Top

I giovani senza lavoro, padri sulla strada E invece la politica italiana d’oggi che fa? Se il centrodestra butta via la legislatura Il centrosinistra si rigira su se stesso (?) Dove sono le idee per futuro dell’Italia?

settembre 1, 2010 di Redazione 

Prendiamo due casi: per la maggioranza la mancata, ancora, nomina del ministro per lo Sviluppo economico, chiave di volta di quelle politiche per il rilancio del nostro Paese che così non viene nemmeno tentato (e che metterebbe d’accordo berluscones e finiani). Per il centrosinistra, le divisioni sulla riforma elettorale. A chi torni ad occuparsi della nostra politica dopo un mese di vacanza la prima cosa che appare è un dibattito surreale (e fortemente irresponsabile e autoreferenziale): mentre l’Italia va a rotoli, o si prepara ad andarci – perché le solide fondamenta fornite dai nostri padri costituenti non reggeranno il peso ancora a lungo – mentre nostri concittadini in carne ed ossa patiscono sulla loro pelle gli effetti di una crisi della quale non parla più nessuno, di che si (pre: è proprio il caso di dirlo) occupa la politica italiana? La maggioranza implode e butta all’aria anni di possibile stabilità e di opportunità per il rilancio dell’Italia. L’opposizione, invece di uscir fuori con un’idea spiazzante per il governo del nostro Paese, parla di composizioni (il Nuovo Ulivo di Bersani) e, soprattutto, de-composizioni (in senso stretto e non: D’Alema e il suo sistema elettorale tedesco), naturalmente, possibilmente, dividendosi (persino, appunto, su ciò che niente ha a che vedere con il Paese). Per il centrodestra il caso più eclatante è il nulla calato sulla necessaria sostituzione di Scajola. Ce ne parla Massimo Donadi.

Nella foto, Claudio Scajola

-

di MASSIMO DONADI*

Nell’Italia delle incognite, dove ogni giorno ci si domanda che fine farà un governo che non ha più maggioranza e continuamente cambiano i possibili scenari, c’è una questione aperta di cui quasi il dibattito politico sembra essersi dimenticato.

Eppure si tratta di una questione della massima importanza, perché è emblematica non solo dello stallo creato dai conflitti interni alla maggioranza, ma di un meccanismo, per quanto politicamente contorto, ormai molto chiaro.

La questione si chiama ministero dello Sviluppo Economico. La sede è vacante da quattro mesi e già questo di per sé rappresenta un nodo singolare, un problema di estrema gravità, in un momento come quello attuale, in cui il mondo dell’impresa, nel tunnel della crisi economica, non vede ancora luce.

Ciò dà una misura dell’immobilismo e dell’irresponsabilità di una classe dirigente paralizzata da meccanismi politici irrisolti.

Non mi riferisco solo alle spaccature all’interno della maggioranza, quelle che sono sotto gli occhi di tutti.

C’è molto di più.

Dietro la mancata nomina del ministro dello Sviluppo economico, c’è un filo sottile ma molto resistente che manovra un governo il cui capo è ormai solo un’icona.

Il filo ha un nome e un cognome: Giulio Tremonti, il cui strapotere di fatto, già quando il ministero dello Sviluppo Economico aveva una guida, si faceva ampiamente sentire.

Da quattro mesi a questa parte, poi, dopo le dimissioni di Scajola, è ancora più evidente quanto, in materia di scelte economiche, l’unica mente e la sola mano all’interno dell’esecutivo è quella di Tremonti.

Nonostante le pressioni piovute sul caso in sede parlamentare, e non solo, il ministero continua a rimanere privo di una guida. La lettera inviata da me e dal collega capogruppo al Senato, Felice Belisario, il 22 luglio scorso, ha avuto il solo esito di risvegliare la questione a livello mediatico, con un conseguente appello del Capo dello Stato, che, durante la cerimonia del Ventaglio, diceva che “il governo non può ormai sottrarsi a decisioni dovute, come quella della nomina del titolare del ministero dello Sviluppo Economico”, cui Berlusconi prontamente rispondeva sostenendo che la nomina era imminente.

Parole, solo parole svanite in un nulla di fatto.

Intanto, mentre si fa sempre più palese il meccanismo in base al quale Berlusconi è commissariato dalla Lega per una sorta di patto con Tremonti, il ministero dello Sviluppo Economico rimane vuoto, segno della debolezza del premier, debolezza che fa gioco ai due reali protagonisti dell’attuale scena politica.

Di fatto, è ormai chiaro che il Cavaliere è messo all’angolo di un esecutivo di cui rappresenta solo la facciata e le cui redini sono esclusivamente nelle mani di Tremonti, garante della linea della Lega.

La mancata nomina in questione, però, al di là di logiche politiche, rappresenta soprattutto un danno oggettivo per il Paese. Un paese cui poco interessano le dinamiche interne ai giochi di potere, un paese che ha bisogno di risollevarsi e aspetta risposte.

MASSIMO DONADI*

*Capogruppo di Italia dei Valori alla Camera

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom