancora fonti parlamentari – ha detto di avere delle ideè su questa legge, ma al momento non si sa quali possano essere, vista appunto la schematicità del testo. Noi comunque siamo aperti sia ai suggerimenti che potranno venire dai finiani che a quelli che arriveranno, semmai, dal Quirinale, che pure mi pare essere attore attivo nella vicenda».
Malgrado le bocciature e le polemiche, non ci si arrende. E se non si può far entrare il Lodo Alfano per la porta d’ingresso, si prova ad aprire una di servizio. Bossi, come abbiamo visto, ribadisce che «i numeri ci sono», ma intanto c’è chi, in separata sede, investiga per la terza via, ovvero una o più alternative legislative che potrebbero «allungare i tempi» nell’attesa che almeno un ramo del Parlamento approvi la costituzionalizzazione del lodo per le alte cariche dello Stato. Fra queste la più gettonata resta un ulteriore intervento sul legittimo impedimento, in maniera che la Consulta possa dover rimandare il pronunciamento e allungare l’iter. Si corre contro il tempo, e si cercano ed accettano aiuti da tutti, dentro e fuori del Pdl. Dall’Udc Cesa fa sapere: «Il mio partito è pronto a votare il lodo Alfano costituzionale, a patto che non copra i ministri ma solo il premier».

Pd: senza un progetto forte, la confusione. Se per la crisi del centrodestra corrono in soccorso i responsabili, per quella del centrosinistra sembra tuttora lontana una risoluzione dei problemi e soprattutto l’avvento di un leader, o di una leadership, in grado di traghettare il partito fuori dalla palude in cui sembra ristagnare da troppo tempo.
«Se si discute non si litiga, discutere non significa spaccarsi». Giochi di semantica per Walter Veltroni, che prova a giustificare quel che accade in casa Democratica. Ma in un momento di così palese difficoltà per la maggioranza, vedere che il maggior partito d’opposizione si ritira dall’agone quotidiano per concentrarsi, ancora una volta, su quel lungo, tedioso e spesso controproducente dialogo con se stesso, è cosa difficile da giustificare anche per l’ex segretario. Che infatti si chiude in una riflessione, che per lo meno tradisce una profonda autocritica: «Il Pd non può essere un partito di un tempo che non c’è più. La cosa peggiore sono le ipocrisie e i colpi bassi, voglio un Pd aperto e maggioritario».
Dopo mesi di silenzio l’uomo del Lingotto torna a dire esplicitamente la sua. Un Pd che deve puntare al «cambiamento». Bastano poche idee non «mille pagine di un programma». E soprattutto, dichiara ancora Veltroni ai microfoni di Repubblica Tv, ha bisogno di un candidato premier, «che magari venga dall’esterno».
Veltroni affronta a viso scoperto anche il tema dell’alleanza con l’Udc: «Ci abbiamo puntato, ma lo scenario è cambiato con l’arrivo di Fini, che resta un uomo di destra, la nascita del centro rende urgente la vocazione maggioritaria del Pd, altrimenti si rischia di consegnare l’Italia ad un nuovo centrodestra». Guardando a sinistra invece l’ex primo cittadino della Capitale, dice di apprezzare il lavoro di Vendola: «Vuole aggregare un’area e portarla in un rapporto con il Pd, credo che questo sia utile e positivo». Mentre a Di Pietro intima: «Deve scegliere quale identità vuole avere, se quella riformista o quella degli attacchi a Napolitano».
Vendola sì, Di Pietro “ni”. Ma sulle divisioni interne la chiosa di Veltroni è netta: «Non faccio correnti ma limitarsi ad invocare l’unità è una sindrome tipica dei momenti di difficoltà. Fare del bene al Pd significa chiedersi perché le cose non vanno. Bisogna aprire le braccia e non mettersi l’elmetto e recuperare lo spirito del Lingotto».
Nessuna corrente e nessuna spaccatura, ma non intende per questo deporre le armi di quella che lui rivendica come giusta e necessaria battaglia interna. Perché il Pd, ora come ora, a Veltroni non piace affatto.
Quando era segretario il Pd volava a quota 33%. Oggi stiamo a 24,6%, e per Walter è impossibile allontanare lo stridere delle sirene d’allarme: «Nel momento di massima difficoltà del centrodestra, siamo ai minimi. E questo perché non si vede un’alternativa chiara, nitida e forte a Berlusconi, un’alternativa capace di parlare agli italiani. C’è bisogno di una grande innovazione».

Nero su bianco. “Innovazione”: è proprio questa parola ad aver ispirato il testo con cui si chiede il ritorno alla vocazione maggioritaria. Un documento promosso da Veltroni, Fioroni e Gentiloni, in cui il Pd viene descritto «senza bussola strategica», e si chiede di «uscire allo scoperto e avanzare proposte coraggiose e innovative», partendo dal recupero della «vocazione maggioritaria» che permetta al Pd «l’allargamento dell’area dei propri consensi». Si lancia così l’idea di un “Movimento” che coinvolga «forze interne ed esterne» al partito.
Veltroni vuole uno scisma simmetrico a quello dei finiani nel Pd? La replica è caustica: «Fare un documento non è spaccare il partito. Dentro non c’è una parola contro Bersani che non metto in discussione. Ma al disagio che c’è non si può dire solo stiamo uniti. Restare nela melassa è un male».
Un documento che segna il distacco definitivo tra Veltroni e Dario Franceschini, un tempo suo uomo di fiducia. «Dice (Franceschini, ndr) che quelle firme in calce sono una conta dannosa. Ma contarsi non significa dividersi. La discussione su chi deve fare il leader divide a basta. Per quanto mi riguarda quando è stato il momento mi sono dimesso, dopo essermi caricato le responsabilità di chi faceva finta di nulla, non ho chiesto nulla e non mi candido a nulla».

La reazione di Bersani. E a stretto giro di posta arriva la reazione della segreteria. «Veltroni dice che al Pd manca la bussola – commenta Pierluigi Bersani – Non è stata un’uscita simpatica. E’ normale che in un partito europeo come il nostro ci sia una minoranza e una maggioranza, senza padroni e senza il rischio di espulsioni. E’ meno normale il tono, il modo e il momento utilizzato. Ci dobbiamo adesso occupare del Paese e non fare regali al Pdl». Mentre sul «papa straniero» per guidare? il centrosinistra Bersani ironizza rammentando, maliziosamente, quando erano i veltroniani a sostenere la necessità di introdurre una norma dello Statuto che prevedesse l’automatismo tra la figura del segretario del partito e quella del candidato premier: «Io ho sempre detto che non lo escludo, ma che non lo ordina neanche il dottore…».

Ginevra Baffigo

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