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***L’intervento*** IN DIFESA DI DANIELE CAPEZZONE di MARIO ADINOLFI

agosto 27, 2010 di Redazione 

Con l’ultimo weekend agostano alle porte l’arena politica, e non solo, prepara l’artiglieria per l’autunno che ci attende minaccioso. Non solo il corpo a corpo fra le varie compagini istituzionali surriscalda gli animi sul finire della canicola, ma anche il quarto potere si dimena in attacchi frontali apparentemente gratuiti. E’ il caso di quello che si muove dalla redazione di Repubblica, dalla quale Francesco Merlo nel marasma politico di queste settimane decide di lanciare un caustico guanto in faccia a Daniele Capezzone. Mario Adinolfi, politico e giornalista della stessa generazione del pidiellino-ex Radicale ma votato alla causa Democratica, decide di prenderne le parti, denunciando così il fatto arbitrario e sospetto del primo quotidiano italiano, culla dell’intellighenzia di centrosinistra. Un’ampia riflessione che dal giovane protagonista della politica italiana si muove verso più profonde introspezioni sul Pd e sul suo rapporto con le nuove leve. Adinolfi, all’interno. Solo sul Politico.it

Nella foto, Daniele Capezzone

di Mario ADINOLFI

Questo articolo è particolarmente complicato da scrivere: perché sono stato amico di Daniele Capezzone, perché ho inventato e condotto insieme a lui un programma che da una piccola radio ha scalato tutte le classifiche dei podcast, perché ho litigato con lui alla fine del 2007, mentre stava maturando quella conversione berlusconiana che ovviamente non ho condiviso. Ma Capezzone rappresenta soprattutto il campione degli outsider della politica: un grande talento, un eccellente oratore, capacità di analisi non comuni, un “secchione” che studiava e sapeva, non chiacchierava e basta, un osservatore dotato di visione e unico politico italiano nato negli anni Settanta dotato di reale personalità.

Scrivo questo articolo oggi, perché proprio oggi Francesco Merlo sul Venerdì di Repubblica lincia Capezzone con perfidia un po’ infame: “figura minore dell’Italia dei traditori” (e traditore è parola scritta venti volte nell’articolo), stronzo, servizievole e malfido, giuda, bamboccione antopologico, pataccaro di se stesso, piazzista, uomo senza qualità, non ha un Io, non ha un’anima, senza alcuna libertà intellettuale. Un finale davvero esagerato, uno sfregio inutile e sbagliato, all’acido muriatico: “Capezzone è il gemello maschio di Echo, la ninfa condannata a ripetere le parole di altri perché le sue erano state di delazione”.

Un articolo con questi toni e queste parole non credo di averlo mai letto: il giornalismo italiano va pure giù con la scimitarra, ma con la parvenza di qualche fatto di attualità urgente, oppure per strumentalizzazione poltica. Qui c’è l’attacco ad alzo zero, a freddo, su una persona. Non c’è occasione, non c’è notizia, non c’è fatto, non c’è neanche motivazione politica (che Daniele conta davvero pochino nel Pdl). Eppure l’articolo più lungo (cinque pagine) del settimanale di approfondimento di uno dei più importanti quotidiani italiani viene utilizzato per demolire Daniele Capezzone sul piano personale.

Se lo merita?

Se il problema fosse il cambio di campo (indubbio) o l’asservimento al berlusconismo (indubbio anch’esso) il Venerdì di Repubblica dovrebbe brulicare ogni settimana di articoli così: il Gianfranco Fini che prima dice che il Pdl sono le “comiche finali”, poi fa l’accordo e va sui palchi ad alzare il braccio a Berlusconi (dopo aver tenuto per decenni teso il suo), infine torna a fare il legalitario antiberlusconiano con qualche impiccetto in salsa caraibica, come dovrebbe essere trattato? Per Repubblica invece Fini è pronto per la canonizzazione. Insomma, i traditori sono centinaia, i servi di Berlusconi milioni: perché cinque pagine contro Daniele Capezzone in maniera così violenta?

Una risposta c’è. Merlo ha voluto vellicare i suoi lettori: sa che per Capezzone c’è un’antipatia “di pancia” molto diffusa e il giornalista siciliano non ha mai voluto scrivere contropelo. Preferisce gli applausi alle discussioni. E con questo articolo gli applausi (facili) sono garantiti. C’è però anche un’altra risposta, a mio avviso psicologicamente più profonda: Capezzone è bravo. E’ davvero uno preparato e capace. E il centrosinistra non ama i preparati e capaci. Daniele non ha “tradito” di colpo. Si è allontanato da Pannella e poi c’è stata una lunga fase in cui io ho implorato i massimi dirigenti del centrosinistra di fare qualcosa per dargli futuro politico dalla nostra parte. Nel 2007 il litigio tra noi scattò perché volevo che si candidasse alle primarie del Pd al posto mio. Mi disse: “Non mi lascerebbero mai giocare, è una partita truccata”. Ho vissuto poi sulla mia pelle quanto fosse vero.

Capezzone era presidente della commissione Attività Produttive e si dimise dopo la rottura con Pannella. Le dimissioni sono sempre un gesto poco italico. Il Pd avrebbe potuto difendere quel politico giovane e atipico, considerato che in quella legislatura i gruppi parlamentari dell’Ulivo-Pd non avevano eletto neanche un deputato nato negli anni Settanta. Ma non era un caso. I deputati giovani vanno bene, ma solo se sono asserviti, in maniera analoga (anche se meno evidente) rispetto a quella tanto stigmatizzata da Merlo.

Insomma, Capezzone l’abbiamo voluto perdere e abbiamo perso un ottimo elemento. Lui, che ama la politica più di quanto ami se stesso, ha visto un futuro solo con Berlusconi e si è gettato nelle sue braccia. Tragico errore. Capitò anche a me di subire simile corteggiamento, ma preferii non cedere. Perché amo me stesso più della politica. Ma non per questo me la sento di aggiungermi ad una lapidazione. Io so che Daniele è migliore di come viene descritto. E se la sua deriva è una nostra sconfitta, insultarlo non sarà mai una nostra vittoria.

MARIO ADINOLFI

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