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IL LINGOTTO E LO STATUTO DEI LAVORATORI: ESIGENZE DEL MERCATO GLOBALE O INDEBOLIMENTO DELIBERATO DELLE TUTELE LAVORISTICHE?

agosto 27, 2010 di Redazione 

Se è vero che il mondo dell’Economia e quello della Politica sono strettamente connessi, altrettanto si può dire, sulla scala italiana, della strettissima relazione che vi è fra le sorti della FIAT e quelle del diritto in materia lavoristica. Il Lingotto infatti gioca un ruolo principale nel nostro Paese, non solo a livello occupazionale e produttivo, ma anche e soprattutto nelle alte sfere del potere romano. Già in occasione del referendum di Pomigliano vi avevamo raccontato la portata di quel che c’è in ballo: i diritti dei lavoratori, i diritti degli italiani e dunque la nostra stessa democrazia. Dei cambiamenti così rilevanti, quali quelli cui sembra premere l’AD dell’industria della famiglia Agnelli, non possono, lo ribadiamo, essere dettati dall’Economia che solo a rimorchio coinvolge la Politica. Quest’ultima dovrebbe traghettare il cambiamento e l’adeguamento che il rapido corso dei tempi impone ad ogni settore, e dunque, non per ultimo, quello della Giurisprudenza. Pietro Salvatori, che troverete anche su ‘Liberal’, ripercorre qui, coinvolgendo gli esperti del settore, le dinamiche delle ultime mosse di Sergio Marchionne e pronostica quelli che potrebbero rivelarsi i futuri scenari del mondo del lavoro in Italia. Sentiamo.

Nella foto, Sergio Marchionne

di Pietro SALVATORI

Aldo Bonomi ha fondato negli anni Ottanta l’istituto di ricerche Aaster, che si occupa dell’attuazione di interventi finalizzati all’accompagnamento di attori sociali nel loro processo di riposizionamento strategico all’interno dei processi di competizione globale. Un tema che è all’ordine del giorno, posto con forza sul piatto dal Sergio Marchionne, che dalla tolda del Lingotto amministra con piglio decisionista la Fiat, da una parte e dall’altra dell’oceano.

Un’azione che sta ponendo sul piatto l’annoso problema dell’opportunità di rivedere la contrattazione nazionale del lavoro. «Credo che sia indispensabile nel modo più assoluto una ridefinizione delle regole di rapporto tra le aziende e i lavoratori». Se gli si osserva che l’amministratore delegato dell’azienda torinese ha avuto il merito di porre con forza nell’agenda del Paese questo tipo di problematiche, il professor Bonomi non ci sta: «Questa è una sciocchezza. Da anni il tema è al centro del dibattito, la contrattazione lo dicono tutti che è da rivedere». E allora perché non ha avuto questa risonanza prima? «Il ruolo di Marchionne è centrale – osserva Bonomi – e probabilmente i tempi non erano ancora maturi. Le case automobilistiche sono state tra le prime ad entrare in grande difficoltà, e hanno avuto l’esigenza di porre la questione».

Quella di Marchionne non è dunque una battaglia politica. «È che vuole diventare competitivo con la sua azienda – osserva Bonomi – mentre il Paese è legato a vecchi schemi. Poi lui vede quello che succede in Germania con la Volkswagen, e fa il confronto con quello che succede in uno Stato all’avanguardia». Di chi la colpa? «Di una fetta del sindacato. Sono vecchio stampo, trinariciuti oserei dire, non vogliono capire che il mondo è cambiato».

Luciano Gallino, uno dei più autorevoli sociologi del lavoro italiani, ribalta la questione. «Il tipo di contrattazione che vorrebbe Marchionne metterebbe il lavoratore in una situazione di estrema debolezza. Sarebbe una spinta che farebbe regredire il mondo del lavoro agli anni Settanta». Gallino respinge con nettezza l’ipotesi di una revisione del contratto nazionale: «Una delle funzioni principali di questa tipologia contrattuale era una certa tendenza al riequilibrio complessivo dei salari.
Eliminandolo, tale funzione sparirebbe». E questo sarebbe esiziale per i lavoratori italiani, spiega il professore: «La quota salariale negli ultimi dieci anni è crollata di oltre dieci punti di Pil. Parliamo di cifre elevatissime, sono circa 160 miliardi di euro l’anno». Problemi che, secondo Gallino, Marchionne nemmeno si pone, perché concentrato su altro: «guarda il dito e gli sfugge la luna», chiosa caustico. L’atteggiamento dell’amministratore delegato della Fiat «può inoltre contribuire a far salire la temperatura del conflitto sociale». Il sociologo fa osservare che «fa e dice cose di cui non ci sarebbe alcun bisogno». In che senso? «Nel senso che mi spieghi che bisogno c’era di trattare i tre di Melfi nel modo nel quale sono stati trattati. Così si intacca la dignità delle persone, e si intraprende una strada che non serve a nessuno. Inoltre un atteggiamento così duro potrebbe essere controproducente per la stessa azienda, scatenando un’opposizione più dura di quanto non ci si potrebbe aspettare da parte dei lavoratori».

Per Gallino la tendenza generale che indica Marchionne non è affatto originale, facendosi portavoce di «cose che si dicono in tutta Europa». In Italia un freno potrebbe essere il diritto del lavoro: «Su questo fronte la nostra legislazione potrebbe essere un vero e proprio baluardo. È estremamente complessa e difficile da smantellare».

Soddisfazione trapela dai padiglioni della fiera di Rimini, dove Marchionne, invitato dal Meeting, ha parlato. «Ha descritto fattori di cambiamento della società e del lavoro che sono oggettivi», spiega Marco Martinelli, Direttore della Compagnia delle Opere di Roma e del Lazio. «Le soluzioni sono due: rimanere fermi o reagire, con coraggio e responsabilità». Due temi, secondo Martinelli, bagaglio comune sia di grandi aziende, come quella guidata da Marchionne, che della complessa rete di piccole e medie imprese messe a network dalla Cdo. «È inutile – continua Martinelli – guardare la realtà a priori decidendo prima cosa è giusto e cosa sbagliato. Occorre sostenere il cambiamento». E a Gallino, che afferma che i lavoratori vengono penalizzati, risponde che «bisogna assolutamente guardare a chi viene penalizzato dai cambiamenti della società, e sostenerlo. Ma attenzione: occorre sostenerlo a cambiare insieme al mondo, non a rimanere fermo».

Una visione innovativa e singolare quella di Martinelli, che invita a superare «i pregiudizi che vedono per forza uno steccato tra datore di lavoro e lavoratore. Più spesso di quanto non si pensi gli interessi sono comuni». A tale avviso, secondo il direttore, «occorre che la politica costruisca sì una nuova normativa del lavoro, ma che tenga insieme gli interessi di entrambe le parti».

PIETRO SALVATORI

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