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***L’intervista***
Albertini a Berlusconi: “Per il partito, ascoltare le istanze di Fini. Per il governo, affrontare i temi cari alla Lega”
di PIETRO SALVATORI

agosto 22, 2010 di Redazione 

Un ragionamento ampio, complesso, approfondito. Di quelli che servono per una politica e un Paese sani. Con l’aggiunta anche di qualche provocazione. A parlare è l’eurodeputato ed ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, intervistato dal nostro Pietro Salvatori, grande firma anche di ‘Liberal’. E le parole di Albertini sono sassi in uno stagno e spunti per una valutazione approfondita. Sul tappeto il rilancio dell’azione del Pdl, le istanze poste da Fini, l’azione di governo (anche considerando i temi posti dalla Lega). Ne esce un pensiero che merita di essere ascoltato. Sul giornale della politica italiana.

Nella foto, Gabriele Albertini

 

di Pietro SALVATORI

 

Per rilanciare l’azione del partito, Berlusconi dovrebbe ascoltare le istanze che ha posto Fini: codice etico, democrazia nell’elezione del gruppo dirigente, e dibattito interno sui temi di strategia politica. Per ridare slancio al governo, invece, il premier dovrebbe dare più spazio ai problemi che pone sul piatto la Lega. Questi i consigli che arrivano a palazzo Grazioli da Gabriele Albertini all’indomani del vertice degli azzurri, che si sono confrontati proprio su questi temi. Una provocazione, ma fino ad un certo punto.
L’amato ex sindaco di Milano, eletto l’anno scorso all’europarlamento sulla scorta di quasi 70mila preferenze personali, non si limita infatti alle istruzioni per l’uso e articola un ragionamento profondo e complesso. Quelle che possono sembrare di primo acchito come semplici boutade, rivelano così solamente la conclusione di un preciso percorso politico, che ha nei suoi intenti il rinvigorimento dell’azione del Pdl e dell’intero governo.
Da pensatore raffinato qual è, Albertini inizia la sua analisi traendo spunto da un volume da poco uscito in libreria a cura di Luca Ricolfi. «Un libro che è cruciale a tal punto che ce l’ho conficcato in testa come un diamante nel cervello» confessa l’ex sindaco, citando addirittura il colonnello Kurtz di Apocalypse Now. È Il sacco del nord, testo all’interno del quale il sociologo che insegna a Torino si pone domande cruciali per il futuro del Paese: esiste un modo rigoroso per distinguere fra il reddito che un territorio produce e quello che riceve? C’è troppa spesa pubblica? Occorre cambiare la distribuzione delle risorse fra le regioni italiane? E prova a fornire una serie di risposte.
Eppure viene subito da pensare che Ricolfi non è di certo omogeneo, per storia personale, al centrodestra.
«Ma ha sostituito Gianfranco Miglio come pensatore della Lega Nord».

Addirittura.
Certamente. Ma dico di più: quello che delinea è il programma che il governo dovrebbe adottare.

Beh, a questo punto ci spieghi.
Dall’analisi di Ricolfi emerge che ci sono cinque regioni che producono un reddito di mercato, e tutte le altre, comprese alcune del nord, che attingono da questa produttività. Parliamo di 60 miliardi di euro all’anno, non di spiccioli, sarebbero circa tre finanziarie. Sono come una mucca che fornisce tanto latte. Il problema che se la spremi troppo a lungo, ad un certo punto inizia a darti sangue e poi muore.

In che senso spremerle? Ci sono delle colpe oggettive?
Ci sono dei dati oggettivi. In Lombardia c’è un’evasione fiscale pari al 12% del totale. In Calabria arriviamo a cifre intorno all’85%. Milano stipendia circa 5.000 dipendenti regionali, a Palermo sono più di 20.000.

Argomenti di un certo peso effettivamente.
E la Lega ha intuito da anni che questi sono gli argomenti del futuro, e che trovano soluzione in un solo concetto: il federalismo. La soluzione è finire fuori dall’Europa, nell’”euro-africa”, per dirla con una battuta.

Il governo dovrebbe puntare più decisamente su questi temi?
Dovrebbero essere nel programma di qualunque governo sano, anche se ci sono ancora tantissime resistenze.

Mi scusi, ma allora perché lei non milita con i suoi colleghi del Carroccio?
Perché alcuni metodi che usano non mi piacciono, anche se spesso sono ingigantiti dalla stampa. Però oggi la frattura che attraversa l’Italia non è più quella delle ideologie, tra comunisti e anticomunisti, ma quella fra produttori e parassiti. E se non si segue il disegno della Lega si esce dall’Europa.

Mi faccia capire, sta dicendo che il Pdl dovrebbe accodarsi a Bossi?
Sto semplicemente dicendo che la sfida storica del mio partito è quella di riuscire ad armonizzare, all’interno del suo programma, le istanze che Bossi pone con l’interesse generale del Paese. Questo per il merito. La strada che aveva cercato di intraprendere Fini attraverso un confronto tra posizioni diverse era quella giusta. Questo per il metodo.

Mi pare di intendere, dunque, che lei si rammarica dello strappo che è avvenuto tra i due leader.
Ma secondo lei hanno fatto più male al partito Granata e Briguglio e Bocchino oppure i casi Di Girolamo, Casentino, Scajola, Lunari, Verdini e Cosentino, insomma, la cricca? Le vicende di quest’ultimi hanno strascichi che ci portiamo dietro. Pensi al nostro coordinatore. Non credo che Tremonti e Draghi siano delle toghe rosse che lo vogliano mettere in mezzo.

Parole dure.
Guardi, ho già detto quello che penso a Repubblica, e al presidente Berlusconi che mi ha chiamato. Con lui abbiamo avuto un confronto franco, per cui non ho alcun timore a sostenere le mie idee. Dopotutto, quando sono stato commissario straordinario a Milano ho speso di mia iniziativa 3 miliardi di euro. E nessuno ha mai avuto nulla da ridire, la magistratura non ha mai aperto un fascicolo sul mio conto. Questo per dire che c’è modo e modo di governare.

Occorrerebbe un partito diverso?
È un partito che, per come è strutturato oggi, rischia seriamente di non sopravvivere al proprio leader. Attorno all’”oracolo” c’è una corte di nominati, non di eletti, che difende con i denti il potere elargito dal principe ma non legittimato dal popolo. E per questo aborrisce ogni confronto.

E perché lei ci rimane?
Perché credo nel progetto del Pdl, come ho già detto al presidente del Consiglio, ci credo fortemente. Ha le potenzialità non di sopravvivere solo al suo leader, ma di rimanere in vita per intere generazioni. Proprio per questo bisogna cambiare prospettive.

In che senso?
Beh, Fini per esempio sul federalismo ha posto delle forti obiezioni. È necessario un confronto chiarificatore. È che è sintomatico che tutti i più feroci contestatori dell’alleanza con la Lega sono partiti che godono di un sostanziale radicamento nel meridione del Paese.

Ma cosa dovrebbe fare il Pdl per rilanciare la propria azione? L’argomento è all’ordine del giorno dopo il vertice di ieri.
Dovrebbe puntare sulle tre cose che Fini ha chiesto a gran voce: l’adozione di un codice etico, un costruttivo dibattito interno sulla strategia politica e democrazia nell’elezione della classe dirigente. Sono cose che rigenerebbero il partito, ma non per le prossime elezioni, per le prossime generazioni.

Mi pare che la direzione intrapresa sia un’altra.
Se Berlusconi è uno statista, come credo che sia, dovrebbe valorizzare queste proposte. Il problema è sempre quello: è prigioniero di una pletora di pretoriani, che lui stesso ha scelto, senza voti che ne tarpano lo slancio e che ora lo sequestrano.

E per dare nuova linfa ad un governo che sembra oggi alle corde?
Puntare assolutamente sul messaggio della Lega, anche per farle concorrenza al nord. Una correzione di rotta che mi sembra assolutamente necessaria per rilanciare il Paese. L’euroaafrica è dietro l’angolo.

 

PIETRO SALVATORI

 

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