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***CRISI DI GOVERNO*** Napolitano non può sciogliere le Camere se c’è una nuova maggioranza, punto e fine della storia di PAOLO GUZZANTI

agosto 25, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica torna sulla crisi di governo. In apertura vi abbiamo raccontato umori e fermenti che si agitano in casa Pd, delle potenzialità di rivalsa che la crisi dell’Esecutivo offre ai Democratici. Ora però entriamo nel merito della crisi, nei fatti reali, quelli del nostro presente, quelli dell’attuale Esecutivo. Un Presente che viene sovvertito dai protagonisti della politica stessa che, con lo sguardo concentrato alle elezioni di domani, dimenticano con troppa superficialità le esigenze dell’oggi, che in politica sono anzi tutto il rispetto della nostra Carta Costituzionale. Il grande giornalista e vice del Pli, si inserisce in quello che lui stesso non stenta a definire ‘Dibattito con le dita negli occhi’. La corsa alle urne deve infatti aver prodotto delle strane (semplicemente comode?) amnesie ed in certi ambienti si arriva alla teorizzazione dello scioglimento delle Camere, pre e sine Napolitano e soprattutto senza che ve ne sia la necessità. Guzzanti sostiene infatti che ci sia un piano deliberato: “i berlusconiani pretendono di aver rifatto una Costituzione segreta alla quale dovremmo inchinarci, facendo finta che quella esistente non esiste più”. La discussione sui poteri del Capo dello Stato prosegue dunque con questo nuovo approfondimento, che prende come pretesto le obiezioni di Angelo Miele (Consigliere della Regione Lazio per i Socialisti Democratici Italiani) ma che poi apre ad una grande analisi Politica. Assolutamente da non perdere!

Nella foto, Paolo Guzzanti

di Paolo GUZZANTI

NON MI HA MAI suggestionato il linguaggio untuoso e leguleio, ma di fatto insultante di coloro che pensano di essere i soli a capire, ad aver letto, a ben conoscere. Io ho avuto nella materia un grande maestro: Francesco Cossiga, e naturalmente la lettura sia della Costituzione che degli atti della Costituente, nonché – ben più importanti – gli atti materiali che hanno nel tempo riempito i vuoti della Costituzione scritta attraverso i comportamenti dei presidenti della Repubblica.
E tanto poco sono analfabeta in materia da aver anche scritto un saggio per Laterza, “I presidenti della Repubblica”, dove per l’appunto io esamino la materia della prassi che fa Costituzione.

E la questione sta in questi termini: oggi esiste un evento illegale e passato sotto silenzio che ha turbato la vita democratica in fase elettorale a causa dell’abuso, per il quale Cossiga protestò ma il presidente in carica Ciampi colpevolmente tacque, per cui un politico singolo – Berlusconi – ha nel 2001 posto sulla scheda il proprio nome seguito abusivamente dalla parola Presidente (figura che in Italia esiste soltanto nella forma assai ridotta e riduttiva di presidente del Consiglio dei ministri), simulando in maniera truffaldina l’offerta di un voto diretto per l’elezione del capo dell’esecutivo.

Questo è stato un abuso – benché impunito per colpa di chi doveva vigilare e non ha vigilato – e il fatto che non sia stato sanato nulla toglie al fatto che resti un abuso per il quale io non voglio il condono, ma la demolizione.
Non è vero, come si cantava alla fine della guerra che “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato”. Qui non ci scordiamo nulla e rivendichiamo la piena legalità.

I presidenti della Repubblica, per la Costituzione materiale fornita dalla prassi, che fa norma, sempre e in ogni caso hanno verificato la presenza nel Parlamento di una possibile maggioranza.

L’abuso edilizio compiuto da SB non vanifica ma esalta questo dovere che risponde alla prassi costituzionale.
Dunque il Presidente con la P maiuscola può licenziare un Parlamento se e soltanto se ha verificato che esso non è in grado di esprimere alcuna maggioranza, essendo ogni singolo parlamentare eletto SENZA VINCOLO DI MANDATO e dunque in alcun modo e in alcun caso tenuto a una canina fedeltà verso il capo della coalizione il quale, in base al Porcellum è e resta soltanto il “capo di una coalizione” e mai e poi mai il presidente del Consiglio dei ministri indicato dal “popolo”.

Il “popolo” può soltanto eleggere i propri rappresentanti, ciascuno dei quali rappresenta NON gli elettori che l’hanno eletto, ma tutto intero il popolo stesso, punto e basta.

Se fosse vero quel che lei rozzamente e con poca competenza costituzionale afferma, sarebbe allora vero non soltanto che la scheda “Berlusconi Presidente” avrebbe modificato in senso presidenzialista la Costituzione repubblicana, ma avrebbe anche abrogato l’articolo che tutela il fatto che il rappresentante del popolo non abbia vincolo di mandato.
Le liti interne ad una maggioranza dei partiti sono poi fatti politici interni alla vita dei partiti e non influenzano il Parlamento se non in presenza di un voto di sfiducia, avendo il dovere un governo di chiedere la fiducia se ritiene che eventuali voti negativi in Aula segnalino la venuta meno della stessa.

Le liti interne ai partiti sono vicende interne ad associazioni private di nessun profilo costituzionale finché non diventano atti parlamentari.

E finora ci troviamo di fronte ad un unico atto politico e non parlamentare e tanto meno costituzionale: quello di un “capo di coalizione” che si suicida liquidando una parte numericamente determinante della propria coalizione, non ancora seguito da alcun effetto parlamentare. Che poi sostenga di aver dovuto agire come ha agito a causa del comportamento politico di un suo alleato, questi sono fatti (politicamente) suoi.

Dunque, se per caso – cosa di cui peraltro dubito malgrado la tempesta in corso – si arriverà alle dimissioni del governo a causa di uno o più voti negativi, sarà dovere del Capo dello Stato vedere se la NUOVA MAGGIORANZA NUMERICA (se una maggioranza cessa di essere tale, inevitabilmente un’altra maggioranza numerica e non ancora politica è presente nelle aule) è o non è in grado di esprimere una coalizione in grado di esprimere un governo e un presidente del Consiglio dei ministri.

Quanto alla risibile obiezione circa le firme necessarie per il decreto di scioglimento, essa è appunto risibile: tanto sono indispensabili le firme del governo quanto quella del capo dello Stato, e se e quando c’è quella del Capo dello Stato non si è mai visto che possano mancare, per rifiuto, quelle del governo.

Per concludere sintetizzando: la democrazia parlamentare è formata dai rappresentanti del popolo che mantengono il proprio mandato popolare senza vincolo di mandato, e dunque di coalizione e di fedeltà canina a chicchessia, e il Parlamento – e non più il “popolo” una volta che si è votato e si è nei tempi di una legislatura – è l’unica voce parlante di cui il Capo dello Stato è il registratore e il notaio. E se per caso – per caso – il Parlamento dice al capo dello Stato: la nuova maggioranza numerica determinata da un gesto inconsulto del capo della coalizione di governo è in grado di produrre un esecutivo con adeguato sostegno parlamentare, il capo dello Stato non ha alcuna alternativa e deve agire come i presidenti della Repubblica italiana hanno sempre agito. E cioè affidare l’incarico di formare il governo a chi dimostra di essere in grado di farlo, punto e fine della storia.

PAOLO GUZZANTI

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