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Diario Politico. Sul ‘processo breve’ Famiglia Cristiana attacca: “Il governo è alle prese con false priorità. Si insegue una logica mercantile che mira ad interessi di parte e non al bene comune”

agosto 31, 2010 di Redazione 

La nota quotidiana del Politico.it oggi è tutta incentrata sul grande ritorno del ddl sul ‘processo breve’. La polemica scoppia istantaneamente: i finiani in primis, che si dimostrano coerenti a quanto dicevano dalle file del Pdl. Oggi però su questi si gioca il pressing della maggioranza berlusconiana: il premier non intende infatti rinunciare al lodo. O per essere più corretti, non può. Nel caso di una definitiva bocciatura del ddl, ‘definitive’ sarebbero le sentenze dei processi Mills e Mediatrade, e dunque ‘definitiva’ la fine politica del Cavaliere di Arcore. I fedelissimi studiano in queste ore raffinati escamotage giurisprudenziali per svicolare il veto presidneziale e fondi straordinari vengono ‘devoluti’ alla causa. Intanto al coro polemico delle opposizioni parlamentari, si aggiunge il settimanale dei paolini, Famiglia Cristiana, dal quale si leva il giudizio più severo. Il racconto della giornata è di Ginevra Baffigo.

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Nella foto, il guardasigilli Angelino Alfano ed il premier Silvio Berlusconi

di Ginevra BAFFIGO

Gheddafi si lascia alle spalle Roma e le aspre polemiche che lo hanno accompagnato in questi due giorni, ma a palazzo Chigi in queste ore non si studia una risposta diplomatica per stemperare gli animi. Al contrario si soffia sulla brace di fine Agosto, che ora minaccia un incendio in settembre. Il vertice di governo infatti determina la linea ferrea sulla quale intendono proseguire il Pdl e la Lega: il ddl sul processo breve ‘sa da fare’, oppure si torna tutti a casa. Si fa per dire ovviamente. Al massimo il ritorno sarà quello alle urne. Intanto però dal Consiglio dei Ministri si prova a salvare il salvabile: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi intende portare a casa il risultato «ad ogni costo» e si dice pronto a far saltare il banco «al primo segno di boicottaggio». Pur di evitare una simile situazione Angelino Alfano e Niccolò Ghedini studiano i più impensabili tecnicismi per svicolare le istanze già palesate dal Colle, modificando il ddl approvato al Senato senza snaturarlo.
L’eventuale veto di Napolitano non è comunque l’unico ostacolo che si frappone fra il premier e la sua meta legislativa: i secessionisti del Fli potrebbero, come si sostiene negli ambienti della maggioranza berlusconiana, ‘boicottare il lodo’ «per un’operazione di facciata» e acquisire così «consensi anche in alcuni settori della magistratura».
Proprio da questa feritoia si inizia il pressing sugli uomini del presidente della Camera, a cominciare da Fabrizio Cicchitto. «Dati alla mano, francamente questo mi sembra tutto tranne che un processo breve. Il merito del governo Berlusconi – celebra il presidente dei deputati del Pdl – è anche quello di volere ridimensionare cifre incivili, che tengono vite e imprese appese decenni in attesa della sentenza e che per questo ci hanno fatto condannare dall’Europa». Gaetano Quagliariello, nella veste di vicepresidente dei senatori del Pdl, sottolinea la necessità di garantire uno «scudo» alle alte cariche dello Stato: «So che gli amici di Futuro e Libertà condividono questo punto di vista – allude Quagliariello – e allora ci devono dire cosa, se non il processo breve, si può fare».
Fra le scappatoie legali per ottenere l’approvazione la più quotata sarebbe quella di «intervenire sulla prescrizione spostando alcuni termini», come rivelano fonti pidielline. In tal modo verrebbe ridotto il numero di processi da mandare al macero, senza toccare quelli che davvero interessano, primo fra tutti il caso Mills, che in primavera, qualora la Consulta bocciasse il legittimo impedimento, andrebbe a sentenza. Una soluzione tale da non snaturare la ratio della legge e garantire ad ogni modo la prescrizione dei processi Mills e Mediatrade (sulle cui possibili sentenze si gioca il futuro politico e non del Cavaliere). Inoltre in tal modo si modificherebbe l’attuale norma transitoria, punto su cui i finiani si sono spesi notevolmente. «Con questa norma transitoria – ricorda Fabio Granata – noi non voteremo il provvedimento. Il problema del processo breve è infatti legato alla scrittura dell’attuale testo che attraverso la norma transitoria introduce un’amnistia, neanche tanto mascherata, che di fatto porta alla prescrizione di moltissimi procedimenti. Non si può smantellare il sistema giudiziario per creare una condizione di tutela processuale fin quando è in carica il presidente del Consiglio. Su questo si dovrà discutere ed eliminare queste contraddizioni a partire dalla norma transitoria».
Sulla norma transitoria si pronuncia anche il segretario Democratico. «Finiani e Pdl trattano sulla norma transitoria- si chiede basito Pierluigi Bersani-? Per adesso sono solo ipotesi, però credo che questa sia la questione centrale in questo momento». «Tutto il resto è un tema che può essere discusso sulla base di una riflessione organizzativa del sistema giustizia – apre poi il capo Pd-. Per Berlusconi questo è un tema che sarà sempre più difficile da rimuovere».

Ancora disappunto dagli ambienti cattolici. Se da Via di Sant’Andrea delle Fratte, si prova la via morbida, assolutamente intransigenti si dimostrano le colonne della stampa cattolica. Ieri hanno sferrato il più duro e sostanziale attacco al governo, paventando un ‘effetto boomerang’ non calcolato dal premier, fin troppo permissivo, per non dire remissivo, nei confronti del rais libico. Oggi la polemica si fa decisamente incalzante dalla redazione di Famiglia Cristiana, la cui critica è ancora una volta quella della distanza dell’attuale governo, ed in generale della politica italiana, dalle reali esigenze del Paese. A palazzo Chigi si studiano escamotage giurisprudenziali per evitare le beghe processuali dell’uomo di Arcore, i nostri rappresentanti sono alle «alle prese con false priorità ed emergenze, come il cosiddetto ‘processo breve’». «Adesso che le elezioni anticipate appaiono scongiurate – si legge nel settimanale dei paolini -, il Governo s’appresta a portare in Parlamento un’agenda di cinque punti su cui chiedere la fiducia. Il piatto forte, naturalmente, è la giustizia. O meglio, il ‘processo breve’ che, per renderlo meno indigesto all’opinione pubblica, si chiamerà ‘processo in tempi ragionevoli’. E che avrà una corsia preferenziale, grazie a risorse e investimenti straordinari. Da reperire, a ogni costo, sia pure in tempi di ristrettezze». Ma con il sopraggiungere di settembre, ricordano ancora sulle colonne di famiglia Cristiana, le famiglie avranno «altre priorità: lavoro e lotta alla povertà, innanzitutto. Le fabbriche riaprono i cancelli, ma circa cinquecentomila posti sono a rischio». «L’Italia è la cenerentola d’Europa per la famiglia» è l’amara conclusione dei cattolici: «Per i politici (italiani ndr) il benessere della famiglia non è bene prioritario, ma merce di scambio, in una logica mercantile che mira a interessi di parte e non al bene comune. Nel welfare familiare ci superano Paesi come Cipro, Estonia e Slovenia. Peggio di noi fanno solo Malta e Polonia».

Al coro di critiche si uniscono anche gli uomini dell’Italia dei Valori. «Il processo breve» è una «assicurazione per l’immunità» del presidente del Consiglio. Lo afferma Antonio Di Pietro, per il quale anche solo il termine “processo breve” è una «truffa mediatica», in virtù del fatto che il provvedimento «non abbrevia il processo, ma i termini dell’impunità». Fine ultimo, secondo l’ex pm, della discesa in campo dell’imprenditore di Arcore.

Sul processo breve si accentua la frattura fra Pdl e Fli. Il pressing di queste ore sui finiani, sembra aver provocato la reazione contraria. Le prime reazioni sul processo breve, non fanno che riproporre le perplessità che gli uomini di Fini palesavano quando ancora sedevano nelle file del Pdl. «Il testo sul processo breve era finito su un binario morto al Senato per le perplessità circa il danno arrecato ad un numero elevato di procedimenti pendenti – afferma il presidente dei deputati di Fli, Italo Bocchino – Aspettiamo che il governo ci illustri come sciogliere questi nodi». Enzo Raisi invece chiama in causa il fin troppo silente Paese: “Come fai a chiedere agli italiani il processo breve penale quando per il civile devi aspettare anche 15 anni?».
E così, mentre infuria la polemica sul ddl salvaprocessi, “inevitabile” sarà la formazione del nuovo partito. Adolfo Urso, viceministro dello Sviluppo, inasprisce i toni: «Se il Pdl non resetta tutto, la creazione di un nuovo partito è inevitabile”.
Se il processo breve diviene il pretesto per gli alti lai dei guru della lamentazione, il nodo della discordia resta l’espulsione del cofondatore, decretata dal documento del 29 luglio. Dall’ufficio di presidenza sembra che nessuno ritratti, e dunque l’unica strada aperta per ‘Futuro e Libertà’ sembra quella della formazione di una nuova forza politica. «Se si ricuce lo strappo avvenuto con l’espulsione del confondatore del Pdl, noi restiamo nel Pdl», premette Urso. «Ma se Fini non viene riammesso e legittimato con il ruolo che gli spetta nel Pdl come cofondatore, è inevitabile che nasca un nuovo partito che stringa un patto di legislatura con il Pdl e con La Lega”. Anche se lo stesso Urso si affretta a chiarire, quest’ultima «non è la nostra prima opzione. Noi vogliamo la resettatura di tutto, che venga dato a Fini e a noi di Futuro e libertà quello che ci spetta. Se invece si persistesse nello strappo non si può poi pretendere che noi, e gli stessi elettori, restiamo in un partito che non legittima più, che non riconosca cittadinanza politica a Gianfranco Fini». ??Il viceministro chiarisce ulteriormente: «i berlusconiani devono dimostrare che vogliono ricomporre la coalizione annullando la riunione dei probiviri del 17 settembre sull’espulsione di Bocchino, Granata e Briguglio. Se non esprimono chiaramente questa volontà, se dovessero esserci altri strappi come l’espulsione di altri membri del partito, sarà inevitabile rappresentare, nel quadro di un patto che abbiamo con gli elettori- rimarca il finiano-, questa parte di centrodestra che rispetta le istituzioni e condivide la stessa visione degli altri partiti di centrodestra europei».

GINEVRA BAFFIGO

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