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Diario. Se avevamo (ancora) ragione noi Berlusconi: “No a elezioni anticipate ora Continuare a governare per bene Paese”

settembre 9, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidia- na de il Politico.it. Il pressing di Bossi, la tentazione di «sferrare per primi il colpo al nemico (Fini)». La strada verso il voto, già addirittura a novembre o a dicembre, era in discesa. Eppure alla fine il presidente del Consiglio segue la via della saggezza e, per una volta, della responsabilità. Così come il giornale della politica italiana sostiene (per primo) da mesi, come ribadito martedì da queste stesse pagine da Luigi Crespi, come il Politico.it è tornato ad incalzare nella mattinata di ieri, l’Italia non può permettersi la terza elezione politica in quattro anni: nemmeno nella Prima Repubblica, quando pure i governi cambiavano con una frequenza ben superiore all’attuale (ma attraverso crisi e ricomposizioni parlamentari, e non eravamo ancora entrati nell’era del bipolarismo né, tranne per la parentesi della cosiddetta “legge-truffa”, le maggioranze erano schiaccianti come quelle di oggi, prima fra tutte, almeno fino ad oggi, questa berlusconiana), si sarebbe mai ipotizzato un simile scempio della governabilità, della continuità legislativa, del diritto-dovere dei cittadini, in democrazia, di scegliere i propri rappresentanti, sì, ma perché poi li rappresentino, e per un numero di anni da non sindacare più (possibilmente) fino al loro esaurimento. In un momento di crisi acuta come l’attuale, scrivevamo ieri mattina, a maggior ragione tutto questo avrebbe rappresentato un atto di estrema irresponsabilità. A distanza di poche ore, arriva il placet del capo del governo: si va avanti, doverosamente, con questa legislatura e con questo esecutivo (salvo rimaneggiamenti per una pretesa incompatibilità dei finiani con il Pdl), per fare «il bene del Paese»: è la prima volta che sentiamo la formula a noi tanto cara in bocca a Berlusconi; il premier fa spesso riferimento alla «volontà degli italiani» ma mai alla stella polare del loro interesse, prescindente dagli umori elettorali. E’ chiaro a il Politico.it più che a qualunque altro osservatore della nostra politica che dietro la presa di posizione del Cavaliere ci sia evidentemente anche un calcolo di opportunità (naturalmente per sé; o di inopportunità di qualsiasi altra scelta alternativa: lo scontro, inevitabile in caso di adozione dell’opzione del voto, con il Colle, era fortemente sconsigliato da molti dei consiglieri di Berlusconi, a cominciare da Gianni Letta), e tuttavia accogliamo con soddisfazione questa «frenata» e auspichiamo a questo punto che anche i finiani facciano la loro parte di (ulteriore) onestà e responsabilità, sostenendo (e magari contribuendo a rilanciare) l’esecutivo nella misura in cui lavorerà, appunto, nel solo interesse e per il bene finale del Paese. Il racconto dell’ufficio di presidenza del Pdl da cui è scaturito questo riposizionamento, oltre che del resto della giornata, all’interno, è di Ginevra Baffigo.

Nella foto, il presidente del Consiglio-”partigiano”, il 25 aprile del 2009, nella terremotata Onna: un premier “condiviso”. Ma quanto c’è (oggi come allora) di sincera abnegazione per i destini del Paese?

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di Ginevra BAFFIGO

Piogge settembrine imperversano nei palazzi romani, e siamo solo all’inizio.
Se fino a pochi giorni fa si pensava che la soglia di sopravvivenza del governo dipendesse unicamente dalla guerra intestina al Pdl, ora si ripropone il ben più antico cruccio del mantenere salda l’alleanza con la Lega.
Già in passato il Carroccio aveva portato Berlusconi alle dimissioni coatte, che oggi, con toni meno marziali ma non per questo lungi dalla concretizzazione, torna ad intimare. Per Umberto Bossi l’unica via d’uscita dalla situazione attuale è «quella delle elezioni»: inevitabili, dunque, «se ci sono le dimissioni di Berlusconi o se c’è un voto contrario» sui 5 punti programmatici. Un voto contrario, la fiducia mancante, potrebbe venire proprio dai fazzoletti verdi: per stessa ammissione di Bossi «ci sono anche queste possibilità…».
Il presidente del Consiglio frena da subito gli entusiasmi del ministro delle Riforme, riportando la sua attenzione sulle necessità del Paese, l’”a priori” di quelle politiche: «In questo momento serve stabilità, non le elezioni». Ed ancora: «Ho il dovere di governare». «Si va in Parlamento e vediamo se c’è qualcuno che gioca a farci saltare i nervi. Io voglio governare, non voglio venir meno ai miei impegni presi con il Paese. Cercherò di convincere Bossi – si ripromette il premier – ora non servono le elezioni ma governare». In merito alla richiesta di un incontro con il Capo dello Stato Giorgio Napolitano per le dimissioni di Gianfranco Fini, l’uomo di Arcore taglia corto: «Non è necessario andare da Napolitano».
Il premier prova così a mantenere saldo il timone della nave nel bel mezzo della tempesta. Ma quando non sono i violenti flutti delle correnti interne al proprio partito, a minacciare la deriva ci pensano le irte scogliere degli alleati, che rendono così disperato il tentativo di attraccare in porto a fine mandato. Berlusconi incita ‘ciurma e sottoufficiali’ e prova così a sventare l’ammutinamento: «Abbiamo un’immagine positiva all’estero e dobbiamo continuare a lavorare con serenità e governare».
Dal Colle invece non si leva una sola parola nei confronti delle messa in guardia del capo dei Lumbard. Il presidente della Repubblica rilascia piuttosto un ben più incisivo ‘no comment’, la cui eco è decisamente assordante e fa intuire la condanna della nuova linea leghista.

Sono dunque già conclusi i mesi di fedele ed amicale alleanza del Senatùr con l’uomo di Arcore? Se non possiamo dire ancora ‘rottura’, le crepe di certeo non sono facili da nascondere. Oggi il leader della Lega non teme a rivendicare per il suo partito un eventuale ruolo attivo nella caduta dell’esecutivo, di cui egli è per giunta ministro. Ma se tutto ciò dovesse realmente accadere, quale potrebbe essere la versione da propinare agli elettori? Come giustificare una così rapida e costosa resa? E soprattutto, come spiegare, avendo di contro le proprie stesse dichiarazioni di inizio estate, che alla fine si è contribuito al ritorno alle urne?
La risposta del Senatùr è debole, ed il gioco di leva sulle sensazioni dell’elettorato stavolta sembra non essere stato sufficientemente ponderato: «Al di là di quello che dice Fini, i nostri elettori sono padani e vogliono la Padania libera». Quanto ad un governo tecnico il no è secco, e riecheggia le stesse minacce di sempre: No, «altrimenti portiamo 10 milioni di persone a Roma. Le elezioni le abbiamo vinte noi. Per me la via d’uscita resta il voto». Bossi decide inoltre di commentare l’intervento del presidente della Camera, ospite di Mentana: «Ognuno si fa uccidere dall’elettorato come vuole» (pernacchia).

Ancora una volta assistiamo al capovolgimento dei ruoli sul palco, i Lumbard si vogliono tirare fuori dall’attuale esecutivo per far venir meno la fiducia, mentre i finiani insistono che sui 5 punti non intendono negare il proprio sostegno al governo. Il premier evita di impelagarsi nella diatriba, anche perché è difficile in questo momento distinguere l’amico dal nemico. Tramite il capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, si limita a far sapere che tra il 28 ed il 30 di questo mese intende riferire nell’aula di Montecitorio. Ed a seguire ci sarà da votare appunto la fiducia.
A questa notizia sembrano esultare le varie forze della politica italiana. Dario Franceschini per il Pd dà un giudizio positivo all’annunciato «passaggio parlamentare» sulla situazione del partito del centrodestra. Altrettanto si dice in ambienti finiani, dove Italo Bocchino, presa la parola parla di questa come di «una splendida occasione»: «Noi potremo dimostrare la nostra coerenza alla maggioranza e il nostro sostegno al governo».

Sfiducia al governo (e) a Montecitorio. Berlusconi e Fini, malgrado la dolorosa separazione, continuano nella buona e nella cattiva sorte a percorrere la stessa strada. Cicchitto infatti non si è limitato a riferire il messaggio del capo. Anche oggi insiste sull’incompatibilità di ruolo del presidente della Camera, in quanto non più considerato dal suo partito «super partes». Chiamato in causa, l’ex cofondatore del Pdl è laconico: «Ne prendo atto, non è una questione relativa a compiti e funzioni della conferenza dei capigruppo, per questo non considero necessario dare alcuna risposta in questa sede». E Bocchino, sull’ipotesi che l’intervento di Berlusconi a Montecitorio possa concludersi con la richiesta di dimissioni di Fini: «Sarebbe un vulnus gravissimo. E non sarebbe costituzionalmente possibile».
Il clima continua dunque ad essere teso, tanto che in una nota congiunta i finiani Andrea Ronchi, ministro per le Politiche europee, Adolfo Urso, vice ministro allo Sviluppo economico, e il sottosegretario al Lavoro Pasquale Viespoli giustificano la mancata partecipazione «all’odierna riunione dell’ufficio di presidenza per una ragione di stile, di opportunità e di merito in quanto resta irrisolta la questione politica determinatasi nella riunione dell’ufficio di presidenza del Pdl del 29 luglio scorso, presa con il nostro voto contrario. Ribadiamo altresì la nostra piena lealtà e fiducia nei confronti del governo e del patto preso con gli elettori».

Ma aumentano le distanze fra finiani e pidiellini anche per altre vie. A lanciare la pietra dello scandalo è oggi Angela Napoli, membro della commissione parlamentare Antimafia e della commissione Giustizia: «Non escludo che senatrici o deputate (del Pdl, ndr) siano state elette dopo essersi prostituite. Purtroppo può essere vero e questo porta alla necessità di cambiare l’attuale legge elettorale». E’ quanto asserisce la deputata finiana.
Con l’audacia che ben conosciamo, spiega meglio il suo pensiero: «E’ chiaro che, essendo nominati, se non si punta sulla scelta meritocratica la donna spesso è costretta, per avere una determinata posizione in lista, anche a prostituirsi o comunque ad assecondare quelle che sono le volontà del padrone di turno». Queste dichiarazioni, rilasciate a ‘Klauscondicio’, come era ben prevedibile non tardano a fare il giro della rete fino ad essere intercettate dai palazzi romani. Ma come se non bastasse la Napoli soffia ulteriormente sul fuoco con una nota nella quale definisce “ipocrita” il ddl del ministro Mara Carfagna che prevede il carcere per i clienti delle prostitute. «Se veramente diventasse legge, sarebbero non tanti, ma tantissimi i parlamentari arrestati – scrive ancora l’impavida deputata – Salvo che i parlamentari beccati con prostitute se la cavino con l’immunità, mentre un operaio o un camionista finirebbero per pagare nella solita logica di casta, come sempre avviene».

Verità scomode, coda di paglia o semplice indignazione generalizzata (onde sventar il diffondersi di un silenzio sospetto), sta di fatto che il popolo rosa del Pdl ci mette pochissimo a reagire sdegnato. Dichiarazioni nei migliori dei casi, querele nei peggiori. Per ??Beatrice Lorenzin «attaccare le donne, facendo leva su un facile pregiudizio maschilista e gossipparo, è la strada scelta da queste sedicenti paladine della causa femminile che hanno trovato l’ultimo ricovero in Fli e che nei fatti si sono dimostrate, per comportamenti politici, totalmente estranee alla promozione e alla tutela della causa femminile, fuori e dentro il partito». «Mi vergogno terribilmente per le affermazioni di Angela Napoli – è invece quanto afferma la deputata Barbara Saltamartini, responsabile delle Pari opportunità del Pdl – Mi aspetto che i membri di Futuro e Libertà si dissocino pubblicamente da queste infami accuse che gettano fango e discredito su tutte le donne, di qualsivoglia forza politica, elette dal 2006 ad oggi». «E’ tristemente ridicolo – aggiunge poi Saltamartini – che la collega lanci accuse di questa risma solo per sponsorizzare la modifica della legge elettorale».? Ancora più dura Jole Santelli, vicepresidente dei deputati del Pdl, «le parole di Angela Napoli offendono ?l’intero Parlamento e non solo le colleghe parlamentari. Il presidente della Camera deve immediatamente intervenire nel censurare le gravi affermazioni dell’onorevole Napoli ed entrambi i presidenti dei due rami del Parlamento tutelare la dignità delle parlamentari e della stessa istituzione che rappresentano». Anche Alessandra Mussolini non si lascia sfuggire l’occasione di unirsi agli alti lai della lamentazione: «Queste parole offendono le deputate di tutti i gruppi parlamentari e chiedo la convocazione immediata dell’ufficio di presidenza della Camera dei deputati per prendere i provvedimenti del caso».
Critica con Angela Napoli è anche Flavia Perina, deputata di Futuro e Libertà e direttrice de Il Secolo. «Prostituirsi per fare carriera in politica? Ci sono tanti modi per farlo e la maggior parte di essi non c’entra niente con il sesso e con le donne – scrive in una nota – E ci sono tanti modi per denunciarlo senza violare la dignità delle donne elette in parlamento. Angela Napoli è caduta nella trappola di Klaus Davi, che dà visibilità alla sua trasmissione confondendo abitualmente i temi della sessualità e della politica». Meno indulgente e sinceramente ?d??elusa infine Maria Alessandra Gallone, senatrice Pdl: «L’ho sempre ammirata come donna impegnata in politica ed è deludente leggere oggi le sue accuse infamanti. Non meriterebbe alcun commento. Pur di assecondare i voleri del capo in tema di riforma della legge elettorale, infanga le colleghe parlamentari e finge di non sapere che anche con il vecchio sistema si poteva essere nominati nei cosiddetti collegi blindati. Ben venga il merito delle donne, ma non passa certamente attraverso la via dell’offesa gratuita e volgare».
In un coro tutto al femminile, arriva anche il rimprovero di una voce baritonale. Gianfranco Fini bacchetta la sua devota deputata: «Ledere la dignità delle deputate con accuse generalizzate quanto teoriche, e quindi indimostrabili, non può essere consentito – dice Fini in una nota – né per il rispetto che si deve al Parlamento né per la considerazione che si deve avere per tante donne che, al pari dei colleghi di genere maschile, fanno politica con passione e disinteresse. Mi auguro che l’onorevole Angela Napoli, proprio perché a pieno titolo rappresenta da anni questo genere di impegno politico, ammetta la gravità delle sue parole e se ne scusi». Ed immediatamente Angela Napoli, ancora sgomenta per la bufera seguita alla sua intervista, si pronuncia: «Non volevo criminalizzare le colleghe del Parlamento italiano, né ritengo che debbano sentirsi da me oltraggiate coloro, e sono convinta la stragrande maggioranza, che hanno conseguito meritoriamente il seggio parlamentare. E, comunque, me ne scuso».

Burrasca a destra e bufera a sinistra. Alla festa Democratica di Torino si conferma un alto grado di riottosità. Come potrebbe essere altrimenti nella città del Lingotto, all’indomani dell’attacco frontale al contratto nazionale che ha ottenuto il beneplacito dei sindacati?
Ad ogni modo, una protesta che poteva affondare le radici in una giusta denuncia politica, è scivolata in una violenta e controproducente rappresaglia, conclusa con lancio di fumogeni e conseguente fuga del segretario Cisl, Raffaele Bonanni. Il sindacalista è stato infatti costretto ad abbandonare la Festa del Pd dopo che alcuni partecipanti erano saliti sul palco con intenzioni non troppo pacifiche. Fischi ed urla apostrofanti e un fumogeno schivato che, oltre a bruciare la giacca che indossava Bonanni, fortunatamente non ha comportato ulteriori lesioni al segretario. Questo e lo stato di precaria gestione sono stati considerati sufficienti a far sì che il dibattito venisse cancellato.
Il segretario Cisl non è dunque riuscito a parlare dal palco della festa, ma riesce a rispondere ai cronisti: «Sto bene ma sono turbato per una contestazione così violenta. Spero che ora tutti riflettano e abbassino i toni». Non entra nel merito della questione al centro della protesta, il contratto dei metalmeccanici FIAT, e la colpa è degli autori dell’aggressione che hanno così spostato il centro dell’attenzione in modo assolutamente controproducente ai fini della causa.
Enrico Letta si trovava sul palco, e ha vissuto dalla prima fila i disordini, proprio perché doveva interloquire con il segretario contestato. Il suo giudizio sui riot di Torino è durissimo: «Voi non avete niente a che fare con la democrazia. Siete il contrario di cui ha bisogno il Paese. Siete antidemocratici».
Il padrone di casa, Pierluigi Bersani, si è scusato telefonicamente con parole di rincrescimento e solidarietà: «Si è trattato di un atto di intimidazione e di vera e propria violenza, un attacco squadrista – dichiara Bersani – È inconcepibile che una festa popolare, che vive nel pieno centro della città, possa essere attaccata in questo modo. Attendiamo di conoscere dal ministero dell’Interno quali misure preventive e repressive siano state prese per impedire un episodio del genere».
Evidente è il fatto che le misure di sicurezza non erano adeguate alla portata dell’evento. E ad ammetterlo è lo stesso Enrico Letta, che scarica le responsabilità sul questore del capoluogo piemontese. Inizia così una querelle, dove, chiamato in causa, il questore torinese giudica frettolose le critiche di Letta sulla gestione dell’ordine pubblico. Il vicesegretario Democratico quindi replica a sua volta: «Per il questore sono frettolose le mie critiche alla gestione dell’ordine a Torino oggi? I fatti sono che oggi per un’ora intera, dalle 17 alle 18, la festa del Pd è stata presa in ostaggio da un gruppo di violenti che l’hanno occupata minacciando e picchiando gli altri partecipanti». «Bonanni è stato colpito dal lancio di un bengala acceso – rimarca il vice di Bersani – che solo per un caso non ha trasformato il tutto in dramma. Perché tornasse l’agibilità della festa si è dovuto aspettare che il gruppo di violenti dei centri sociali se ne andasse spontaneamente. Mi spiace, con il massimo rispetto per le forze di polizia e per il loro lavoro, questi fatti dimostrano che l’ordine pubblico oggi non è stato garantito a Torino».

Ginevra Baffigo

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