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Diario Politico. Grande ospitalità per Gheddafi a Roma. Ma per i finiani è l’ennesima “pagliacciata”. Il racconto di una giornata di convivi e divisioni

agosto 30, 2010 di Redazione 

Una nuova intensa giornata politica vi viene raccontata qui nella nota quotidiana de il Politico.it. La visita del leader libico Muammar Gheddafi ha catalizzato tutte le forze della nostra politica, che anche in questa controversa giornata appaiono divise. Il nostro capo di governo si dimostra oltremodo ospitale nei confronti del suo omologo tripolitano, ma dalle file dei finiani la chiosa è caustica «l’Italia è diventata la Disneyland di Gheddafi», è l’ennesima «una buffonata». Il dibattito interno alla maggioranza dunque prosegue anche in questa esotica fine di Agosto, dove notiamo un inversamente simmetrico volgere degli sguardi. Se il centrodestra guarda a Sud ed ai possibili guadagni in Libia, dal centrosinistra c’è chi vorrebbe ispirarsi a modelli teutonici, decisamente più a settentrione. Massimo D’Alema riapre infatti la diatriba fra modello uninominale modello tedesco nelle file Democratiche. Sentiamo.

Nella foto, il leader libico Muammar Gheddafi ed il ministro agli Affari Esteri Franco Frattini

di Ginevra BAFFIGO

Sul finire di Agosto i rivolgimenti dell’arena politica italiana travalicano i confini nazionali.
Sotto lo sguardo incerto dell’opinione pubblica internazionale, l’incontro fra il leader libico Muammar Gheddafi ed il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi apre nuovi orizzonti per gli sviluppi politici in Africa ed al miraggio di una pace definitiva e duratura in Medio Oriente.
Ma sotto la tenda allestita per il ‘colonnello’ si decide molto di più: «nell’incontro si è ribadita attenzione e apertura alla penetrazione delle imprese italiane in Libia», è quanto si apprende da fonti diplomatiche. Ma poi si toccano anche altri temi, dall’immigrazione alle infrastrutture, e soprattutto il nodo energetico.
Un nuovo impulso alla collaborazione industriale, dunque accordi economici. Questa il prezzo per quella che dalle file dei finiani non si stenta a definire «una pagliacciata».
Il leader libico infatti non ha di certo mantenuto un profilo basso in queste due giornate romane: lezioni di Corano a 400 hostess ieri, a 200 oggi, delle quali 3 hanno suggellato il termine della lezione con una conversione ad hoc, che comporterà di certo grande credito a Gheddafi una volta tornato in patria. Tutto questo a Roma, città in cui Politica e Curia conducono da tempo una non sempre serena convivenza. Non è un caso che il colonnello abbia approfittato delle prime ore sui sette Colli per lanciare un appello per la conversione dell’Europa all’Islam.
Stasera la visita ufficiale del rais libico si concluderà con le celebrazioni della Giornata di amicizia italo-libica, a due anni dall’accordo di cooperazione politica ed economica che ha posto fine al contenzioso post-bellico tra i due Paesi. Prevista l’inaugurazione della sede romana dell’Accademia libica in Italia e a seguire i festeggiamenti per l’anniversario del Trattato di amicizia, con lo spettacolo equestre dei 30 cavalli berberi e il Carosello dei Carabinieri alla caserma Salvo D’Acquisto.?Il premier, Cicerone per un giorno, offrirà all’amico di Tripoli un sontuoso convivio, cui prenderanno parte anche numerosi imprenditori. Si stimano circa 800 invitati per la cena o Iftar, il pasto che interrompe il digiuno imposto ai musulmani dal mese di Ramadan. Attesi all’esotico banchetto i vertici di Eni ed Enel, il ceo di Unicredit Alessandro Profumo, il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini, il numero uno di Impregilo Massimo Ponzellini. Previsti anche il presidente e l’amministratore delegato di Fonsai, Ionella Ligresti e Fausto Marchionni, il direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli e per la Fiat il responsabile delle relazioni istituzionali Ernesto Auci.

Le reazioni della politica. Il dibattito interno prosegue con il fuoco incrociato dei finiani. Da “Farefuturo”, fondazione vicina al presidente della Camera, scrivono: «Se l’Italia è diventata la Disneyland di Gheddafi, la ragione è purtroppo politica. Nelle passeggiate romane il rais libico esibisce la sua amicizia con il premier, la sua paradossale centralità nella politica internazionale(italiana ndr) , che è progressivamente passata dall’atlantismo all’agnosticismo, dalle suggestioni neo-con alla logica commerciale, per cui il cliente, se paga, ha sempre ragione». E non scemando l’asprezza dei termini si aggiunge: «visto che Gheddafi paga, le sue diventano anche le ‘nostre’ ragioni e la sua politica la ‘nostra’».?? Dal Pd si dà spazio ad una voce femminile, quella di Livia Turco, per la quale «L’incontro tra Gheddafi e il presidente del Consiglio presenta aspetti offensivi per il nostro paese in parte?resi possibili dall’atteggiamento di colpevole accondiscendenza del nostro governo. Ciò che a prima vista sembra essere una carnevalata serve soprattutto a distrarre l’attenzione dalle questioni salienti. Meglio, infatti, parlare di cavalli e hostess che dei diritti calpestati dei migranti – segue caustica il capogruppo del Pd nella commissione affari sociali- e soprattutto di quali accordi economici sta sottoscrivendo il nostro paese e l’imprenditore Silvio Berlusconi, che non si fa scrupolo di usare?la carica istituzionale per curare gli affari di famiglia». Dario Franceschini poi sembra rincarare la dose definendo il meeting uno show che rappresenta «un danno di credibilità e di immagine per il Paese».
Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo anche Generazione Italia, l’associazione vicina a Italo Bocchino. «Vi immaginate Gheddafi che va a Parigi o a Berlino e organizza un incontro con 500 hostess per dir loro ‘diventate musulmane’? Noi no. E non a caso Gheddafi certe pagliacciate – è il termine giusto – le viene a fare a Roma, non a Parigi o a Berlino». La firma è del direttore dell’associazione, Gianmario Mariniello.?? Mentre dalle file parlamentari anche stasera è la voce di Carmelo Briguglio, deputato di Fli, ad esprimere perplessità: «Queste visite di Gheddafi da un lato aumentano le distanze tra il governo italiano e i nostri tradizionali alleati, Stati Uniti in testa, e dall’altro creano con la Santa Sede e con le gerarchie cattoliche problemi e malumori di cui nessuno sentiva il bisogno».
dal governo, franco Frattini f valere la sua esperienza in materia. Zittisce la polemica sminuendo chi si pronuncia: «È gente che non conosce affatto né la politica estera né gli interessi dell’Italia – ha detto -. Gheddafi è un leader importante per tutto il Medio Oriente, e noi – ha aggiunto Frattini – da questa opposizione non ci aspettiamo niente”.
Ma di certo il favore fatto al leader libico, per qualìnto vi sia in sospeso una contropartita economica non sembra compensare il discredito che l’opinione pubblica internazionale accrediterà al nostro conto già in passivo.

Flash Mob per Gheddafi. Non prevista ma pronta a sfilare solennemente davanti alla caserma dei Carabinieri, Salvo D’Acquisto di Roma, l’Italia Indignata’. Così si firmano su Facebook gli organizzatori del flash mob, cui aderiscono tantissimi uomini e donne in reazione alla sfilata di hostess fruita dal colonnello. Sfileranno con in mano «libri scritti da donne che hanno fatto la cultura anche di questo Paese». Come si legge sulla pagina dell’iniziativa: «I cittadini, italiani e stranieri, di qualsiasi religione, non rimarranno fermi a guardare l’avvilente show che Gheddafi e Berlusconi stanno mandando avanti!». Previsto anche un reading per strada aperto a tutti « per far capire al Colonnello e al Presidente del Consiglio che le donne non sono “oggetti di abbellimento” ma sono esseri dotati di una propria personalità, sensibilità, intelligenza, femminilità e, soprattutto, di una propria ricchezza culturale.
Sarà un chiaro messaggio pacifico per rompere un silenzio troppo lungo sullo svilimento della figura femminile in Italia».
Un monito che trova la sua eco anche in più importanti associazioni per i diritti delle donne, che non tacciono una vera e propria condanna nei confronti dell’Italia. Un Paese dove le donne, con il beneplacito del Cavaliere, vengono strumentalizzate per il tornaconto politico di un personaggio contraddittorio come Gheddafi in questo caso, ma sappiamo bene che la storia ha origini remote. La chiosa del leader in trasferta lascia il tempo che trova: ??”La donna è più rispettata in Libia che negli Stati Uniti e in Occidente”.

Il PD ed il dibattito sulla riforma elettorale. Mentre nel pdl si banchetta come a Tripoli, nel Pd la discussione sul ‘Niente voto subito, non con questa legge elettorale’ si accende aprendo un nuovo contenzioso interno ai Democratici. Non è ancora venuta meno la fiducia al governo, non sono ancora state sciolte le Camere, che nel Pd si litiga già per l’eventuale riforma delle regole per l’elezione di deputati e senatori. Ad aprire le litigiose danze è Massimo D’Alema che rilancia il modello tedesco perché «l’idea malsana e malintesa di bipolarismo che abbiamo cullato e costruito in questi anni ci ha portato a un sistema che fa comodo solo a Berlusconi, che col 38% dei consensi può farsi eleggere al Quirinale, e chiudere i giochi per sempre. Ci rendiamo conto che l’indicazione del premier sulla scheda non esiste in nessun paese del mondo? Ci rendiamo conto che in Italia con questo falso mito maggioritario ormai gli organi di garanzia contano sempre meno?». E’ questa la risposta che l’esponente Democratico dà all’appello bipartisan dei 42 politici e studiosi a favore del sistema uninominale. Molti infatti, a contrario di D’Alema vedono nel bipolarismo una scelta irreversibile. Fra questi Arturo Parisi «Non era necessario essere profeti per prevedere la fine che in pochi giorni avrebbe fatto il ritorno dell’Ulivo. Tornato dalle ferie, dopo averci invitati a non fermarci alle sigle, D’Alema ripropone con coerenza la ricetta di sempre. Governo per la legge elettorale col centro, sistema tedesco, per ritornare al bel tempo antico quando Berlusconi non c’era». L’ulivista Parisi prosegue animatamente ricordando: «Son passati appena tre mesi da quando una Assemblea Nazionale del Pd varava con enfasi un documento che indicava come posizione del partito ‘un sistema di impianto maggioritario fondato sui collegi uninominali. Dove stia D’Alema lo sanno anche i bambini. Dove siano Bersani, il Pd, e il Nuovo Ulivo è un mistero». Prova a stemperare la tensione Rosy Bindi, che nella veste di presidente dell’assemblea nazionale del Pd, ricorda che «Il Pd deve fare in modo che il tempo dell’agonia del berlusconismo sia utilizzato per fare almeno alcune riforme istituzionali (riduzione del numero dei parlamentari e superamento del bicameralismo perfetto) e una nuova legge elettorale. E in questa fase il primo compito del Pd è quello di essere unito e di salvaguardare in primo luogo, come partito del nuovo Ulivo, il suo profilo plurale. Sulla modifica della legge elettorale sarebbe auspicabile trovare una larga intesa, un accordo con tutti anche con questa maggioranza, vittima anch’essa del porcellum. Ma visto che non e’ possibile- segue la Bindi-, il Pd deve lavorare a costruire una maggioranza partendo da una proposta che sia tra di noi condivisa, che indichi i punti per noi irrinunciabili, pronti comunque alle necessarie mediazioni. Ci siamo trovati d’accordo su un sistema che consenta agli elettori di scegliere: un partito, chi va in Parlamento e la coalizione che deve governare. Questi sono i punti per noi irrinunciabili, in grado di segnare la discontinuità vera con la seconda Repubblica, che in realta’ a portato alle estreme conseguenze le degenerazioni della prima».
Amareggiata per il dibattito un po’ spiccio di questi giorni, la Radicale Emma Bonino segnala piuttosto l’opposizione che il progetto potrebbe trovare: «Dalla Lega e dal Pdl ci sarà un muro nei confronti della nostra proposta per l’uninominale. D’Alema sostiene invece un altro sistema, quello tedesco, alternativo a quello che proponiamo noi, perché comporterebbe alleanze post elettorali, così come vogliono anche l’Udc e l’estrema sinistra. Sono posizioni che esistono, ed è quindi giusto che vengano allo scoperto. Ma certo questo è un dibattito politico serio, altro che il cicaleccio al quale abbiamo assistito nelle scorse settimane».

Il PDL e la riforma elettorale. Ed infatti sin da subito il Pdl le dà ragione: non sembrano minimamente intenzionati a cambiare legge elettorale. «E’ evidente che D’Alema cerca di surrogare con la manovra politica e con la modifica della legge elettorale la debolezza politica e sociale del Partito Democratico e della sinistra in genere rispetto all’azione di governo e alla forza del blocco sociale di centrodestra -attacca Fabrizio Cicchitto -. Si vuole smontare il premio di maggioranza e andare al sistema tedesco per far si che siano i partiti dopo il voto, e non gli elettori con il voto, a stabilire chi deve governare. Su questo piano certamente D’Alema è all’altezza della sua fama». I finiani si dimostrano invece aperti: «la proposta di D’Alema va valutata con attenzione- suggerisce Italo Bocchino-, come ogni proposta. Abbiamo bisogno di una legge elettorale che da una parte garantisca bipolarismo e dall’altra la stabilitá dei governi, che possibilmente faccia scegliere gli eletti agli elettori e faccia dichiarare prima le alleanze. Con questi paletti si può discutere, a partire dalla legge in vigore, aperti a tutte le soluzioni».

GINEVRA BAFFIGO

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