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Presidente Camera ha funzione garanzia E il Parlamento non sia asservito a nulla

settembre 8, 2010 di Redazione 

In queste ore assistia- mo al tentativo, da parte delle forze (un po’ più) oneste e responsabili della nostra politica comunque autoreferenziale di oggi, di “smontare” le tesi di una parte della maggioranza circa l’inopportunità che Gianfranco Fini resti al suo posto non essendo più diretta espressione di palazzo Chigi (per non dire di palazzo Grazioli o di Arcore). Tesi evidentemente artefatte e la cui unica, necessaria smontatura dovrebbe consistere dunque nella negazione della loro sincerità. Chi accetti la mistificazione della realtà fatta in certi momenti proprio da coloro che la denunciano negli altri, non fa che legittimare e accreditare nella percezione popolare le stesse tesi mistificate che vengono proposte. Non è dunque per rispondere a quelle tesi, ma svolgendo solo un nostro discorso, che ricordiamo alla politica italiana il ruolo di capo del ramo più politico del Parlamento e dunque indipendente e, appunto, di controllo di chiunque segga sullo scranno più alto di Montecitorio. La prassi della fase finale della Prima Repubblica divenne, proprio in questa chiave, di assegnare la presidenza della Camera all’opposizione. L’avvento di Silvio sconvolse questo equilibrio, per la stessa ragione per la quale oggi i berluscones chiedono le dimissioni di Fini: la volontà di esercitare loro, un pieno controllo sul potere legislativo oltre che di dividersi le cariche istituzionali come fossero un premio, e infine la pretesa di non avere contraltari nemmeno mediatici là dove possono influire sulle nomine (ma non solo). Ma è una ragione, appunto, che non ha niente a che vedere con il bene del Paese e che può, e deve, dunque essere respinta senza se e senza ma. Ci parla di tutto questo, Andrea Sarubbi.

Nella foto, Fini

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di ANDREA SARUBBI*

Il luogo da cui sto scrivendo, la galleria dei presidenti, è un corridoio al piano nobile di Montecitorio – il primo piano, quello dell’Aula – che raccoglie alle pareti i ritratti di tutti i presidenti della Camera dei deputati e perfino dei Parlamenti precedenti all’unità, dal 1820 ad oggi. Mentre leggevo la notizia che Berlusconi e Bossi andranno al Quirinale, per chiedere le dimissioni di Fini, mi è caduto l’occhio sul ritratto di Giorgio Napolitano, che riporta anche il suo periodo di presidenza della Camera: 3 giugno 1992 – 14 aprile 1994.

Era la fine della prima Repubblica, erano gli ultimi momenti dell’era preberlusconiana, e nella ripartizione degli incarichi valeva dal 1968 una regola non scritta: la presidenza della Camera – il ramo tradizionalmente più politico del Parlamento, quello in cui sedevano i leader di partito – andava all’opposizione. Fu così per Pietro Ingrao (1976-1979), per Nilde Iotti (1979-1992) ed appunto per Giorgio Napolitano, subentrato ad Oscar Luigi Scalfaro che era stato eletto capo dello Stato. Piccola parentesi: siccome Scalfaro era democristiano, quando venne eletto presidente della Camera si decise di dare all’opposizione il Senato – che toccò al repubblicano Giovanni Spadolini – e non mancarono le polemiche, perché negli equilibri istituzionali il Senato era “troppo poco”.

Poi nel 1994 arrivò Berlusconi, e con lui le regole non scritte finirono nel cestino: la Camera andò alla Lega (Irene Pivetti), il Senato se lo prese Forza Italia, tra l’altro al termine di uno scontro fortissimo con le opposizioni (che votarono in massa Spadolini, ma Carlo Scognamiglio la spuntò per un voto). Per la prima volta dopo 26 anni, insomma, veniva tradito un principio di equilibrio tra i poteri: dando la presidenza di entrambi i rami a due esponenti della maggioranza, si indeboliva fortemente la funzione di controllo che – in una Repubblica parlamentare, come la nostra – il Parlamento è chiamato ad esercitare nei confronti del governo.

Anziché ristabilire l’antica prassi, come sarebbe stato giusto, nel 1996 il Centrosinistra adottò lo stesso criterio – visto che lo aveva fatto Berlusconi, ormai era lecito – e nominò Violante alla Camera e Mancino al Senato.

Da allora non si è più tornati indietro: da 5 legislature, ormai, Camera e Senato vanno entrambe a chi ha vinto le elezioni, il ruolo del Parlamento si è via via ridimensionato ed è nata l’idea (soprattutto a destra, per la verità) che il governo abbia il diritto di fare ciò che vuole e che le Camere abbiano il dovere di lasciarglielo fare.

È quella stessa idea che, senza dirlo espressamente, vorrebbe portare l’Italia verso un presidenzialismo privo di quei meccanismi di controllo tipici delle Repubbliche presidenziali, ed alla quale noi ci opponiamo con forza.

Non potrei dire altrettanto di Gianfranco Fini, almeno fino a questo momento: come notava sul Corriere di oggi Angelo Panebianco, osservatore non certo di sinistra, la “centralità del Parlamento” rivendicata nel discorso di Mirabello non è propriamente un concetto di destra.

Ma che Fini sia dentro di sé presidenzialista o no, e che difenda il Parlamento per difendere se stesso, in questo momento importa poco: la realtà è che ha il diritto di restare su quella poltrona, anche se al governo non piace più. Anzi, proprio il fatto che al governo non piaccia più è una garanzia involontaria per l’equilibrio tra le istituzioni.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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