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Il governo crolla, ma opposizione dov’è? Così Mentana: “La sua voce resta flebile” E che cosa è il “Nuovo Ulivo” di Bersani? Oggi al Pd manca completamente un’idea

settembre 2, 2010 di Redazione 

Il TgLa7 propone un riepilogo dei tempi di esposizione dei partiti nei telegiornali. In tutti, il Pd arranca rispetto al Pdl. Bella forza, direte voi. C’è il controllo dell’informazione da parte del premier e poi il Pdl è pur sempre il partito di maggioranza relativa, in un momento peraltro di grande crisi per lui. Vero. Ma sia al Tg3 sia allo stesso TgLa7 i tempi del Pd sono stracciati anche da quelli dei finiani. Anche qui: c’è una spiegazione, continuerete a dire voi. Vero anche questo: in parte è fisiologico. Ma la verità vera è che i Democratici sono completamente assenti dal proscenio della politica italiana, e ciò avviene per una semplice ragione: non hanno qualcosa di significativo di dire. Non è infatti sufficiente reagire alle proposte degli altri (fermo restando che il Pd arranca in parte anche su questo, anche se va riconosciuto il grande lavoro – seppure con qualche macchia – che i Democratici svolgono nelle aule parlamentari); è necessario farlo, il racconto, essere protagonisti. La miglior difesa è l’attacco, e l’attacco è anche l’unico modo di far politica che dia i suoi frutti. La proposta bersaniana di tornare alle ricette prodiane è l’unico momento in cui i Democratici squarciano il velo dell’irrilevanza politica. Ma a ben guardare, che cosa significa davvero quella proposta? Al Pd manca completamente un’idea di Paese. Il giornale della politica italiana lo sostiene da tempo. Offrendo, contemporaneamente, la sua. Ascoltata da tutta la nostra politica. Ma manca il cambio di passo. Fino ad allora, il centrodestra continuerà ad avere la maggioranza nel Paese. Anche se sarà stato raggiunto – e, in mancanza di un Pd vincente, anche questo è comunque tutto da verificare – l’obiettivo di pensionare Berlusconi. Cerchiamo di capire di più circa lo spaesamento Democratico analizzando la stessa, unica proposta che sia venuta dalla sua leadership: quella del Nuovo Ulivo.

La vignetta è di theHand

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Ma che cos’è il Nuovo Ulivo? Qualcuno di voi l’ha capito? Nel centrosinistra si sono affrettati ad applaudire all’idea di Bersani ma più, è la sensazione, per la gioia di ascoltare finalmente una proposta o una presa di posizione purchessia che per una reale adesione all’idea.

Capire che cosa sia il Nuovo Ulivo richiede, necessariamente, di capire intanto che cosa fosse l’Ulivo. E anche su questo, pure a sinistra, sembra esserci un po’ di confusione.

Inizialmente l’Ulivo doveva essere la seconda gamba del centrosinistra, quando la prima era ancora il Partito Democratico della Sinistra. Doveva, cioè, nell’idea di Prodi, rappresentare il punto di unione di tutti i riformisti moderati o, se volete, di centro. Quello che poi è effettivamente diventato la Margherita, anche se senza le sfumature maggiormente prodiane e, appunto, uliviste che nella creatura di Rutelli costituivano solo una parte del tutto.

Poi, grazie alla generosità e alla capacità di guardare avanti dei Democratici di Sinistra, l’Ulivo poté diventare un progetto comune tra le due stesse gambe: il progetto del partito unico dei riformisti, attraverso il passaggio intermedio dell’alleanza elettorale. Alla quale parteciparono, in varie occasioni, anche i socialisti di Boselli e, in un caso, i Verdi.

Ma l’appetito vien mangiando e l’idea di Prodi diventò nel tempo quella di un Partito Democratico all’americana, in cui, nel quadro di un bipolarismo-bipartitismo sempre più avanzato, trovassero spazio tutte le anime del centrosinistra, massimalisti esclusi.

Anche se di fronte alle prime battute d’arresto del suo secondo governo, Prodi provò ad uscire dall’angolo proponendo che l’intera maggioranza – comunisti compresi – si riunisse sotto il simbolo di un solo partito. Ma si trattava più del tentativo di salvare il salvabile che di una sincera espressione della sua idea originale.

La nascita del Partito Democratico avrebbe dovuto rappresentare il compimento di tutto questo. Ma le gelosie dei vecchi apparati – su tutto – fecero sì che alcune delle anime riformiste furono escluse dalla fondazione del grande partito dei progressisti all’americana. Una frammentazione alla quale Veltroni provò a porre rimedio con l’andare alle elezioni da soli, che avrebbe dovuto favorire, attraverso l’imposizione del voto utile – come in parte è avvenuto – la riunificazione sotto le insegne del Pd dei popoli degli altri partiti riformisti rimasti fuori dal progetto Democratico, ad excludendum dei loro dirigenti.

In tutto questo, come si inserisce il “Nuovo Ulivo” di Bersani? A sentire le sole proposte del segretario Democratico si potrebbe pensare che la proposta di Pigi persegua lo stesso obiettivo: riunire sotto le insegne del Pd tutti i riformisti. Da Vendola a Rutelli, passando per Di Pietro e, magari, Pannella.

Se però si mette a sistema il Nuovo Ulivo con le proposte in tema di riforma elettorale, almeno quelle esposte da D’Alema, il Nuovo Ulivo bersaniano fa pensare più alla gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria che non al partito dei riformisti: un’alleanza, prima, e magari un partito, poi, che mettano assieme tutti i riformisti, sì, ma di sinistra. Pronti poi ad allearsi con il centro. Nel quale finirebbero per confluire inevitabilmente anche parte degli attuali moderati del Pd.

Un’idea che costituirebbe un passo indietro, e contraddirebbe il senso stesso del Pd. A sentire le rassicurazioni fatte da Bersani allo stesso Casini, circa la sua collocazione in un altro campo rispetto a quello Democratico in una situazione di normalità democratica, verrebbe da concludere che anche Bersani avverte finalmente l’esigenza di un Pd a vocazione maggioritaria, e che il suo Nuovo Ulivo rappresenta effettivamente il compimento del Pd (ma perché, allora, non chiamarlo con il suo nome e proporre una effettiva riunificazione sotto le sue insegne?). Ma quelle rassicurazioni possono anche nascondere un uno-due tattico, per non spaventare l’elettorato Udc. E comunque resta l’ipoteca dalemiana. Molto chiarirà la posizione che il Pd prenderà in tema di riforma elettorale.

La necessità di ricorrere a formule, e l’impossibilità di favorire in modo naturale un processo di riunificazione attraverso la trazione di un grande progetto riformista, nascondono comunque la mancanza di spunti della leadership Democratica. Dov’è il progetto per il Paese? Non un “programma”, ma una grande idea complessiva e “rivoluzionaria” è ciò che serve al Pd. Il giornale della politica italiana continuerà a mettere sul tavolo, per la destra come per la sinistra, le sue proposte.

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